Dodici!

And when I was twelve years old
My daddy took me to the circus
The greatest show on earth
And there were clowns
And elephants
Dancing bears,
And a beautiful lady in pink tights flew high above our heads
And as I sat there watching
I had the feeling that something was missing
I don’t know what
But when it was all over
I said to myself
Is that all there is to the circus?
Questo blog compie gli anni, auguri!

Does Lee dream of electric sheep?

Adesso è ufficiale: “Electric trim”, nuovo disco di Lee Ranaldo, uscirà per la Mute Records il 15 settembre. Sarà composto da 9 tracce e vi partecipano i tre Dust che l’hanno accompagnato nel precedente lavoro (Steve Shelley ovviamente alla batteria, Alan Licht alla chitarra, Tim Luntzel al basso) e soprattutto Raül ‘Refree’ Fernandez che la fa da padrone: sul sito della Mute è indicato come produttore e come multistrumentista (acoustic & electric guitars, keyboards, electronics and programming, bass, drums, backing vocals… apperò).
Altri ospiti graditissimi sono Sharon Van Etten (voce), Nels Cline dei Wilco (chitarre), Kid Milions degli Oneida (batteria) e anche Cody Ranaldo (sì, suo figlio) che contribuisce a inserti elettronici.
Vedremo poi di capire, booklet alla mano, chi suona cosa e in che pezzo.
Intanto il primo singolo è Circular (Right as rain):

What if

Ho già citato l’omonimo esordio dei Crystal Fairy come uno dei dischi del 2017, ma non è il solo. Da parte mia metto tra le grandi uscite dell’anno “Doris & the daggers” di Spiral Stairs, album che in questi mesi ho ascoltato tantissimo senza ma essermene stancato.
Scott Kannberg ha tirato fuori davvero un discone, ma come descriverlo? Beh, immaginate una realtà parallela in cui i R.e.m., negli anni ’80, decidono di non passare alla Warner, rimangono a girarsi gli Stati Uniti in furgone, scrivendo pezzi e suonando in ogni angolo della provincia più sperduta e poi qualche anno dopo intraprendono una collaborazione con dei neonati Pavement con i quali incidono degli split.
Suona bene?

Insalatone #9

Togliamoci subito un sassolino velocissimo: “Gargoyle” (2017) di Mark Lanegan, anzi della Mark Lanegan Band, è noioso. Meglio del precedente lavoro (non che ci volesse poi molto), però insomma dai.
Ho scoperto i Saroos come spalla ai Notwist in un concerto del lontano 2008. A tanti anni di distanza scopro che hanno già fatto 3 dischi, di cui l’ultimo proprio l’anno scorso. “Tardis” (2016) è un buon disco di elettronica strumentale, magari non innovativo ma un album che gli appassionati del genere sicuramente potranno apprezzare.
“Annabel dream reader” (2104) è stato il disco d’esordio degli inglesi Wytches ed è un buon lavoro. L’anno scorso è pure uscito il secondo album intitolato “All your happy life” (2016) ma se vado avanti con questi ritmi lo sentirò tra due o tre anni, sigh.
A proposito di gruppi inglesi, gli Slaves sono un duo che nel 2016 ha fatto uscire un disco intitolato “Take control” e prodotto da Mike D (Beastie Boys). È il loro secondo lavoro e non ho sentito il primo del 2015, ma questo è abbastanza una bomba e un ascolto è più che dovuto, tuttalpiù che la loro musica è stata descritta come british punk with harsh bluesy garage riffs.
“Wilderness of love” (2017) è un buon disco psychedelic folk degli americani Shadow Band. Parte benissimo (la doppietta iniziale Green riverside e Endless night è davvero bella) poi cala un po’ alla distanza, forse per colpa mia, forse per colpa degli insopportabili flautini in alcuni pezzi come Morning star e Illuminate.
Ho scoperto i neozelandesi Wulrd Series grazie a Enzo di Polaroid che li definisce adatti a “tutti i fan dei Pavement e dei Guided By Voices” e infatti “Air goofy” (2017) mi è piaciuto.
Chiudiamo con i Gone Is Gone, un supergruppo formato da Troy Sanders (basso e voce dei Mastodon), Troy Van Leeuwen (chitarra nei Qotsa e in mille altri progetti), Tony Hajjar (batterista degli At The Drive-In) e il mustistrumentista Mike Zarin. Sulla carta il progetto dovrebbe spaccare di brutto ma hanno fatto uscire un ep omonimo a giugno 2016 che non è piaciuto molto in giro. A gennaio 2017 è uscito il primo full lenght intitolato “Echolocation” ma è un disco davvero innocuo e solo pochi pezzi sono riusciti a risvegliarmi dal torpore (forse il migliore è Resurge ma chi si ricorda, è passato del tempo dall’ultimo ascolto).

Psichedelia portami via

Sabato sera al Bloom c’è stata una serata intitolata “Sonic Ritual Fest” e organizzata dalle etichetta nostrane Heavy Psych Sounds Records e Go Down Records. Il tutto è stato organizzato molto bene: 8 gruppi divisi su due palchi, livello molto alto, tanto entusiasmo, banchetti con roba interessante e anche una bella compilation su cd fatta dalla Heavy Psych Sounds e omaggiata al pubblico che in ogni caso fa piacere.
Non sono riuscito a vedere tutti i gruppi della serata: ho saltato i primi 3 (Ananda Mida, The Clamps, Doctor Cyclops) perché arrivato a metà del set dei Giobia che, da quel che ho sentito, mi è piaciuto molto. Interessanti anche i concerti degli scatenati Ecstatic Vision (hanno compensato benissimo qualche problema tecnico a inizio set) e dei Duel, un po’ meno quello dei Cosmic Dead.
Ma principalmente ero lì per vedermi dal vivo gli Yawning Man (a circa 10 anni di distanza dall’ultima volta): hanno iniziato alla 1:20 circa e sono resistito fino alle 2:00 dopo di che, vinto dalla stanchezza, ho ceduto. Peccato davvero perché i 4 sul palco stavano suonando alla grandissima però non sono più il ghepardo di una volta.
Speriamo di rivederli presto senza lasciar passare ancora così tanto tempo.

How would I know that this could be your fate?

La notizia di ieri mattina della morte di Chris Cornell ha sconvolto tutti per l’imprevedibilità della cosa e la giovane età di Cornell. La notizia arrivata nella sera che ha ricondotto le cause ad un suicidio mi ha fatto ancora più male.
Se nei casi passati (Wood, Cobain, Staley, Weiland) c’era da qualche parte l’idea di un destino vagamente segnato dall’autodistruzione, ho sempre pensato invece che avrei visto Chris Cornell suonare e cantare fino a cent’anni, con quel suo modo di fare da persona che sapeva esattamente cosa fare e dove andare, con quella voce che sapeva davvero emozionare.
Come ha scritto ieri Carrie Brownstein in un tweet: Those of us who grew up in&around Seattle are acutely aware that we’ve lost nearly an entire generation of local music heroes. È la stessa cosa anche per chi, con quella generazione di music heroes, ci è cresciuto.

Cristalli

Uno dei miei dischi di questo 2017 è senza dubbio l’omonimo album dei Crystal Fairy. Lo sto ascoltando a ripetizione da qualche mese e continua a non calare minimamente. Le canzoni sono grandiose, la parte musicale è un bel macigno esaltante e nemmeno per un secondo risulta pesantemente troppo statica, merito della bella amalgama tra i due Melvins (Dale Crover e Buzz Osborne, ricordiamo) e Omar Rodriguez-Lopez. Dal punto di vista del cantato Teri Gender Bender è riuscita a inserirsi perfettamente nella logica delle canzoni trovando delle soluzioni ottime e variegate, alternando i registri e mischiando le lingue (inglese e spagnolo): riesce a far esplodere le canzoni col suo modo di interpretarle, un po’ punk, un po’ pazzo, un po’ in acido.
Qualcuno ha bollato questo lavoro come un semplice divertissement ma se anche così fosse che c’è di male? Il risultato è sincero, onesto, divertente e qualitativamente altissimo. Negli ultimi anni raramente ricordo un supergruppo capace di fare un disco così riuscito.
Nel caso non l’aveste ancora ascoltato, potete rimediare andando di filata sul loro bandcamp.

The mouths of decadence

How Temple of the Dog Pioneered a New Genre of Music Videos in the ’90s”: un ottimo e interessante articolo scritto da Matt Giles su Longread che racconta e analizza l’evoluzione del videoclip all’inizio degli anni ’90 e come quello di Man in the box degli Alice In Chains (qui per chi non se lo ricorda) e soprattutto quello di Hunger strike del progetto Temple Of The Dog hanno cambiato il modo di girare i video. Soprattutto quest’ultimo ha avuto una grossa importanza andando a fissare dei parametri per quegli anni che hanno fatto da riferimento quasi obbligato (tra i quali possiamo ricordare: colori scuri, ombre e chiaroscuri, ambientazioni naturali, antropomorfismo, grafiche deformate, angoli di ripresa non convenzionali e, a quanto pare, gente che scrive sulla lavagna) così da smarcarsi totalmente dai cliché precedenti delle band rock anni ’80 (principalmente belle ragazze dappertutto e la band che suonava o in alternativa guidava una moto).
Del video di Hunger strike ne sono state fatte in totale tre versioni: la prima non fece particolare successo ma anzi venne trasmessa per molto poco tempo. Poi, dopo l’esplosione dei Pearl Jam, MTV stessa chiese di rimontarlo così da vedere più spesso on screen Gossard, Ament e Vedder ed è quello che alla fine tutti conosciamo, anche perché fece il botto così da trascinare anche le vendite del disco fino a farlo diventare disco di platino in tre settimane. La terza versione di montaggio è stata fatta nel 2016 prima dell’inizio del minitour dei Temple Of The Dog e utilizzava per la parte audio una versione malamente rimasterizzata per l’occasione e per il video scene inedite mai utilizzate prima e alcuni “dietro-le-quinte”, potete vedere il video qua.
A proposito del regista: è il newyorkese Paul Rachman, classe 1962, regista anche del già citato Man in the box. E non solo: ha iniziato negli anni ‘80 al servizio di band indipendenti come i Bad Brains e i Mission To Burma, ma poi lentamente l’hardcore ha iniziato a sparire lasciando spazio al metal, non certo il suo genere preferito. Dopo War inside my head dei Suicidal Tendencies, all’età di 29 anni è volato a Seattle per accettare la proposta si Susan Silver di dirigere il video degli Aic: era per lui il momento di fare qualcosa di diverso in una città che, con le sue radici e con il suo fermento in quel momento, gli ricordava i suoi trascorsi nel punk e nell’hardcore.
Tre curiosità da citare (tra le tante raccontate nell’articolo):
-Chris Cornell inizialmente non dava molta importanza a Hunger strike e la considerava giusto un filler da inserire nel disco. Questo fino a che non subentrò Vedder e le sue parti vocali: la combinazione e l’interazione dei due cantanti e delle due voci risultò obiettivamente meravigliosa, così Cornell si decise a riscriverne una versione definitiva.
-Eddie Vedder non aveva mai girato un videoclip prima e aveva difficoltà a sincronizzare le labbra al cantato anche perché gli sembrava tutto troppo finto. Il problema venne aggirato grazie al suggerimento dello stesso Rachman di non guardare mai in camera e di pensare ad altro. Questo il motivo per cui Vedder guarda sempre lontano in tutte quelle immagini in cui è nell’erba alta.
-La batteria di Matt Cameron è stata danneggiata da una grandinata durante il making of del video.
Ma ora rigustiamoci tutti assieme quel video:

Iceland my dear

Oggi si parla di:
* Þórir Georg: “Pantophobic” è uscito il primo gennaio del 2017, tra un botto e l’altro (dai filmati più che a Reykjavik sembrava di essere a Napule), è un gran bel disco in cui il nostro ex-punkhardcorer sfodera una serie di pezzi molto vari e mai banali. È il tipico disco che ci si aspetterebbe da lui ma stavolta il livello è più alto che in passato e l’ascolto è davvero coinvolgente.
*Mammut: sono un gruppo di cui ho parlato pochissimo ma ogni volta che ascolto i loro dischi ne rimango conquistato perché sono bravi, scrivono grandi pezzi e non si fanno mancare niente. Il loro quarto disco uscirà a luglio e si intitola “Kinder version”, mentre il primo singolo è Breathe into me.
*Soley: “Endless summer” è il suo terzo disco, esce proprio oggi su Morr Music e che potete ascoltare in streaming qui.
*Pornopop: si sono ufficialmente sciolti e la comunicazione è stata data tre giorni fa con un messaggio su facebook. Peccato.
*Gangly: oramai fanno uscire un pezzo alla volta, quando sarà il turno del disco le saprò già tutte, come succedeva tanto tempo fa con i dischi delle piccole band che già seguivo dal vivo o di cui collezionavo ep. In ogni caso il terzo pezzo è Whole again (accattatevillo qui sotto) il quarto è Blow out (qui il video)!

La coscienza di Thurston

Qualche giorno fa è uscito “Rock n roll consciousness”, nuovo disco di Thurston Moore, la formazione che lo accompagna è la stessa del precedente lavoro, l’etichetta invece è nuova: non più Matador Records ma Harvest Records/Caroline International.
Il disco comprende 5 tracce con un minutaggio piuttosto elevato (si va dai 6 minuti ai quasi 12). Il primo singolo in realtà è uscito a fine marzo e si intitolava Smoke of dreams: un pezzo tranquillo e piacevole (sebbene non sconvolgente).
Non l’ho ancora ascoltato tutto ma lo farò appena mi arriva in formato cd. Nel frattempo sono felice del fatto che il suo tour toccherà anche l’Italia: 23 agosto a Asolo (Tv) e il giorno seguente al Festival di Radio Onda d’Urto a Brescia.

Love, love, love

“The hazards of love” (2009) dei Decemberists è uno di quei dischi che potrei ascoltare più volte a ripetizione, senza stancarmi. Si tratta di una specie di opera rock in cui Colin Meloy e soci riversano tutto il loro lato più hard blues elettrico, spietato e tagliente. Spero che in futuro si ributtino ancora in una cosa del genere visto che gli riesce benissimo. I pezzi sono tutti belli ma ce ne sono due che ogni volta mi causano un tuffo al cuore, The rake’s song (link wink wink) e The wanting comes in waves/Repaid (nella parte Repaid ci canta anche Shara Worden dei My Brightest Diamond e vince tutto):

Insalatone italiane #8

Iniziamo con uno dei dischi italiani più divertenti del 2016 e cioè “The great maybe” dei Labradors. Perché parlarne adesso? Boh, ma l’importante è ribadire che si tratta di un lavoro da ascoltare.
“Pansonica” dei Marlene Kuntz è un Ep del 2014 contenente delle nuove versioni riregistrate di 7 vecchi pezzi scritti nei primi tempi (dagli esordi a “Il Vile”) e mai entrate nei dischi. Se sono sempre state lasciate fuori dai dischi ufficiali ci sarà un perché, direte voi ed effettivamente a parte l’iniziale Sig. Niente (bella) le altre non mi esaltano (Donna L ha una storia a parte ma preferisco la versione di “Come di sdegno”).
I This Makes Us Human vengono da Roma e fanno ambient/post rock: è un genere in cui oramai è difficile smarcarsi o brillare di luce propria e nemmeno loro riescono a sottrarsi a questa maledizione con il loro disco omonimo (2017), però sono comunque bravini e si spera in una bella crescita.
Chiudiamo con i Fine Before You Came, “Il numero sette” è uscito a fine febbraio e si può definire solamente cosi: spreco totale. Sì perché musicalmente è una bomba, i pezzi sono davvero belli e i suoni pure. La voce invece va a rovinare tutto (sia per il modo di cantare oramai stra-noioso del Lietti, sia per gli effetti che ci hanno messo su). Anche loro rientrano nella mia personale categoria del “Che bello se quel disco fosse cantato da qualcun altro”.

Essere John

Il Centro Sulè di Agrate ha il suo perché ma ammettiamolo: non è proprio il posto adatto per giudicare il live di un gruppo, a causa dell’acustica tutt’altro che perfetta (almeno un paio di teli sul soffitto inclinato sopra la batteria però metteteli, sarebbe già d’aiuto per tagliare il casino riflesso dei piatti, eh). Però il concerto dei Malkovic è stato comunque molto bello e hanno dimostrato di saper suonare alla grande. Le canzoni ci sono, le capacità e l’energia pure. Se il loro Ep di 4 pezzi aveva acceso l’interesse, dopo il live sono convinto che il trio deve far uscire un disco vero e proprio quanto prima!
E sarebbe anche bello rivederli e risentirli, magari in qualche bel festival estivo.

Space is the place

The permanent rain press” è un blog che tratta della scena musicale della Cascadia (British Columbia + Washington + Oregon) e a volte sconfina anche nelle altre zone del Canada. Lo seguo da qualche mese e ho trovato alcune cose che mi sono piaciute (alcune sono finite nel post sulle insalatone oltreoceaniche), altre meno ma lo consulto oramai con costanza (e anche con Costanzo, Maurizio).
Ok, scusate.
Anyway, una delle ultime scoperte sono i Sad Birthdays, quartetto di Montreal, che a fine gennaio hanno fatto uscire “Space race”, il loro primo disco che è anche 100% DIY. E mi è piaciuto subito, con quel misto di Pavement, Elliot Smith, Lemonheads ma con l’aggiunta di tanta altra roba, in modo però intelligente e ben riuscito. Ecco il bandcamp!
Pronostico: sarà uno dei miei dischi dell’anno.