E ancora!

Altri quattro:
Courtney Barnett – “Tell me how you really feel”: uscirà il 18 maggio per Milk! Records (ovviamente) ed è probabilmente il disco che per adesso aspetto di più. Conterrà 10 tracce e questo è il teaser dell’album (bello!). Spero anche in un tour europeo che tocchi anche l’Italia visto che l’altra volta ci ha completamente ignorati. Nel frattempo ecco il primo pezzo disponibile, si intitola Nameless, faceless:

* Melvins – “Pinkus abortion technician”: in uscita il 20 aprile ecco l’ennesimo disco dei Melvins, in questa occasione con la partecipazione di Jeff Pinkus, bassista dei Butthole Surfers.
* Tiny Moving Parts – “Swell”: il precedente “Celebrate” (2016) mi era piaciuto parecchio e questo disco nuovo a quanto si dice potrebbe essere meglio. In realtà è già uscito a gennaio, mentre il video di Caution addirittura nel novembre scorso. In ogni caso sappiate che il disco è tutto su bandcamp.

* Tropical Fuck Storm – “A laughing death in meatspace”: a quanto pare i Drones si sono messi in pausa o forse si sono sciolti e tutto ciò dopo quel gran disco che era “Feelin kinda free” (2015). Da due membri del progetto è nato un nuovo gruppo chiamato Tropical Fuck Storm che farà uscire il proprio debutto il 4 maggio. Detto ciò, ancora non si è capito che fine hanno fatto i Drones, visto che a loro pagina fb  si è trasformata in quella della Tropical FuckStorm Records e che i video di questa nuova band vengono caricati sul canale youtube dei Drones. Mumble muble… In ogni caso ecco i tre video che promettono benissimo, Soft power è qui, Chameleon paint è questo (lol) e il terzo eccolo qui sotto:

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Altro giro, altro regalo

Andiamo Avanti con i dischi in uscita:
Dead Meadow – “The nothing they need”: il 2 marzo esce il nuovo disco del trio lisergico che segna anche il ventennale del gruppo. Non riesco a trovare molte notizie (anzi, per niente) se non il singolo, che si chiama Keep your head (gran pezzo) e si può ascoltare su soundcloud.
* The Decemberists – “I’ll be your girl”: uscirà il 16 marzo su Rough Trade, è l’ottavo disco, ed è stato descritto come “an apocalyptic dance party”, una definizione bizzarra che mai avrei associato a loro, ma ascoltando lo spiazzante primo singolo intitolato Severed potrei essere d’accordo. Dopotutto in un’intervista Colin Meloy ha detto (cito da qui) “Quando sei in una band da 17 anni, è inevitabile trovarsi a seguire ogni volta la solita routine, quindi il nostro obiettivo questa volta era quello di uscire dalla nostra comfort zone. Questo ci ha spinto a lavorare con un nuovo produttore (John Congleton, che ha lavorato anche con St. Vincent e Lana Del Rey) e ad usare un nuovo studio. Volevamo liberarci delle vecchie abitudini e darci il permesso di provare qualcosa di nuovo“.

* Math And Physics Club – “Lived here before”: quarto disco uscito il 26 gennaio, è disponibile su bandcamp. Il primo singolo si intitola All the mains are down e si può ascoltare qui.
* The Messthetics – s/t: sono la nuova band di Brendan Canty e Joe Lally assieme al chitarrista jazz/avant garde/sperimentale Anthony Pirog. A quanto pare la band in realtà si è formata nel 2016 ma non aveva ancora fatto uscire nulla fino a questo omonimo disco d’esordio (strumentale, se ho ben capito) che uscirà il 23 marzo su Dischord (e dove, senno?). Il primo singolo è Serpent tongue:

* One Dimensional Man – “You don’t exist”: in uscita il 23 febbraio su La Tempesta Dischi. Sono fiducioso, il concerto dell’anno scorso mi aveva ben impressionato e il loro set è stato un macigno. La title track è qui su soundcloud.
* Chiudiamo con Stephen Malkmus che ha fatto uscire un pezzo nuovo intitolato Middle America (a quanto pare c’è solo su Spotify, intanto vi linko questo articolo di Stereogum con anche la copertina del singolo). Si aspetta con impazienza anche un disco vero e proprio e un tour europeo (per adesso si imbarcherà in quello Us).

Parole a caso

La canzone del trailer del precedente post mi è rimasta in testa per tutto il giorno finché non mi sono messo a pensare al testo. Tutto ciò ci porta alla grande rubrica di oggi, intitolata “Evviva l’esegesi!”. State tranquilli, non la faremo tutta ma solo una parte, il resto è il vostro compito a casa.
Prima di partire una necessaria nota di contorno: la canzone è Novanta dei Duracel, gruppo veneto a me sconosciuto ma dal nome orribile, formatosi nel 2003 quindi nemmeno appartenente alla scena degli anni ’90. Valli te a capire.

-Ridatemi le All-Star!
Iniziamo subito male. Anzi, malissimo. Come ben sanno tutti (tranne i 4 componenti del gruppo) le All Star Chuck Taylor (perché al 99,99% è quello a cui si riferiscono i giovini) hanno una storia lunghissima: nascono nel 1917 e “diventarono molto popolari in seguito alla scelta del cestista statunitense Chuck Taylor di adottarle come sue calzature preferite. È per questo motivo che dopo alcune piccole modifiche nel 1932 la scarpa prese il nome attuale e le venne apposta la firma di Chuck Taylor” (cit. wiki). Nel mondo della musica si impongono negli anni 70 e 80 (qualcuno ha detto Ramones?) con una coda ad inizio anni ’90 (Cobain come icona principale). Poi sono andate scomparendo per una serie di altri motivi (commerciali, soprattutto), venendo sostituite nella scena punk da altre marche (Vans in primis). Ritorneranno negli anni zero con il revival (Strokes in testa). E con la prima frase siamo già andati fuori tema.
-Ridatemi gli anni 90!
Vabbuò.
-Con Mila, Shiro e il grunge
Ritorniamo ai paradossi temporali. “Mila e Shiro” è stato pubblicato in Giappone nel 1984 seguito a ruota dall’anime. Quest’ultimo arriva in Italia nel 1986. Quindi anche qui niente anni ’90.
-Rifatemi Kerplunk
Sì ok. Anche se “Kerplunk” è del 1992 e mi chiedo dov’erano i Duracel in quell’anno.
-Perché non vivo più
Che spleen!
-Ridatemi le All-star! Ridatemi gli anni 90,
Aridaje
-La mia verginità,
[battuta triviale censurata dall’autore]
-Ridatemi il pop-punk
Nota bene, non dicono “Ridatemi il punkrock” ma il “pop-punk” quindi Finley, Lost e cagate varie di cui fortunatamente non mi ricordo nemmeno il nome. Tutta roba ad essi coeva. E se pensate che i due termini siano equivalenti allora lasciatemi citare il “Le parole sono importanti!” di nannimorettiana memoria.
-Perché non vivo più
Bene così.

Eccoci giunti alla fine. Non c’è molto da aggiungere, le conclusioni tiratele voi.

Never trust a punk

A marzo uscirà un documentario intitolato “La scena (Il punk italiano degli anni ’90)”, scritto e diretto dai F.lli Marx (immagino non quei fratelli Marx, o almeno non penso: non ho letto recentemente notizie di un loro ritorno in vita sotto forma di punk).
In un primo momento ho detto: “Figata!”
In un secondo “Lo voglio vedereeeeeh!”
Poi ho visto il trailer e i miei sentimenti sono stati misti e contrastanti:
* Mi sono sentito vecchio (ma meno vecchio, o comunque invecchiato meno male, della maggior parte della gente apparsa nel trailer).
* Sembra che guardandolo bisognerà sorbirsi una serie di pipponi sul punk, il suo significato, cosa rappresenta per me, per te, per il cane, per mia nonna. Tutta roba che nel 2018 ne farei volentieri a meno visto che: 1) di documentari e libri sull’argomento ne sono stati già fatti e scritti e pure belli 2) il target di questo “La scena” è gente che di sta roba ne ha sentito parlare fin troppo (e solitamente si dicono sempre le stesse noiose cose. Apprezzo quindi Olly che alla domanda “Cosa ti viene in mente se ti dico punk?” Risponde “Cheppalle”. La discussione poteva finire lì.
* Spero che non la buttino troppo sulla nostalgia di quegli anni (la canzone che fa da colonna sonora del trailer mi sta già smentendo… forse) cercando di renderli più gloriosi di quello che erano (cioè poco) e esaltando i gruppi più di quello che erano (principalmente scarsi). E dico tutto ciò con l’affetto che si può provare (tanto). Spero almeno in un po’ di senso critico e un bel po’ di sarcasmo.
* Non ho capito se si parli solo di gruppi punkrock o si tiri dentro anche la scena hc italica. Direi la prima ipotesi, avrei tifato per la seconda, avrebbe reso il tutto più intrigante e variegato
* Spero che nella durata finale i filmati di repertorio occupino un tempo decisamente maggiore rispetto alle interviste.
* Spero che tali interviste non siano fini a se stesse e non sia solo una cosa del tipo “ce la cantiamo e ce la suoniamo”.
* Ho comunque voglia di vederlo, ma senza la scimmia iniziale.
Se volete delle altre info c’è la pagina fb.
Ecco il trailer:

Di scrittura, aeroplani e problemi di nausea

“The sick bag song” è una sorta di libro/diario scritto da Nick Cave nel tour statunitense dei Bad Seeds del 2014. Il titolo è dovuto al fatto che la prima stesura è stata scritta direttamente sui sacchetti del vomito delle varie compagnie aeree utilizzate per gli spostamenti (e infatti ci sono proprio le scansioni di queste prime e surreali bozze).
Non c’è una trama, o meglio, ci sono tante storie che si rincorrono, elementi che ritornano: fatti veri, immaginati, contemporanei, passati, storie on the road e incontri imprevisti, il tutto nello stile di Cave, estremamente evocativo e in bilico tra epicità e totale prosaicità.
Una lettura particolare ma interessante e indispensabile per chi apprezza il lato più letterario di Re Inkiostro. Peccato solo che l’edizione italiana edita da Bompiani sia tradotta in modo alquanto pessimo (e una copertina che non mi piace per nulla, ma quest’ultimo è un parere personalissimo).

Tabella di marcia

Altre notizie su prossime uscite:
* The Breeders – “All nerve”: in uscita il 2 marzo, è il primo disco del gruppo dopo 10 anni. Saranno anche in tour in Italia (5 giugno a Ferrara e 6 giugno a Milano).
* Buffalo Tom – “Quiet and peace”: altro gradito ritorno (il 2 marzo per la precisione) dopo 7 anni. Il primo singolo è All be gone (bello!) e lo si può ascoltare qui su soundcloud.
* Calibro 35 – “Decade”: in uscita il 9 febbraio per Kick Records, 11 tracce e una copertina favolosa!
* Eels – “The deconstruction”: in uscita il 6 aprile e conterrà ben 15 pezzi. Mr. E verrà in tour in Italia ma solo a Cesena (che palle). Il primo singolo è la title track ed è interessante:

* Fu Manchu – “Clone of the universe”: in uscita il 9 febbraio, è il loro dodicesimo disco. Sarà composto da 7 tracce, l’ultima è intitolata Il mostro atomico e durerà 18 minuti! Intanto ecco la title-track che è esattamente quello che potreste aspettarvi da Scott Hill e compari nel 2018 ma va bene così:

* Glen Hansard – “Between two shores”: in uscita domani 19 gennaio. 10 tracce e produzione affidata all’ex chitarrista dei Frames David Odlum. Il singolo è Roll on slow:

* Grant-Lee Phillips – “Widdershins”: in uscita il 23 febbraio, il primo singolo è The wilderness (e vale lo stesso discorso per i Fu Manchu):

* Jack White – “Boarding house reach”: in uscita il 23 marzo. Per lui 13 tracce, per me tanta voglia di ascoltarlo. Il primo singolo è Connected by love e promette bene:

* Yo La Tengo – “There’s a riot going on”: quindicesimo disco per l’inossidabile trio in uscita il 16 marzo con un album di 15 tracce. Attenzione, saranno anche in tour in Italia al Fabrique di Milano (15 maggio). Ecco in un unico video ben 4 tracce, Shades of blue, You are here, She may, she might e Out of the pool:

Chiudiamo con un ricordo per Dolores O’Riordan, scomparsa a 46 anni per cause ancora adesso non comunicate. Non seguivo più la sua carriera musicale già da un pezzo, ma ha scritto canzoni e dischi che ho sentito tanto e che ascolto ancora adesso. C’è bisogno di ripeterlo? “No need to argue” (1994) è un grandissimo disco e ancora adesso merita un ascolto (a parte Zombie che mi crea dei problemi a causa dell’inflazionamento, ma questo è un discorso a parte): ottime melodie e canzoni perfette, fragili ma intense. Un mix favoloso ed elegante di adolescenza e malinconia. Io non ho più trovato un disco capace di coniugare al meglio tutte queste cose. E non c’è un pezzo brutto lì dentro! Poi si può discutere sui dischi dopo (e anche su quello prima), con alti e bassi e tutto quello che volete ma ogni volta che parte questa canzone io sento un sussulto (giusto per citare un bellissimo singolone):

Tirare le somme a fine anno – 2017 edition

Ecco il consueto post festivo di liste a caso! Come ogni anno ci tengo a dire che non si tratta di una classifica vera e propria ma di un riassunto sconclusionato e per nulla serio di come è andata la mia annata musicale.
E com’è andata? Alti e bassi: pochi concerti di rilievo, tanti dischi buoni e piacevoli ma non c’è stato IL disco, quello che ho sentito allo sfinimento e che sentirò anche negli anni a venire.
10 dischi che ho ascoltato più e più volte con soddisfazione:
– The Afghan Whigs – “In spades”
– All Them Witches – “Sleeping through the war”
– Bill Jr. Jr. – “The motions” (Ep)
– Boss Hog – “Brood X”
– Crystal Fairy – s/t
– Feist – “Pleasure”
– Girls In Hawaii – “Nocturne”
– Gnod – “Just say no to the psycho right-wing capitalist fascist industrial death machine”
– Lee Ranaldo – “Electric trim”
– Spiral Stairs – “Doris and the daggers”
Altri dischi del 2017 che ho ascoltato con piacere:
– At The Drive-In – “Interalia”
– Beck – “Colors”
– Blonde Redhead – “3 O’clock EP”
– Clap Your Hands Say Yeah – “The tourist”
– Dale Crover – “The fickle finger of fate”
– Deer Tick – “Vol. 1 + Vol. 2”
– Giants In The Trees – s/t
– Isis – “Live VII 02​.​25​.​10”
– Julie’s Haircut – “Invocation and ritual dance of my demon twin”
– Last Leaves – “Other towns than ours”
– Mogwai – “Every country’s sun”
– Thurston Moore – “Rock’n’roll consciousness”
– Neutral Shirt – “2016”
– The New Year – “Snow”
– Pontiak – “Dialectic of ignorance”
– Ride – “Weather diaries”
– Þórir Georg – “Pantophobic”
– The Sad Birthdays – “Space race”
– Wept – “Dress me like I’m yours”
– Wolf Alice – “Visions of a life”
Dischi del 2017 nemmeno male ma che per un motivo o per un altro finiscono nella categoria “un ascolto e via”:
– Jake Bugg – “Hearts that strain”
– John Garcia – “The coyote who spoke in tongues”
– Kid Koala & Emiliana Torrini – “Music to draw to satellite”
– Father John Misty – “Pure comedy”
– Fleet Foxes – “Crack-up”
– Godspeed You! Black Emperor – “Luciferian towers”
– The Jesus & Mary Chain – “Damage and joy”
– Motorpsycho – “The tower”
– Spidergawd – “IV”
Gente che sarebbe pure entrata in classifica se avessi avuto modo di ascoltarli o ascoltarli un po’ di più rispetto a quello che ho fatto (lista che mi serve anche come promemoria per il futuro):
– ‘68 – “Two Parts Viper”
– Paolo Benvegnù – “3H+”
– Brand New – “Science fiction”
– Cloud Nothings – “Life without sound”
– Cut – “Second skin”
– Ray Davies – “Americana”
– Fast Animals and Slow Kids – “Forse non è la felicità”
– Guided By Voices – “August by cake”
– Havah – “Contravveleno”
– Jens Lekman – “Life will see you now”
– Lali Puna – “Two windows”
– Ork – “Soul of an octopus”
– Oxbow – “Thin black duke”
– Royal Blood – “How did we get so dark?”
– The Shins – “Heartworms”
– Slowdive – s/t
– Why? – “Moh lhean”
Il gruppo che “Ma perché non l’ho ascoltato (bene) prima?” (l’ormai noto Premio Bianconiglio):
– The Moondoggies – “Adios I’m a ghost” (2013)
Il disco “Che bello sarebbe stato se l’avesse cantato qualcun altro” (detto anche Radiohead Award):
– Fine Before You Came – “Il numero sette”
Il disco “Corazzata Kotiomkin – 92 minuti di applausi”:
– Ninos Du Brasil – “Vida eterna”
Il disco più sbagliato del 2017
– Queens Of The Stone Age – “Villains”
L’uscita più innocua del 2017
– Gone Is Gone – “Echolocat”
Il disco che “Temevo peggio ma pensavo meglio”
– Mark Lanegan Band – “Gargoyle”
I concerti del 2017 che mi hanno entusiasmato:
– Lite @ Bloom – 28/10/2017
Buon anno e che sia un 2018 pieno di grandi canzoni!

Letture per le vacanze natalizie!

Due libri a tema musicale che ho letto negli ultimi mesi:
* “Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven” di Alessandro Sesto (2015, Gorilla Sapiens) parla degli insuccessi di un gruppo di periferia. Se avete suonato un una band o se avete spesso seguito amici nei peggiori locali della provincia cronica vi ritroverete in questo divertentissimo spaccato di vita. Narrato in prima persona dal batterista, siamo coinvolti dalle disavventure tragicomiche di una scalcagnata coverband della provincia veronese, alle prese con tutto il meglio e il peggio che può capitare (l’equilibrio precario delle dinamiche di gruppo, la difficoltà nel venire pagati, le ragazze, la birra, la concorrenza, le prove) ma condito da umorismo, filosofia e da uno stile volutamente esagerato.
* “Il gruppo” di Joseph O’Connor  (2015 Guanda – Titolo originale: “The thrill of it all”) è ambientato negli anni 80 in un sobborgo di Londra. Il libro racconta la storia di due amici che fondano un gruppo (The Ships) fino a farlo diventare una pop-rock band di respiro internazionale. Da lì inizieranno i problemi (o continueranno, visto che la storia è sempre travagliata) fino allo scioglimento e alla reunion. Il romanzo è scritto bene e riesce a ricreare il mood della musica rock/new wave degli anni ’80 ma non l’ho apprezzato così tanto per alcuni grossi problemi: i due protagonisti sono davvero insopportabili, soprattutto il chitarrista che fa da voce narrante: lagnoso e troppo tira-e-molla (mentre altri componenti del gruppo –bassista e batterista- sono sicuramente più interessanti). In più al prima fase del gruppo (incontri, nascita, primi approcci, primi concerti ecc. ecc.) è scritta molto bene, poi la storia degli Ships si perde un po’ in una nuvola di approssimazione. Insomma, idealmente una specie di mash-up di “La banda dei brocchi” e “L’eroe alternativo” ma decisamente il tutto in tono minore.

You speak my language

Qualche giorno fa mi sono accorto di una cosa: se penso a dei dischi belli e cantati in italiano usciti nel 2017 non mi viene in mente niente.
Ho deciso quindi di chiedere qualche consiglio sui social,, specificando che volevo roba “di un certo livello”.
Gli unici consigli che mi sono arrivato sono: Coez, Dargen D’Amico, Edda, I Camillas e Paolo Benvegnù.
La cosa mi sembra abbastanza sconfortante anche se I Camillas mi stanno simpa e Paolone che merita un discorso a parte (in breve: ho sentito dire che un bel disco ma i precedenti due sono stati insoddisfacenti per cui ho paura).
Cercando altra roba uscita mi sono ricordato di dischi che però non ho ascoltato (e di alcuni mi ero anche dimenticato fossero usciti) quindi non so se rispondono ai criteri di cui sopra: Baustelle, Colapesce, Fast Animals And Slow Kids, Giorgieness, Le Luci Della Centrale Elettrica. L’unico che mi ispira sarebbe “Quattro quartetti” di Emidio Clementi e Corrado Nuccini, potrei partire da quello anche se so bene che si tratta di una cosa particolare (spoken word su testi di T.S. Eliot).

Dead-end street

Ho scoperto solo adesso e con poco più di un mese di ritardo che RockLab ha chiuso i battenti. È sempre una cosa triste quando un buon sito decide che è l’ora di andare in pensione. Di RockLab ho sempre buoni ricordi e non è un caso che ci ho scritto per un bel po’ di anni, tra recensioni, interviste, rubriche e tanta attività nel vecchio forum (anche quello dismesso da tempo).
In ogni caso ho conosciuto gente interessante e tanta musica buona. Rimane un’ottima consolazione, no?

Insalatone #12

Tiriamo la volata verso fine anno con tanta roba di cui non ho avuto tempo/voglia/possibilità di scriverne qualcosa prima.
* Iniziamo con “Invitation” (2017), primo disco di un nuovissimo supergruppo chiamato Filthy Friends. I componenti sono Corin Tucker (Sleater-Kinney – voce), Peter Buck (R.e.m. – chitarra), Kurt Block (Fastbacks – chitarra), Scott McCaughey (Young Fresh Fellows – basso) e Bill Rieflin (Ministry, Swans, R.e.m., King Crimson – batteria). Sulla carta una bomba, nella realtà insomma. Suona come un disco solista di Corin con in aggiunta la chitarra di Buck. Però se volete ascoltarlo è disponibile sul loro bandcamp. L’unica cosa che non ho capito è perché in tante foto promozionali del gruppo c’è Linda Pitmon (batterista e moglie di Steve Wynn) e non Rieflin, boh.
* È uscito in autunno ma “Colors” (2017), nuovo e tredicesimo lavoro di Beck è sicuramente il disco dell’estate. Anche se l’estate non c’è più. Il cambiamento dopo “Morning phase” è totale ma da lui mi aspetto di tutto.
* A dispetto delle aspettative, “Lotta sea lice” (2017) di Kurt Vile e Courtney Barnett non mi ha fatto impazzire. Diciamo che sembra un disco minore di Vile con la collaborazione della Barnett. Sembra che aver messo assieme due persone così, che le canzoni le sanno scrivere, abbia dimezzato il valore del risultato invece che moltiplicarlo. Oh, sia chiaro che rimane un album godibile ma non riesce proprio a prendermi più di tanto.
* “Every country’s sun” (2017) dei Mogwai mi e piaciuto. È un buon disco, dai. C’è da dire altro su un lavoro del gruppo scozzese dopo così tanti anni? No.
* Il quarto e nuovo disco dei Widowspeak mi ha intrigato molto, si intitola “Expect the best” (2017) ed e consigliato a chi apprezza il dream pop/shoegaze con voce femminile. Anche questo è disponibile in streaming sul loro bandcamp.
* Ho iniziato ad ascoltare i Deer Tick quest’anno: ho iniziato da “War elephant” (2007) ed è un buon album anche se un po’ troppo country in alcuni momenti per me (però contiene un bellissimo pezzo intitolato Not so dense), poi sono passato a “Divine providence” (2011) che è davvero un gran disco, mi è piaciuto decisamente di più dell’altro,  c’è dentro tanta roba, le influenze sono molteplici, il tutto è molto eterogeneo senza sembrare disunito. I pezzi sono belli e si ascolta con piacere ed è un lavoro che dimostra che i Deer Tick sono effettivamente un gruppo con una grande personalità. Dato che c’ero mi sono buttato anche sull’ultimo omonimo in due volumi, “Deer tick vol.1” e “Deer tick vol. 2” (2017) e secondo me c’è stato un errore di base: perché fare due dischi tematici quando le canzoni peggiori sono le prime del disco 1? È una cosa che ammazza l’ascolto. La seconda metà del disco 1 (un disco essenzialmente country) è godibile e il disco 2 (un disco essenzialmente elettrico) è decisamente più ispirato e frizzante: sarebbe stato meglio secondo me unire il meglio e ne sarebbe uscito un lavoro con i fiocchi.
* Chiudiamo con i Gnod e il loro “Just say no to the psycho right-wing capitalist fascist industrial death machine” (2017) che finisce per essere una delle cose più interessanti dell’anno per cui l’acquisto è consigliato se non dovuto, non ve ne pentirete. Anche questo è su bandcamp.

Alberobello

Un paio di settimane fa è uscito il primo disco omonimo dei Giants In The Trees, nuova band di Krist Novoselic di cui avevo già parlato. Dodici pezzi in bilico tra rock, country, folk e bluegrass. Suonato bene, cantato benissimo. Magari non tutto eccezionale, probabilmente non sarà il disco del secolo ma dentro ci sono tante cose belle, tra cui il secondo singolo Seed song. In ogni caso è bello risentire il potente basso di Krist in qualcosa di nuovo.

Stranger bands

Parliamo di “Stranger things”, avete presente?
Ehi tu, ma questo è un blog di musica!
Uff… occhei, allora parliamo del fatto che alcuni attori della suddetta serie tivù suonano anche in delle band! Va bene?
Sì, dai.
Ok, inziamo con Joe Keery (Steve Harrington, uno dei migliori personaggi della seconda stagione) che canta e suona la chitarra nei Post Animal, band di Chicago che suonano un rock lisergico di tutto rispetto. Ho sentito qualcosa dal loro bandcamp e non mi dispiacciono affatto, anzi! Vi lascio con il video di Special moment a fine post.
Ora passiamo ai regazzini, sì perché dovete sapere che anche Finn Wolfhard (Mike Wheeler) e Gaten Matarazzo (Dustin Henderson) hanno la passione per la musica: Calpurnia è la band di Wolfhard, hanno base a Vancouver (BC) e hanno firmato da poco per la Royal Mountain Records (quella degli Alvvays e di Mac De Marco, tra gli altri). Vedendo i video in giro sembra che il quartetto sappia suonare bene anche se non mi piace lui come canta, tanto tra poco avrà già un’altra voce.
La band di Matarazzo invece si chiama Work In Progress, sono in 6 e lui è il cantante. Siamo a livello molto più basso rispetto a Mike e mi fa un po’ ridere che le band finiscano per rispecchiare i loro personaggi in ST (precisino e più serio uno, caciarone e alla buona l’altro).
Finiamo con una curiosità: siete stati affascinati dalla serie e volete chiamare la vostra nuova band Demogorgon? Lasciate stare, esistono almeno 19 band metal con lo stesso nome. Allora volete ripiegare su Mind Flayer? Ve lo sconsiglio, esistono già i Mindflayer, experimental-noise duo in cui milita anche Brian Chippendale dei Lighning Bolt.