Il falò sulla spiaggia

L’ho già scritto da altre parti ma la butto lì anche sul blog: i dischi del Tweedy solista secondo me sono una noia mortale.

Vi dirò di più, su consiglio accorato di Luca/Postponed: ho ascoltato “Together at last”, disco acustico del 2017 in cui suona voce e chitarra i pezzi dei Wilco (+ 2 di precedenti progetti ma non gli Uncle Tupelo). La scaletta contiene canzoni non da poco, come Via Chicago, Ashes Of American Flags, I’m Trying To Break Your Heart o Hummingbird, solo per citarne alcune.

E anche questo è pallosissimo. Il problema è che Jeff Tweedy non ha le capacità di reggere un disco così: non ha la voce né il carisma, non possiede l’estro vocale o il talento interpretativo. Non è un Eddie Vedder, un Johnny Cash, un Tom Waits, un Nick Drake, per dire. Queste versioni fanno l’effetto di un falò sulla spiaggia.

Sto seriamente pensando che come ascoltatori abbiamo avuto una fortuna enorme: la prima parte di carriera dei Wilco è stata magica e irripetibile e il gruppo era davvero migliore della semplice somma dei singoli componenti. La forza sono stati gli arrangiamenti che hanno trasformato delle canzoni oggettivamente belle in veri e propri capolavori. E la fortuna non è stata solo nostra, ma anche sua/loro. Poi il gruppo è cambiato, l’alchimia non c’è stata più e anche la vena creativa si è decisamente ridotta. Ma Tweedy non l’ha capito e adesso dobbiamo subire tutto ciò.

Doc

Facciamo un altro giro di documentari musicali che ho visto negli ultimi mesi? Ma sì dai!

La fabbrica del rock” (in originale “The wrecking crew!”) è un documentario di Denny Tedesco del 2008 che parla di un gruppo di turnisti superfighi (chiamati giustappunto The Wrecking Crew) che negli anni 60 hanno registrato in studio i dischi di parecchi musicisti e band famose. Cioè, sti tizi hanno suonato nei maggiori dischi americani, anche sostituendo in toto la band originale se necessario. Per dirne uno: “Pet sounds” dei Beach Boys è stato suonato da Brian Wilson e da loro. Nota di colore: sono arrivato a questo documentario in più passaggi: guardo la terza stagione di “The Marvelous Mrs. Maisel” in cui compare il personaggio della bassista Carole Keene + faccio qualche ricerca e scopro che è basato su Carol Kaye + mi informo sulla carriera di Carol Kaye + scopro l’esistenza del documentario. Questo è il trailer:

Beastie boys story” (2020) è il documentario che Spike Jonze (SPIKE JONZE!) ha fatto sui Beastie Boys, partendo dalla serie di spettacoli al King Theater di Brooklyn in cui Mike D e Ad-Rock raccontano la loro storia e quella del gruppo e montandolo per bene con immagini, video, parti sonore. L’ho visto ed è bello. Molto bello. La loro storia mi era già nota, ma è super interessante sentirla raccontata dalle vive parole dei Beastie Boys rimasti in quasi due ore, in un mix di momenti divertenti e momenti da lacrimuccia (loro due per primi, io che lo guardavo). Ecco il trailer:

Se “Searching for Sugar Man” è la storia più assurda di tutte, quella raccontata da Mark Christopher Covino e  Jeff Howlett in “A band called Death” (2012) va al secondo posto (anche se con estremo distacco). In questo documentario si racconta la storia dei Death, band protopunk di Detroit formata da tre fratelli Hackney. In una città (e in un quartiere afroamericano) in cui la Motown la faceva da padrone, loro decidono di dedicarsi ad un genere che non viene considerato adatto a loro. Non vi dico di più ma la loro storia è curiosa e interessante e merita di essere raccontata.

Concludiamo parlando di punk italiano: “Mamma dammi la benza” è documentario del 2005 sul punk italiano curato dal grandissimo Luca Frazzi insieme al regista Angelo Rastelli. Un documentario piacevole, che entra nei dettagli di una primordiale storia punk nostrana di cui conoscevo tanti aspetti a grandi linee ma non nei dettagli. Si ferma al 1982, anno di “nascita” della seconda fase punk italiana. Tante interviste, tanti ricordi, tanti frammenti video. Eccolo sul tubo in formato completo:

Una sensazione comune

La sensazione comune del titolo è quella di essere un po’ sotto pressione. È una cosa che in tanti provano in questo periodo: per le troppe cose da fare oppure per quello che non si può fare, per l’incertezza su quello che succederà oppure perché non si sa se si è pronti per affrontare il futuro.

Under pressure è una canzone che non ha bisogno di presentazioni: nasce col nome di Feel like, composta solo dai Queen, poi viene rivoluzionata assieme a David Bowie in una lunga notte in studio e chiamata People on streets. Viene infine pubblicata nel 1981 col titolo che tutti conosciamo e poi inserita nel disco “Hot space” dei Queen del 1982.

Ovviamente quell’elementare giro di basso è quello che tutti si ricordano, che ha reso quel pezzo ultra riconoscibile. Du du du dudududdu. Ho sempre pensato che il punto forte di Under pressure sia in realtà un altro e cioè le linee vocali di Bowie, che danno una marcia in più e rendono il tutto immortale. Bowie fa Bowie e si erge sopra tutti gli altri, anche nel testo, sui cui ci ha messo una mano enorme. E infatti anche il duetto con Annie Lennox rimane enorme, ricordate? E poi pensateci un attimo: come può essere più attuale di così?

‘Cause love’s such an old fashioned word
And love dares you to care for
The people on the edge of the night
And love (people on streets) dares you to change our way of
Caring about ourselves
This is our last dance
This is our last dance
This is ourselves under pressure

L’altro giorno è uscita una cover fatta da due artisti che mai avrei associato con quella canzone (ma forse la forza di una cover è anche quello), e cioè Karen O e Willie Nelson. A me è piaciuta, l’hanno resa un po’ loro, un po’ contemporanea e decisamente meno queenesca. Al Duca Bianco sarebbe piaciuta, penso.

In the end we are faithless

Siamo già arrivati a ottobre, il tempo corre veloce e qui sul blog sto latitando.

Sono in fase nostalgia e ascolto dischi vecchi. Poi mi dico “Adesso basta!” e mi metto ad ascoltare novità, ma niente che mi prende particolarmente. Però continuo a consumare “bi/MENTAL” firmato Le Butcherettes e se non è il miglior disco del 2019 poco ci manca, dai.

Torno nei miei lidi, prometto che prossimamente ci sarà un post insalatonico, oppure uno sui libri musicali che ho letto nell’ultimo periodo o almeno quello sui film/documentari musicali che ho in cantiere da fin troppo tempo.

Aspettatemi che arrivo eh, devo solo trovare un momento in cui sono forte abbastanza. Nel frattempo ecco qua:

Can you hear me now?

Breaking news: nuovo singolo dei Pixies che si intitola Hear me out. Il pezzo era stato scritto e registrato nelle sessioni di “Beneath the Eyrie” ma non incluso nel disco. Ora esce come singolo.

Il pezzo è cantato da Paz <3, che ha anche co-prodotto il video (e in cui ci recita).

Canzone interessante, video molto cinematografico.

A proposito del video: Filmed in Taos, New Mexico in the middle of the pandemic, “Hear Me Out” has a classic western vibe that stars Henry Hopper, the son of late actor Dennis Hopper, and features a community of Taos-based artists (da questo articolo di Spin).

Demos – parte 1

Ho ascoltato le demo di “Dry” di Pj Harvey, quelle uscite qualche mese fa con una bellissima copertina.

Innanzitutto diciamo che ne sono rimasto piacevolmente colpito, è stato un ascolto interessante. Le canzoni sono state registrate su 4 tracce, quindi si tratta di brani composti da voce + chitarra + seconda chitarra (di vario tipo: acustica, elettrica, steel guitar) + seconda voce.

Rispetto alle versioni finite su cd non c’è alcuna differenza di struttura o di melodia del cantato. La differenza sta ovviamente nell’arrangiamento e, in alcuni casi, nella velocità: l’iniziale Oh my lover, ad esempio, è più veloce, quasi una ballad, mentre O Stella è leggermente più lenta. In tutto questo “Dry – demos” abbiamo un mood meno punk blues e più folk. A parte questo non ci sono tantissime differenze: prendete Plants & Rags e vi accorgerete che è identica, cambia ovviamente l’arrangiamento di archi e di altri suoni/rumori che ci sono nella versione ufficiale.

Quindi diciamo che Polly aveva già le idee chiare, anzi chiarissime già in partenza, l’arrangiamento è stato solo un supporto a sviluppare quel poco che mancava.

Ho trovato però la versione di Victory decisamente più bella e affascinante nei demo rispetto a quella finale, eccola qui, sentite che roba!

Hi-fi

Grazie ai miei poteri paranormali ho visto “High fidelity”, la serie tv uscita qualche mese fa con protagonista Zoe Kravitz.

Per chi non sa di cosa si stia parlando (pochi presumo) facciamo un bel passo indietro: nel 1995 lo scrittore inglese Nick Hornby pubblica “Alta fedeltà”, in cui racconta la storia di Rob Fleming, trentacinquenne proprietario di uno scalcagnato negozio di dischi di Londra chiamato Championship Vinyl, amante della musica, delle compilation (i famosi mixtapes) e delle classifiche. Il romanzo è ambientato negli anni ‘90 e inizia con Rob che viene lasciato dalla sua ragazza, per cui parte subito con una classifica (una top 5, tema ricorrente del libro) delle “cinque più memorabili fregature di tutti i tempi”, si sta riferendo ovviamente alle sue delusioni sentimentali. Il libro riscuote molto successo e probabilmente rimane il miglior lavoro di Hornby.

Nel 2000 esce un film tratto dal libro, ha lo stesso titolo e con una trama molto simile. Il regista è Stephen Frears e nella parte di Rob c’è John Cusack (perfetta la sua faccia da sfigatone). Assieme a lui altri attori famosi: Jack Black, Tim Robbins, Catherine Zeta Jones, Iben Hjejle e Lisa Bonet (famosa per essere Denise de I Robinson, ma qui ci torniamo dopo). Le differenze? Rob si chiama Rob Gordon e il negozio è a Chicago. È un buon film, ve lo consiglio.

Ok, arriviamo al 2020 quando viene messa in onda questa serie di 10 episodi in cui lo stesso Nick Hornby appare anche come produttore esecutivo. La storia viene ripresa ma con una grossa differenza e relativi adattamenti: non siamo più negli anni ’90 ma nel 2019, a Brooklyn, NY. Il negozio di dischi si chiama allo stesso modo e dietro il bancone c’è Rob Brooks. Rob che però è il diminutivo di Robyn. Sì, Rob è una donna, interpretata da Zoe Kravitz. Ovviamente si riprende il tema delle top 5, sia in generale, sia nel caso specifico dell’incipit con le storie amorose andate a male. Rispetto al libro e al film, il fatto di avere più minutaggio permette di conoscere meglio anche i personaggi secondari (i due commessi che lavorano con Rob) e altri personaggi. Il regista della quasi totalità delle puntate è stato Jeffrey Reiner (che non conosco), ma una puntata è stata diretta da Natasha Lyonne (yay!).

Ok, fin qui era la trama, adesso passiamo alle mie opinioni personali:

  • Zoe Kravitz bravissima. Ma brava tanto tanto. Personalità enorme, ottima recitazione, totalmente nella parte (e si sta parlando di una attrice/modella, non uno con la faccia da pesce lesso perfetta già in partenza come Cusak). Per la cronaca Zoe Kravitz è figlia di Lenny e di, indovinate un po’, Lisa Bonet.
  • Anche il resto del cast è di alto livello.
  • L’adattamento temporale è fatto molto bene e non è per nulla forzato, è credibile con gli anni in cui siamo. Certo, le compilation su cassetta sono scomparse e sono state sostituite dalle playlist, e via dicendo, ma tutto fila molto bene.
  • Idem per il ribaltamento maschio/femmina: tutto è costruito bene e non c’è alcun problema di confronto con le due opere precedenti, la visione risulta fresca e coinvolgente.
  • Certo, ci sono le frecciatine, le strizzatine d’occhio e le citazioni musicali, era ovvio. Ma non sono esagerate e la serie non è basata solo su quello. Se le sono giocate nei momento giusti e risultano godibili.
  • Finalmente una serie in cui c’è un po’ di amore per la musica, tanto amore.

Due cose negative:

  • una è legata un po’ ad una parte della trama, ad una storyline precisa che non mi ha convinto. Niente di grave, la serie risulta ultragodibile. Ma potrei approfondire la cosa se qualcuno l’ha vista.
  • la serie non è stata rinnovata per cui si ferma qua, ad una stagione e basta. Sigh.

Per cui, vista questa ultima notizia infelice, adesso scatta la domanda: top 5 delle serie tv composte da una e una sola stagione? Sbizzarritevi!

Nuove leve crescono

Questo 2020 è quello che, però musicalmente ci ha portato due ottimi esordi, quello degli October Drift e quello dei Dogleg. Mi sento di citare altre tre band giovani che potrebbero darci delle soddisfazioni.

La prima si chiama The Mysterines, è un power trio inglese che viene da Liverpool ed è strascinato dalla potente voce della carismatica Lia Metcalfe. Per adesso un solo ep d’esordio uscito nel 2019 e intitolato “Take control” (da ascoltare per bene!), più un paio di altri singoli, tutti ascoltabili su Spotify. Siamo dalle parti di un rock’n’roll alla BRMC, senza troppe pretese o menate varie, tirato ma non furioso. Aspettiamo un vero e proprio disco d’esordio che potrebbe promettere scintille. E vederli anche dal vivo dovrebbe essere una bella esperienza. Ecco due pezzi, Hormone (dall’ep d’esordio) e Love’s not enough (uscito recentemente solo come singolo).

La seconda band si chiama The Bobby Lees e viene da Woodstock. Hanno esordito nel 2018 con “Beauty pageant” (che devo ancora ascoltare ed è su bandcamp), mentre adesso è uscito “Skin suit” (2020) prodotto da Jon Spencer. I loro pezzi rock’n’roll/garage sono fighissimi, così come i video, per esempio ecco quelli di Guttermilk e Move, ma se ne volete altri ecco i link di Drive e Coin.

I terzi sono i Disq, anche loro giovanissimi, vengono dal Wisconsin, sono su Saddle Creek (ma sono più elettrici, distorti e rock della maggior parte dei loro compagni di etichetta) e fanno un indie rock molto interessante, in bilico tra passato e presente. Il loro disco d’esordio è “Collector” (2020), di cui in tanti hanno scritto bene e mi accodo alle lodi. Tre singoli tratti da quel lavoro, due li metto qui sotto (I wanna die che me li ha fatti conoscere e Loneliness), il terzo è Daily routine (qui il video).

New adventures in wi-fi

Ho letto questo articolo de Il Post e volevo sapere cosa ne pensate.

In realtà viene citato e tirato in ballo un articolo del New York Times (link), che mi sembra abbia però sfumature leggermente diverse, quindi rimaniamo sull’articolo in italiano, che si intitola “È sempre più difficile scoprire musica che non conosciamo” e non sono minimamente d’accordo con quello che viene detto. Il sunto del discorso dell’articolo è (le frasi in corsivo qui e oltre sono tutte citazioni):

È sempre più difficile scoprire musica che non conosciamo: sia musica nuova di generi che non frequentiamo, sia vecchia. Se in passato era facile essere esposti almeno alla musica delle generazioni precedenti, perché la ascoltavano genitori o parenti ma anche perché veniva programmata dalle radio generaliste o proposta nei negozi di dischi, oggi è molto più raro. Gli algoritmi che regolano il funzionamento delle piattaforme di musica in streaming, infatti, sono progettati per far sì che l’ascoltatore sia trattenuto in una “bolla” di musica del genere (o dei generi) che ama di più. Scoprire nuove canzoni, quindi, sta diventando sempre più complicato.

Ora, lasciamo da parte i video su youtube dove la gente dimostra pessime capacità attoriali esaltandosi come matti o stupendosi all’inverosimile ascoltando una nuova canzone (mai sopportati, finti ed esagerati e senza senso. Però magari se hai 15 anni possono piacerti, un po’ come Scherzi A Parte).

Il punto peggiore è quando viene scritto che le piattaforme di streaming (e anche le radio) sono diventate sempre più settoriali e targettizzate. Tale personalizzazione ha la funzione di offrire all’utente contenuti che possano andare incontro ai suoi gusti, ma serve che l’utente faccia lo sforzo di decidere che cosa vuole da Spotify.

Tutto ciò è chiaro, lo posso capire. Ma in che modo sarebbe peggio che in passato? Dov’è il confronto?
In passato forse si ascoltava musica nuova senza sforzi? NO
Era facile ascoltare e scoprire musica nuova? NO
Era facile accedere alla musica nuova e diversa da quella mainstream? NO

Poi si conclude dicendo che il declino dei negozi di dischi e l’estrema personalizzazione delle piattaforme fa sì che gli appassionati di musica abbiano pochi riferimenti per scoprire nuova musica.
È una frase senza senso. Se c’era un periodo in cui i riferimenti erano pochi era proprio il passato: seguire vie di ascolto “alternative” era sempre complicato per le questioni che sappiamo bene, tra cui impossibile non citare la scarsa (o impossibile) reperibilità di dischi “minori” e la difficoltà ad entrare in contatto con gente con ascolti diversi: ci si affidava agli amici degli amici, ai fratelli più grandi (per chi poteva), all’amico illuminato, al colpo di culo. Per anni ho voluto ascoltare alcuni gruppi (magari spesso citati nelle riviste) ma mi era impossibile perché non c’era modo di procurarsi il cd/cassetta/vinile, nei negozi non c’erano, gli amici non li avevano e così finiva tutto lì. Adesso se voglio cercare musica diversa posso farlo, so dove potrei trovarla, ci sono mille luoghi in cui chiedere consigli o scoprire roba mai sentita.

Poi ovvio che molti si sentono sopraffatti dalla vastità della scelta, e finiscono per ascoltare solo quello che conoscono già. Wow, molto profondo. Peccato che quella sensazione c’è sempre stata, bastava aprire una rivista di musica quando avevi 15 anni: paura e stupore, voglia di conoscere e oddio quanta roba. La questione della troppa musica disponibile è davvero interessante e dovrebbe venire affrontata per bene, non solo come gancio per una tirata sui (supposti) bei tempi andati. Su questo sarebbe da fare un articolo bello e approfondito, per capire come la gente oggi si destreggia (se riesce) tra le tante uscite, tra l’enorme quantità di musica prodotta, seguendo gusti personali e strategie che esulano dal semplice shuffle spotifyiano.

E voi, che ne pensate?

Tic-Tac-Toe

Mi piace scoprire gruppi nuovi, mi è sempre piaciuto. Non mi dispiace nemmeno se queste nuove scoperte non sono recentissime, non soffro della mania della contemporaneità a tutti i costi.

A volte mi sembra di essere un archeologo, quando mi imbatto in band meno nome ma con un buon disco da ascoltare.

A volte invece mi sembra di essere il giapponese che continuava a combattere anni dopo la fine della guerra. Mi succede quando mi metto ad ascoltare generi oramai non più di moda, magari quelle cose con il prefisso post e simili. Cose che andavano fortemente di moda (se di moda si può parlare) un po’ di anni fa. E infatti a volte mi meraviglio ascoltando dischi belli del 2005 a me sconosciuti fino a poco fa, fatti da band oramai disciolte (ne parlerò prossimamente, magari). Post-rock e math-rock sono due generi fortemente segnati dal tempo che sicuramente hanno già detto tutto ampiamente quello che c’era da dire. Ma nonostante ciò a me piace ascoltare tonnellate di roba.

Tutto questo preambolo per parlare solo di un gruppo, senza fare una lista (o un’insalatona) della tanta musica che ho ascoltato ultimamente e che è fori tempo massimo.

E quindi oggi, qui in questa sede, voglio parlarvi dei Toe, una band post-rock/math rock giapponese proveniente da Tokyo, formatasi nel 2000 e che ho scoperto assolutamente per caso. Mi sono detto “Un gruppo math rock/post rock giapponese? Ascoltiamolo, magari scopro qualcosa di altissimo livello come i loro concittadini Lite!”.

Allora mi sono buttato sulle due ultime uscite, “Hear you” del 2015 e l’ep “Our latest number” del 2018 (ma la loro discografia è più lunga e tutta ascoltabile sul loro bandcamp).

Bravi, anzi molto bravi. Effettivamente mi ricordano molto i Lite quando si attengono strettamente alla formula post/math, cosa che però non succede sempre, perché spesso prendono un’altra direzione, più psych pop. E sono anche capaci di tirare fuori un pezzo notevolissimo come questo, intitolato The latest number:

Insalatone italiane #15

E si parte alla grandissima con “Wanna dance” (2020) degli Hallelujah!, sgangherata ma adorabile postpunk / synthpunk / garage band italiana (veneta?) ma pubblicata dalla londinese Maple Death. Una bella botta, un gran del dischetto, bravissimi! Ascoltatelo qui sul bandcamp dell’etichetta.

Non male anche “Komorebi” (2020) dei Flamingo (anzi, di Flamingo, visto che si tratta di un monicker dietro cui si nasconde Lavinia Siardi), lavoro indie psych pop/rock uscito a fine febbraio e ascoltabile sul bancamp dell’etichetta WWNBB.

Ad aprile è uscito un disco dei Subsonica intitolato “Mentale strumentale” (2020), una selezione di brani originariamente registrati nel 2004 quando il gruppo era in guerra con la Mescal per rompere il contratto e mai pubblicati prima. Mi sono detto: “Ok, lo ascolto” visto che nel 2004 non erano così bolliti come adesso e in più è strumentale, quindi ci evitiamo il problema che Samuel oramai mi sta sui nervi perché non azzecca una linea melodica da una vita. Poi l’ho ascoltato e mi sono detto “Beh, è proprio il disco giusto per far incazzare la Mescal senza sbattersi troppo”. Poi ho realizzato che queste sono le tracce migliori! Chissà quelle che hanno lasciato fuori.

Passiamo al quartetto umbro post-hc Die Abete che ho scoperto grazie alla sorprendente cover di Ragazzo di strada (non ricordo come ci sono arrivato). Potenti, deflagranti, senza freni. Due dischi al loro attivo, “Tutto o niente” (2014) e “Senza denti” (2017), entrambi ascoltabili su loro bandcamp.

Rimaniamo dai gruppi che suonano ad alti volumi, ecco i Sabbia: siamo sul versante stoner psych strumentale. Per adesso ho ascoltato con grande soddisfazione l’omonimo esordio del 2017, prossimamente passo a “Kalijombre” (2018). Andate sul loro bandcamp e ditemi che ne pensate!

A proposito di dischi strumentali, è uscito “Superotto” (2020) dei Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo. Nato come progetto dalla sonorizzazione di un lungometraggio (“Per tutta la vita” di Susanna Nicchiarelli, creato assemblando materiale video risalente al periodo del referendum sulla legge sul divorzio), ora è diventato un disco vero e proprio, un po’ come è successo per i tre precedenti lavori del gruppo, ed è ascoltabile (indovinate un po’?) sul loro bandcamp.

“Whoa” (2020), secondo disco di Birthh mi ha intrigato e conquistato già al primo ascolto. Mi piace molto il suo ottimo mix di folk, ambient, indie pop, elettronica, pieno di sfumature. Questo nuovo lavoro è un passo avanti rispetto al buon “Born in the woods” (2016) e si nota ancora di più la sua evoluzione, l’apertura verso nuovi generi e le sue grandi capacità.

È uscito il primo album solista di Cristiano Godano. Si intitola “Mi ero perso il cuore” (2020). Per adesso non l’ho ancora ascoltato, l’unica cosa che ho sentito è il primo singolo, Ti voglio dire, un brano molto cantautorale in cui il buon Godano si è preso meno rischi possibili. Non male, pensavo peggio. Il problema è che mi è stato detto che è l’episodio migliore di tutto il disco.

Per la serie “Support your local artists” chiudiamo con questa cover di Stayin’ alive rifatta da Diego Potron e contenuta nel suo nuovo disco “Ready to go” uscito per Ammonia Records. Nel corso degli anni avrò visto suonare Diego in millemila gruppi e progetti diversi (se volete dopo ve li elenco, se me li ricordo tutti), passando dal rock, allo stoner, dal blues, al folk, in solitaria o con una band, a suo nome o a supporto di altri musicisti. Inossidabile, inarrestabile.

Ripescaggi #3

Come dice sempre il Bell’Uomo, il pezzo di oggi è nella top 5 dei migliori testi italiani di sempre.

Si intitola Clima-morfosi e l’hanno pubblicato i Sottopressione nel loro primo disco omonimo, nel lontano 1994, uscito per l’etichetta Vacation House.

Il testo dice così:

L’odore della lana che bagnata dalla pioggia
I brividi della gente che non ti guarda
Eppure loro non hanno quel freddo che ho
E intanto devo andare
(Non) sentite che vi chiamo?
(Non) vedete che cammino?
E intanto devo andare

Il pezzo invece fa così:

 

L’angolo della lettura

Ecco qualche consiglio di lettura a tema musicale (quattro per essere precisi). Si tratta di libri che ho letto nell’ultimo anno e mezzo ma rimandavo sempre il momento di scriverne.

*Levi Henriksen – “Norwegian blues” (2014 – pubblicato in Italia da Iperborea nel 2017): una storia semplice, un produttore, in crisi con il lavoro e con se stesso si imbatte negli anziani fratelli Thorsen (due donne e un uomo), li sente cantare e ne rimane folgorato. Vede la luce e la sua nuova missione è quella di riunire la banda, no scusate, di registrare e produrre un disco dell’ottuagenario trio. È un libro carino, molto hornbyiano (vorrà dire qualcosa?) che ho letto con molto piacere. Ma non voglio dilungarmi, anche perché su MySpiace se ne parla meglio e approfonditamente.

*Emidio Clementi – “La ragione delle mani” (2012 – Playground): nove racconti che parlano di musica in modo diverso, i cui protagonisti, ad eccezione di un paio di episodi, non sono personaggi di spicco ma gente comune: produttori, impresari, musicisti falliti, concertisti non pienamente apprezzati. Clementi presenta una galleria di corti cinematografici fulminanti, una scrittura precisa, tagliente, che di colpo ti fa piombare in mezzo a quelle scene, come nei migliori pezzi dei Massimo Volume. E come non citare quel capitolo centrale, sugli ultimi giorni di Marilyn Monroe, come a mischiare ancora le carte, diverso dal resto ma che trasuda tragica epicità. Da leggere assolutamente.

*Paolo Alessandrini – “Matematica rock” (2019 – Hoepli): tralasciando il problema del sottotitolo “Storie di musica e numeri dai Beatles ai Led Zeppelin” (che vuol dire? Tratta solo musica dalla B alla L? O dagli anni ’60 agli ’80? Mah), il libro presenta in modo coinvolgente una serie di situazioni in cui musica e matematica si incrociano. Un primo capitolo un po’ sottotono, per la verità, ma ho letto tutti gli altri con molto interesse. Magari qualche aneddoto mi era già noto (alla fine si uniscono due argomenti di cui leggo e ho letto davvero molto), tanti invece sono stati un’occasione per imparare dettagli non scontati. Io lo consiglio, può essere una lettura diversa dal solito.

*Jeff Tweedy – “Let’s go (so we can get back)” (2018 – pubblicato in Italia da BigSur nel 2019): diciamolo subito, se siete fan sfegatati dei Wilco e volete sapere i retroscena sulla composizione e registrazione dei loro dischi e quanti più dettagli possibili del loro universo musicale sarete delusi. Di musica ce n’è, certo, ma si parla sempre di una autobiografia il cui centro è il buon (buon?) Tweedy e la sua vita. Come ne esce l’autore? Non tanto bene: menosetto, piagnina, nelle pagine aleggia sempre un tono di autocommiserazione e autompatimento. Non si capisce se è un finto modesto o è davvero abituato ad autosabotarsi. Diciamolo: da quel che traspare non è proprio una persona con cui vorrei averci a che fare, ma magari è solo un problema di racconto e nella vita reale è meglio (me lo auguro per lui). La sua storia personale non è particolarmente originale: un’infanzia tranquilla e non infelice, l’amore per la musica, la necessità di accaparrarsi i dischi e i pomeriggi passati al negozio del quartiere (bellissima la parte in cui racconta come si è fatto comprare “London calling” dalla madre”). Poi gli Uncle Tupelo, l’amicizia e poi la guerra fredda e poi i ferri corti con Jay Farrar. Poi la dipendenza da droga a più riprese, la band, la moglie, i figli, i cazzi e i mazzi. E la menata della musica che ci salverà tutti (però intanto non fa un disco davvero valido da più di 10 anni, eh Jeff?) e la manfrina dei Wilco come collettivo di amici e di idee (anche se poi da quel che racconta esce che comanda solo lui e gli altri fanno al massimo gli arrangiatori. E non ci vedo nemmeno nulla di male, basta solo avere il coraggio di ammetterlo). Insomma, non la migliore autobiografia che abbia letto, però rimane interessante, ci sono dei bei passaggi, alcuni anche ottimi ma mi aspettavo decisamente di più. A lato: ho riletto quel bellissimo e vecchio post di Colas su Farrar e in poche righe mi ha dato più emozioni che le trecento e passa pagine di Tweedy (meno male che esiste WebArchive!).