Like the latest fashion

Il buon Manq (che io pronuncio ancora Manc perché fa rima con punk) mi ha coinvolto nel nuovo episodio della sua rubrica 5CONTRO5 ad argomento Offspring. Come potevo tirarmi indietro? Le regole sarebbero state di fare una playlist di 10/14 pezzi (chissà perché 14) e di scrivere qualcosa a riguardo ma ho deciso di sparigliare un po’ le carte perché sono un asshole (anche se non trendy), e I do what I want (non sempre) ma anche I do what I feel like.

Quindi adesso leggetevi tutto qui mentre io riascolto quella cassettina, perché è tempo di rilassarsi and you know what that means, a glass of wine, your favourite easy chair, and of course this compact disc playing and your home stereo. So go on, indulge yourself, that’s right, kick off your shoes, put your feet up, lean back and just enjoy the melodies. After all, music soothes even the savage beasts.

Insalatone italiane #13

E si parte rapidamente con il padovano Jesse The Faccio e il suo “I soldi per New York” (2018), indie cantautorato alternativo che ha tanto di già sentito ma almeno è molto piacevole.

Il trio bresciano Endrigo li ho scoperto grazie a Manq (thank you!) e tempo fa ho ascoltato entrambi i loro dischi (“Ossa rotte, occhi rossi” del 2017 e “Giovani leoni” del 2018): a memoria il primo mi è piaciuto di più, il secondo meno anche perché parte con una canzone che forse è il loro peggior pezzo (mai fare una cosa del genere con la prima traccia, le basi ragazzi, le basi!). Dico “a memoria” perché dovrei/vorrei risentirmeli (non mi sono affatto dispiaciuti) ma sono solo su Spotify, cosa che ovviamente non invoglia al riascolto per cui ciao.

Sono tornati i Julie’s Haircut con “In the silence electric” (2019): l’ho appena ascoltato su bandcamp e le sensazioni sono state abbastanza buone. Un po’ meno kraut rock degli ultimi lavori, tonnellate di psichedelia as usual ma sapete benissimo già adesso cosa aspettarvi, non ci sono stati stravolgimenti musicali al loro interno (vedete voi se è un bene o un male). Il pezzo migliore è quello in apertura, Anticipation of the night.

Parliamo anche di Sorge, anche se non è certo una novità: il progetto è costituito da Emidio Clementi (piano e voce) e Marco Caldera (elettronica e correlati), il loro per ora unico lavoro è “La guerra di domani” (2016). Ne parlo solo ora perché ho preso il loro cd e dentro ci sono cose molto belle, però è un po’ tutto troppo simile e un po’ di varietà non avrebbe gustato, ma sono i limiti di una parte musicale fatta così. Poi ovviamente Mimì lo si conosce bene, si sa cosa fa e come lo fa, a me piace sempre ma è chiaro che alcune volte rende benissimo, altre meno (come in questo caso). Tra l’altro mi chiedo perché un pezzo pregevole come La sera non sia invece inserito nel disco (forse l’hanno composta e registrata dopo l’uscita dell’album?).

Chiudiamo con i Noam Bleen, il cui secondo lavoro intitolato “Until the crack of dawn” (2019) è una bomba. Diciamolo subito: è a mani base tra i migliori lavori italiani del 2019 e in ogni caso tra quelli meglio prodotti e curati che ho sentito quest’anno. Bei pezzi, grandi arrangiamenti, suoni favolosi, davvero un piacere per le orecchie: è favoloso ascoltare un album che suona bene e già questo è sinonimo di alta qualità. Qui una bella ed esaustiva recensione, il disco comunque è ascoltabile sul bandcamp del gruppo quindi non tiratevi indietro.

A mio marito piace il jazz!

Si parte con un titolo che contiene una citazione perfetta per l’argomento del post tema, che unisce jazz, tassisti e divertimento. Non l’avete colta? Male, per rimediare andate in via De Coubertin!

In realtà non è necessario sapere di cosa sto parlando per gustarsi il progetto TaxiWars, side project di Tom Barman giunto alla terza uscita con “Artificial horizon” (2019) dopo il debutto omonimo del 2015 e “Fever” dell’anno seguente. Al suo fianco ancora il sassofonista Robin Verheyen, Nicolas Thys al contrabbasso e Antoine Pierre alla batteria. Il disco nuovo è notevole (è quel tipo di jazz che riesco ad apprezzare anche io per un ascolto prolungato) ed è ascoltabile gratis sul bandcamp del gruppo.

Sono anche andato ad ascoltarli nella loro data milanese del 2 novembre, inserita nella rassegna JazzMi. Un Santeria pieno di gente e di entusiasmo, un pubblico misto come si conviene: una parte già fan dei dEUS attirata dalla presenza di Barman, un’altra buona parte lì per il jazz.

Che dire? È stato un grandissimo show. Tom Barman preso benissimo, in spolvero da paura, capace di divertirsi (tantissimo) e far divertire. È sempre stato un animale da palco ma qui è ancora più fuori le righe. Gli altri tre, beh, ottimi musicisti, non c’è proprio nulla da dire. Ma la cosa che più mi è piaciuta è stata proprio l’alchimia fra tutti e 4 che è stata perfetta. Insomma, uno show che mi ha conquistato e che rivedrei ancora, dal tanto che mi ha rapito.

Insalatone #20

Si parte con un’altra gustosa infornata di dischi stranieri del 2019!

Partiamo benissimo con un disco oramai uscito qualche mese fa (a giugno): “The end of radio” degli Shellac è la raccolta delle loro due esibizioni (1994 e 2004) ai Maida Vale Studios per le John Peel Sessions. Ovviamente è assolutamente da ascoltare, anche solo per la title track che, rispetto alla già bella versione su disco, risulta ancora migliore (se li avete sentiti dal vivo è quella con l’aggiunta delle frasi su Martina Navratilova LOL), clamorosa (la trovate qui sotto). Avevo una mezza idea di comprare il doppio vinile ma al momento non posso permettermelo. In ogni caso i tre hanno anche detto che stanno lavorando al materiale per il nuovo disco (e sul profilo Instagram della band spuntano foto e video sibillini a cui metto immediatamente un cuore come unfanboy eccitato). Qui una bella intervista a proposito di questa uscita e come al solito vanno anche a ruota libera su altre mille argomenti, interessantissima come al solito.

Che dire dell’ultimo disco degli Of Monsters And Men intitolato “Fever Dream”? A parte il bel singolo Alligator (che è anche il primo brano in scaletta), il resto è di una noia e di una banalità che mi ha messo uno sconforto che non potete immaginare. Disco più noioso del 2019 secondo me. Alligator è questa (e spesso su alcune radio viene trasmessa):

A proposito di dischi noiosi: se il precedente era sul versante noioso/banale, quello nuovo di Kim Gordon, “No home record” è sul versante/noioso sbadigliante. Eh sì, cari amici, è proprio un pessimo disco e l’unica cosa che si salva sono i singoli. A questo punto diciamolo: musicalmente la Gordon non ne ha azzeccata mezza dopo i SY, se era abbastanza ovvio che dal punto di vista prettamente musicale fosse quella che meno poteva dire la sua, si sperava comunque in qualche guizzo che però non c’è stato. E tutto questo considerando anche l’inutile progetto Body/Head.

Continuiamo con le delusioni dicendo che “Anthropocosmic Nest” (2019), il secondo disco dei Messthetics, è davvero molto più debole del primo. Mi sembra davvero un passo indietro rispetto all’esordio omonimo. E con questo passiamo oltre che non c’è altro da dire.

Che dite, passiamo ascolti migliori?

“All mirrors” di Angel Olsen non è male, necessito di qualche ascolto in più ma è un sì, e sembra anche molto meglio del precedente.

Continuiamo con Jay Som, moniker della losangelina Melina Mae Duterte che ho scoperto grazie a Kepx che ogni tanto trasmette il singolo Superbike (è bello, lo metto appena sotto) e mi aveva intrigato. Il disco intero (ascoltabile su bandcamp) però non è tutto così brillante.

Stef Chura è una cantautrice rock americana molto interessante, potrebbe piacere a tanti (o forse no). Il suo disco “Midnight” (prodotto da Will Toledo/Car Seat Headrest) non è banale, non è noioso, ha un ottimo potenziale, provate ad ascoltarlo qui sul suo bandcamp.

Chiudiamo con i Fastball, chi se li ricorda? Pensavo non ci fossero più invece il trio è tornato già nel 2017 (lo scopro solo adesso). Quest’ultimo disco intitolato “The help machine” è uscito un paio di settimane fa, non è per nulla malaccio e il primo singolo è la title-track:

Let them hear Cake

Solo qualche mese fa non avrei mai pensato di vedere i Cake dal vivo e invece, direttamente da Sacramento, eccoli l’altra sera all’Alcatraz di Milano, in un concerto che inizia alle 8:30 precise senza gruppo spalla.

I Cake sono una band che seguo da parecchio, mi ha sempre affascinato la loro capacità di mischiare stili, di essere catchy senza essere banali, di coinvolgermi e di sorprendermi. E poi la voce di John McCrea e i suoi testi, ironici ma spesso anche sarcastici, con punte di acido ben dirette. Insomma una band molto più complessa e sfaccettata di quanto si potrebbe pensare fermandosi ai pezzi più famosi. Sono però una band che è sempre stata fedele al proprio sound unico e alle proprie idee.

Dal vivo sono favolosi come mi sarei aspettato, le canzoni conquistano tutti e la scaletta è soddisfacente (mi sarebbe piaciuta anche Race Car Ya-Yas ma non mi lamento). La tromba di Vince DiFiore è perfetta, John McCrea è uno showman scatenato e un personaggio straordinario: aizza il pubblico, rende partecipi tutti, cerca di far capire l’importanza del momento, se la prende con uno che continua a filmarlo mentre lui parla, non sta fermo un attimo, suona la sua chitarrina e il vibraslap (lo voglio!). E ha regalato una pianta di pompelmo.

Vorrei vederli ancora tante volte, già oggi, ma McCrea è abbastanza lapidario: See you in another life.

Ma va bene così: mi sono emozionato, mi sono divertito, mi sono commosso e per tutto il resto della serata e del giorno dopo ho avuto un grande sorrisone. Cosa voglio di più?

Se siete curiosi, la scaletta è stata questa.

Quanti libri nell’acqua per non affogare

Vi capita mai che, ad un certo punto, vi parta in testa una canzone? Ma, diversamente da Mina, non uno zum zum zum zum zum, e quindi non un qualcosa che non sapete cosa sia, né dove e quanto l’avete sentita. Sto parlando di una canzone che conoscete bene e che parte, attivata da un input esterno.

Ecco, fare il bibliotecario è bello e mi piace un sacco. Però a volte succedono cose. Tipo che prendo in mano dei libri e, leggendo il titolo o l’autore, il mio jukebox mentale si metta prepotentemente in moto. Con alcuni classici è un problema, perché mi passano spesso tra le mani.

Volete un esempio?

Beh, se scorgo una copia di “La cognizione del dolore” dell’ingegner Carlo Emilio Gadda subito parte un

Ooooooh
È un bravo figlio, maaaaa
no, non è facileeeee
capacitarseneeeee.

E trattenersi dal cantare è difficile ma mi aiuta il contesto (lavorare in una biblioteca non ti mette la voglia di cantare a squarciagola, diciamo).

Hermann Hesse e il suo “Narciso e Boccadoro” stimolano subitaneamente un

Bacia il tuo destriero
ridi Boccadoro
cheeee
la foresta è tuaaah

E via andare. Impossibile ricordarmele tutte, citiamone solo un altro paio: John Updike ovviamente scatena Ricordo, sempre dei Marlene (Un giorno la tua voce mi chiamò per dirmi: “Ti ricordi di Updike? L’ho preso ed è magnifico”). Mentre “Giuda l’oscuro” di Thomas Hardy si accompagna con quel grandissimo pezzone che è Jude the obscene dei Theraphy?.

E quindi ditemi, a voi capita mai una cosa del genere?

News varie

E tutte gustose:

* Il 25 ottobre usciranno le nuove Desert Sessions Volume 11 (Arrivederci despair) e 12 (Tightwads & Nitwits & Critics & Heels). Tutto confermato, l’etichetta sarà la Matador Records. Tra i musicisti coinvolti ci sono Billy Gibbons, Les Claypool, Stella Mozgawa (batterista delle Warpaint), Carla Azar (Autolux e tanti altri progetti), Mike Kerr (basso/voce dei Royal Blood) e Jake Shears (frontman dei Scissor Sisters). Speriamo tutti abbiano fatto abbondante uso di droga al momento delle registrazioni. E speriamo che anche questo doppio volume sia una bomba.

* Nick Cave ha annunciato su theredhandsfiles che settimana prossima uscirà il nuovo album. Si chiamerà “Ghosteen” ed è un doppio album che conterrà nella parte 1 otto canzoni e nella 2 invece tre pezzi (due canzoni normali ma lunghe e un pezzo in spoken word). Ha una copertina molto peculiare.

* Sempre ad ottobre (e più precisamente venerdì 11) uscirà il primo disco solista di Kim Gordon, intitolato “No home record”. Al suo interno nove pezzi tra cui i due recenti singoli Sketch artist (video qui sotto, ascoltatelo che è molto bello) e Air BnB (lo trovate qui) e anche quel pezzo di tre anni fa intitolato Murdered out di cui avevo parlato qui.

* Chiudiamo con un gruppo che non conoscevo per niente ma che ho scoperto tramite Kexp (oramai una delle mie migliori fonti). Si chiamano Big Thief, sono di New York, hanno già fatto uscire tre dischi e a breve uscirà il quarto (il secondo che buttano fuori nel 2019) che si intitola “Two hands” (sempre l’undici ottobre). Non ho altre info su di loro e per ora non ho nemmeno ascoltato i lavori precedenti ma mi sono comunque innamorato di questo pezzo intitolato Not:

Insalatone #19

Rieccoci qui, facciamo un po’ il punto sui tanti dischi stranieri che ho ascoltato ultimamente.

Partiamo ovviamente dall’elefante nella stanza, ovvero “Fear innocolum” (2019) dei Tool. Sinceramente io avevo aspettative bassissime e avevo paura di trovarmi davanti ad un lavoro terribile. Invece non è così male, ma soffre di tutti quei difetti già riscontrati con il singolo (e con i brani presentati live): troppo lungo, prolisso, menoso, autocelebrativo, con un Maynard sufficiente e il tutto senza quella verve che rende grande un disco. Insomma, piacevole da ascoltare un paio di volte, ma poi chi ha voglia di rimetterlo su se non come sottofondo mentre sto facendo altro?

Oggi i Wilco suonano a Milano, io non ci sarò e nemmeno ho ascoltato il nuovo disco “Ode to joy” (2019). Ho però scoperto che Jeff Tweedy ha registrato due dischi solisti contemporaneamente per poi farli uscire a qualche mese di distanza l’uno dall’altro: il primo si intitola “WARM” (pubblicato a novembre 2018), il secondo “WARMER” (uscito a luglio 2019). Si tratta dei suoi dischi solisti numero 2 e 3 (il primo era “Together at last” del 2017 ma conteneva materiale non inedito). Ho ascoltato il primo dei due ma boh, non so cosa dire, anche qui siamo dalle parti del “carino ma non lo riascolterò, comunque grazie”. Da quel punto di vista molto meglio allora “Clean” (2018) di Soccer Mommy: il disco è eccellente e lei è molto brava nel trovare belle melodie e ottimi arrangiamenti.

Tra gli album che mi sono piaciuti anche se non mi hanno fatto impazzire bisogna citare “Act surprised” (2019) dei Sebadoh e “Help us stranger” (2019) dei Raconteurs. Entrambi dei buoni lavori, onesti, apprezzabili.

Passiamo finalmente ai tre dischi che più mi sono piaciuti e che più sto ascoltando ultimamente: di “The center won’t hold” (2019) delle Sleater-Kinney non avevo dubbi, già i singoli mi avevano colpito. Ma ascoltandolo ho finalmente la conferma che è una bomba. Altro lavoro che è tra i migliori del 2019 è “This is not a safe place” dei Ride, grandissimo ritorno, in formissima e con un gran tiro. E poi oh, ma lo sapete che “Beneath the eyrie” dei Pixies mi ha stupito tantissimo? Finalmente dopo alcune uscite di dubbio gusto adesso hanno fatto davvero centro!

Chiudiamo con un recupero dei tempi andati (diciamo così): dopo millenni ho ascoltato “Flying away” (1997) degli Smoke City. Gran disco. I due singoloni Underwater love e Mr. Gorgeous già li apprezzavo tantissimo, la cover di Aguas de março è ottima e tutto il resto fila via benissimo. Straconsigliato per chi vuole un po’ di trip hop mischiato a tante altri sapori, con quell’indimenticabile retrogusto anni ’90.

Technology won’t save us

E niente, visto che oramai sono conscio che anche le auto a noleggio non hanno più il lettore cd, invece di preparare la solita compilescion estiva (pensata e organizzata con gusto e attenzione), ho preso una bella chiavetta usb e l’ho riempita di una marea di roba, un mistone da non crederci. Così da fare da sottofondo al nostro viaggio, tra una tappa e l’altra.

E infatti la macchina che ci hanno dato non aveva il lettore cd ma l’entrata usb. Mi sono dato una pacca sulla spalla da solo.

Poi il dramma.

Metto la chiavetta ed è subito “Dispositivo USB non riconosciuto”.

Non c’è stato modo di farla funzionare. Maledetta tecnologia.

Per fortuna che spesso riuscivamo a prendere una stazione chiamata Rock Fm (che nome originale eh), che ha la stessa programmazione di Virgin Radio ma senza la Maugeri, quindi decisamente meglio. Anzi, con pochissimo parlato dei dj e con pochissima pubblicità, quindi evviva. Cioè, le canzoni potete immaginarle ma almeno c’era rock senza resilienza. Ed è stato un sottofondo decente.

Ma la domanda è: la prossima volta che faccio?

Never trust a punk – Again

L’anno scorso è uscito un documentario autoprodotto intitolato “La scena (Il punk italiano degli anni ’90)”. Il trailer mi aveva lasciato sentimenti contrastanti e tanta, tanta paura. Mi aveva fatto sorgere domande e dubbi a cui ora posso rispondere poiché ho finalmente visto il film in questione. Potete farlo anche voi perché è tutto su youtube.

Prima rispondiamo ad alcune cose che avevo scritto allora come se fossero delle FAQ, poi vi dico in breve le mie impressioni sul documentario in sé.

Sembra che guardandolo bisognerà sorbirsi una serie di pipponi sul punk, il suo significato, cosa rappresenta per me, per te, per il cane, per mia nonna. Tutta roba che nel 2018 ne farei volentieri a meno visto che: 1) di documentari e libri sull’argomento ne sono stati già fatti e scritti e pure belli 2) il target di questo “La scena” è gente che di sta roba ne ha sentito parlare fin troppo (e solitamente si dicono sempre le stesse noiose cose).
I pipponi ci sono, soprattutto da parte di Marco Philopat (a sentir lui dopo il Virus è stata tutta una merda), ma in generale non sono così fastidiosi.

Spero che non la buttino troppo sulla nostalgia di quegli anni cercando di renderli più gloriosi di quello che erano (cioè poco) e esaltando i gruppi più di quello che erano (principalmente scarsi). Spero almeno in un po’ di senso critico e un bel po’ di sarcasmo.
Anche qui è andata meglio del previsto, il documentario è fatto bene, per cui vuol dire che ci sono i momenti nostalgia, ma è anche realistico, cinico e, in parte, cattivo.

Non ho capito se si parli solo di gruppi punkrock o si tiri dentro anche la scena hc italica. Direi la prima ipotesi, avrei tifato per la seconda, avrebbe reso il tutto più intrigante e variegato.
Al 90% si parla di punk rock, anzi, di alcune band selezionate (le mancanze sono molte ma non ne faccio una colpa). L’unico esponente della scena hc (e con conseguente qualche info su di essa) è Mayo dei Sottopressione e La Crisi.

Spero che nella durata finale i filmati di repertorio occupino un tempo decisamente maggiore rispetto alle interviste.

No, però c’è un buon mix tra le due cose (e ci sono le immagini di un concerto del 1996 degli Shandon al Bloom in cui suonano Videogame, Olly aveva ancora i capelli e indossava una maglietta dei Ragadi e IO C’ERO).

Spero che tali  interviste non siano fini a se stesse e non sia solo una cosa del tipo “ce la cantiamo e ce la suoniamo”.
Si sta nel mezzo, ci sono lodi e critiche.

Ma allora com’è questo “La Scena”? Ero altamente prevenuto ma si tratta di un documentario da vedere per capire almeno in parte quello che è successo in quegli anni e del perché la situazione di adesso è quella che è. È fatto bene, girato bene, e vengono dette cose notevoli (non tutte ma tante). Ci sono un paio di cose che mi sono piaciute molto, molto ciniche ma centrate:

-la divergenza di opinioni sulla scena punk degli anni 90: secondo alcuni c’era, secondo altri no. C’erano gruppi che si aiutavano amichevolmente, o forse no ma gli faceva comodo farlo e farlo credere. C’era sana competizione o forse no, alcuni si odiavano e c’era rosicamento mischiato a senso di superiorità. Le frecciate non mancano per fortuna.

-la verità sulla situazione attuale di quei gruppi: sono gente di 40/50 anni che suona una musica prettamente giovane, legata alla ribellione o comunque ad un moto giovanile contro il vecchiume, quindi provoca imbarazzo. Se ci pensate bene non hanno il minimo senso oggi, è una cosa totalmente non punk e decisamente triste. O forse c’è un altro scenario, ugualmente terrificante: il punkrock si è trasformato in una musica per adulti tendenti al vecchio, nostalgici e reazionari.

Una cosa che si poteva evitare? La serie di opinioni in stile “Vecchi che parlano dei giovani non tenendo conto che la situazione rispetto a 20 anni fa è totalmente cambiata”. L’unica cosa davvero sensata la dicono i Manges (ma non solo in questo caso, devo ammettere che in tutto il film loro si dimostrano quelli che esprimono le posizioni più interessanti e intelligenti): “Quello che adesso potrebbe essere è paragonabile a quello che è stato il punk all’epoca? Probabilmente io non ho la più pallida idea di quello che stia succedendo. Ci sono dei ragazzini che sicuramente stanno facendo qualcosa di strafigo contro il sistema e magari io me lo sentirò raccontare tra vent’anni quando sarà di patrimonio comune”.

Argh

Qualche giorno fa i Leeches hanno comunicato quanto segue sulla loro pagina fb:

Attenzione, dopo un lungo silenzio, siamo tornati per darvi una notizia.
Dopo 17 anni di concerti, dischi, amicizie e splendide serate in giro per l’Italia e l’Europa abbiamo deciso di prenderci una lunga pausa a tempo indeterminato. Questa decisione viene a causa di vari cambiamenti nelle nostre vite e scelte personali, nessun litigio o cose tragiche.
Al momento non sappiamo se e quando torneremo, ma ci teniamo a ringraziare tutte le persone che sono state coinvolte nella nostra storia, siete tante ed impossibile elencarvi tutti, grazie.
Noi per ora ci siamo divertiti ed è stato bellissimo, ci auguriamo che lo sia stato anche per voi.

E niente, ho il cuore a pezzi. Li ho visti 14 volte in 9 anni, il perché è chiaro e semplice: sono uno dei migliori gruppi italiani da vedere dal vivo. Jesus loves The Leeches and I know why!

In bocca al lupo a loro 4, sperando che tornino, prima o poi.

L’angolo delle nius

Che si dice di questi tempi?

*Mark Lanegan torna a due anni di distanza da “Gargoyle” (2017) con “Somebody’s knocking”, atteso per ottobre. Lui non riesce a stare fermo, la cosa sarebbe molto positiva senonché ultimamente la qualità ne stava risentendo. A che punto siamo adesso? Non ne ho proprio idea. Dei due nuovi pezzi Playing nero (video qui) non mi dice niente mentre Stitch it up (video fighissimo!) mi farebbe ben sperare. Chissà:

*I Messthetics sono già di ritorno a distanza di un anno dall’omonimo esordio del 2018, che gran notizia! Il nuovo disco è intitolato “Anthropocosmic Nest” ed è in uscita ad inizio settembre! In anteprima Better wings:

*Pixies: il nuovo lavoro “Beneath the eyrie” uscirà il 13 settembre. Ecco intanto On graveyard Hill, un pezzo che non dice nulla di nuovo (non è nelle loro intenzioni), però è bello e orecchiabile e con un video molto divertente:

*Sul fronte Sleater-Kinney è successo un po’ di tutto nelle ultime settimane. Viene comunicato che il disco uscirà il 16 agosto, nel frattempo viene presentato il nuovo singolo The future is here (da sentire qui) ma Janet Weiss lascia il gruppo (dopo ben 24 anni) con un comunicato di saluto il cui centro è “The band is heading in a new direction and it is time for me to move on”. Un duro, durissimo colpo perdere una batterista fenomenale come lei. Ancora non si sa chi la sostituirà in tour (e magari anche dopo), Carrie Brownstein commenta così e intanto esce anche il lyric video della title track (oh, per adesso tutte le canzoni presentate sono ottime):

*Concludiamo con i Wilco, il cui nuovo lavoro intitolato “Ode to joy” uscirà il 4 ottobre. Come sarà? Carino ma inconsistente come gli ultimi lavori? (Probabile) Torneranno ai fasti passati di tanti anni fa? (Ne dubito). Il primo pezzo in anteprima è Love is everywhere (Beware) e bisogna ammettere che non è affatto male:

Insalatone #18

Rieccoci qui.

Il primo disco dei seattleiani Honcho Poncho, uscito tre anni fa, è stato il mio disco preferito del 2016, quindi vedete un po’ voi. Ora sono tornati con “A good time”, i cui 10 pezzi sono ascoltabili sul loro bandcamp.

Il tanto atteso nuovo disco in comunione tra Calexico e Iron & Wine è arrivato. Il problema è che “Years to burn” mi scivola addosso come farebbe l’acqua sulle piume di un’anatra. Mezza delusione.

Il 7 giugno è uscito (ovviamente su HydraHead) “Final transmission”, nuovo (e sesto) lavoro dei Cave In. A quanto ho capito stavano lavorando sul disco già prima della morte di Caleb Scofield (avvenuta l’anno scorso), per cui si tratta di una specie di raccolta di demo e early take poi sistemate e mixate per farne un album vero e proprio. Era già stato annunciato (a quanto pare il gruppo aveva rilasciato un comunicato a febbraio di quest’anno) ma io lo scopro solo questi giorni. Dappertutto ne parlano benissimo, leggo recensioni molto positive e ad un primo ascolto anche a me è piaciuto.

Chiudiamo con gli Earth e i loro “Full upon her burning lips”, che è uscito già da qualche tempo (il 24 maggio) e si può ascoltare anche sul loro bancamp.  Già la copertina è un po’ una sorpresa, diversa da quelle precedenti, a sottolineare il fatto che in questo disco ci suonano solo loro due, ed infatti è solo chitarre e batteria. Se facciamo un confronto diretto con “Primitive and deadly” (2014) allora direi che non ci siamo, ma apprezzo il coraggio e alcune soluzioni. Diciamo che non è una di quelle cose che ascolterei a ripetizione.

Avere vent’anni

Si è appena conclusa la ventesima edizione del No Silenz Festival. È stata anche l’ultima edizione, non so perché questa meraviglia finisca, non ho trovato notizie (chi sa, parli!), ma di certo non per poco successo o mancanza di partecipazione.

Su 20 edizioni (suddivise in varie location) ho partecipato alla metà, e non è poco. In 10 edizioni (ma molte più serate) ho scoperto gruppi nuovi, goduto di quelli che già conoscevo, visitato posti sperduti nella bassa bresciana, mi sono stupito di un festival con un’atmosfera unica, con un’organizzazione impeccabile e con una cucina buonissima. Ho anche un poster attaccato in camera con la locandina di una vecchia edizione. Per anni ho continuato a dire che si trattava del miglior medio/piccolo festival italiano e la sua fine mi provoca un magone che non potete capire (o forse sì se ci siete stati).

Anche quest’anno sono andato per due serate, i gruppi principali sono stati:

* Massimo Volume: passano gli anni, cambiano leggermente le formazioni, la sostanza rimane la stessa. Si sta parlando del miglior gruppo italiano, lo dimostrano anche questa volta. Una scaletta incentrata sull’ultimo lavoro e una serie di assaggi di quelli precedenti. Mimì parla molto, è la prima volta che lo vedo così ciarliero sul palco, tanto che ad un certo punto dice Mi dicono di parlare tra un pezzo e l’altro e io lo faccio. Però dopo mi dicono “Ma che cazzo hai detto?”. Immensi come sempre.

* Art Brut: Eddie Argos è un trascinatore nato, un mattatore supercarismatico e dal vivo il gruppo è una macchina da guerra. Sono passati 12 anni dall’ultima volta che li ho visti ma non hanno perso minimamente smalto, anzi, forse li ho trovati ancora più in palla e trascinanti di allora. Hanno reso il parco del Palazzo Cigola Martinoni ancora più una festa, al grido di Top of the pops! e One more year!

* Toy: forse la scelta sbagliata per chiudere. Se gli Art Brut poco prima erano stati trascinanti, divertenti, coinvolgenti e frizzanti, i loro compaesani sono statici, freddi e ripetitivi, poco adatti per un finale. Ammetto di averci davvero provato, ma dopo 45 minuti del loro psych rock mischiato a post punk non ce l’ho più fatta e così per l’ultima volta mi sono avviato verso casa.

E l’anno prossimo come faremo? Mi mancheranno le strade tra i campi, il panino Machebù, il pirlo, le bancarelle, la voglia di star bene, l’amore per la musica, le magliette con gli animali, quella ricorrenza imperdibile che rendeva speciale ogni estate.

Sigh.