Going solo

Nuovo disco per il buon Jon Spencer e per la prima volta, udite udite, come solista. Si vede che dopo Pussy Galore, Blues Explosion, Boss Hog e Heavy Trash aveva bisogno di solitudine. O quasi: infatti ad accompagnarlo ci saranno Sam Coomes dei Quasi e M. Sord alla batteria. Il disco si intitolerà “Spencer Sings the Hits!”, conterrà 12 tracce e uscirà in autunno per In The Red Records.
Il primo singolo è Do the trash can:

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Habitué

Ogni anno vado al No Silenz e ogni anno dico che è il mio festival preferito. Lo scrivo sempre anche qui e allora perché non farlo anche per l’edizione 2018 visto che ci sono andato per due serate su tre?
L’atmosfera anche quest’anno era meravigliosa, il Palazzo Cigola Martinoni e il suo giardino erano sempre spettacolare, il cibo sempre buono (complimenti alla tagliata di cavallo) e i divani comodissimi (un tizio mi ha anche chiesto se la gente si porta i divani da casa o li ha messi lì l’organizzazione).
E la musica?
La prima sera:
* Guano Padano: bravi, ero curioso di vederli e non hanno deluso.
* Geoff Farina: l’ex leader dei Karate era in formato solo voce e chitarra, in un palco minimale sotto le fronde. Ha suonato un po’ di tutto, anche pezzi blues gospel. Tecnicamente perfetto, super coinvolgente.
* Cristina Donà: in tutti questi anni è la prima volta che riesco a vederla dal vivo. È accompagnata da una band grandiosa che, assieme a lei, riesce a riempire la serata di energia e passione.
La seconda sera:
* Tin Woodman: robot + ritmi danzerecci + frullato musicale, ideali per sorseggiare un cocktail stravaccati sui divani.
* Magic Wands: vengono dal Tennesse e fanno una specie di psychedelic dream pop. Mi sono piaciuti ma devo ammettere che il loro merchandising era più bello del loro live set.
* …A Toys Orchestra: sono stati davvero impressionanti. Compatti, trascinanti, variegati, con un gran tiro. Continuavano a scambiarsi di posto e di strumenti (batterista escluso). Un live di altissimo livello, probabilmente il loro miglior concerto tra quelli a cui ho assistito.

Fammelo doppio

I Marlene Kuntz terranno un evento speciale il 21 settembre ai Magazzini Generali, una serata intitolata “Il doppio”.
Ma perché questo titolo?
Il gruppo spiega così (cito testualmente): “il tema della doppia opzione ha cominciato a insinuarsi in noi in una chiave di particolare fascino, molto presente nei contesti della letteratura e del cinema: il tema del doppio o, con un tocco di esotismo in più, il Doppelgänger. Perché, in effetti, nella nostra produzione ormai ventennale molti testi hanno centrato o anche solo sfiorato l’argomento, presentando personaggi a qualche livello caratterizzati da più elementi identificativi, a volte in aperta contrapposizione”.
In realtà, a guardare bene, si chiama il doppio perché per assistere a tutta la serata bisogna pagare due volte.
Mi spiego meglio.
La serata è composta da due set:
-Un primo set acustico per 15° persone ai piani alti del locale
-A seguire un set elettrico sul palco classico.
Cioè, fin qui niente di particolarmente originale, gli Yo La Tengo che fanno questa cosa da anni.
Ma invece aspettate un attimo.
Guardate meglio.
I prezzi sono:
-20 € per il set elettrico
-35 € per entrambi i set.
Ma che meravigliosa idea, ma chi l’ha pensata? Spero che la prossima volta che l’ideatore di sta pezzenteria vada al cinema gli facciano pagare un prezzo diverso se vuole vedersi solo il secondo tempo oppure tutto il film.
Come idea, nella storia dei Marlene, è seconda solo al tour de “Il vile” in cui i pezzi dell’album erano comunque intervallati dalle brutte robe nuove.
Finiamo con la ciliegina sulla torta: la scaletta del set elettrico sarà composta esclusivamente da pezzi del repertorio la cui tematica è caratterizzata dal tema del “doppio”. Che vuol dire? Ma è chiaro, dai. Un po’ come se fosse antani.

Insalatone #15

Partiamo con i Moondoggies che ad aprile hanno fatto uscire “A Love Sleeps Deep” (2018), il quarto disco a distanza di 5 anni dal precedente lavoro. A me loro piacciono molto e questo lavoro è interessante, godibile e fascinoso. Io lo metto tra i migliori dischi dell’anno. Potete ascoltarlo interamente su bandcamp.
A proposito di dischi dell’anno come non scrivere due righe su “Tell me how you really feel” (2018) di Courtney Barnett. Parere rapido: disconeee! Parere più ampio: è il degno successore di “Sometimes” ed è un album che cresce con gli ascolti. Ha dimostrato che il noioso disco con Kurt Vile è stato un incidente ed è chiaro che là quella collaborazione non aveva palesemente funzionato. Qui invece ho ritrovato quello che avevo amato in lei e cioè grandi melodie e belle chitarre. E tanta personalità.
Sto ancora cercando di entrarci bene dentro al nuovo disco di Stephen Malkmus e i suoi Jicks. “Sparkle hard” (2018) mi piace di più bel precedente ma devo ancora assimilarlo per bene.
Chiudiamo con uno dei dischi più discussi di questo periodo: “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) degli Arctic Monkeys. Discusso perché per alcuni è un capolavoro per altri una ciofeca. Premessa uno: non sono uno dei miei gruppi preferiti ma un ascolto finisco sempre per concederlo. Premessa due: l’ho ascoltato solo una volta. E secondo me è la conferma che gli AM sono un gruppo che a poco a poco sta alzando il tiro e sta mettendo molta più complessità nella scrittura delle canzoni. Mi sembra la cosa più interessante che hanno fatto finora ma magari finisce che mi annoio in tempi brevi (un po’ come è successo con il resto della loro discografia).

L’aggiornamento sulle uscite

* Jeff Ament – “Heaven/Hell”: Jeff Ament è una di quelle persone che se non suonano stanno male, visti i numerosi progetti in cui continua ad essere coinvolto. E infatti ecco il nuovo progetto solista (a nome semplicemente Ament), il disco è uscito il 10 maggio e si intitola “Heaven/Hell”. Il primo singolo è Safe in the car, in cui compaiono come ospiti Angel Olsen (ai cori) e i compagni di scorribande Matt Cameron e Mike McCready:
* Comaneci – “Rob a bank”: nuovo lavoro in uscita oggi su Tannen Records per un duo trasformatosi definitivamente in trio. Non l’ho ancora ascoltato ma è già su Spotify!
* Yawning Man – “The revolt against tired noises”: in uscita a luglio (se ho capito bene) a cui seguirà un tour europeo che toccherà anche l’Italia (ben 7 date per adesso, bravi!). Il disco sarà composto da 8 tracce, di cui 6 strumentali e 2 con alla voce Mario Lalli. Una di queste è Catamaran, famosa per essere stata coverizzata dai Kyuss e inclusa in “…And the circus leaves town” (1995).

I heard our song on the radio

Ad agosto 2017 (il 18 agosto, ad essere precisi) Pj Harvey ha suonato ad un festival a Saint Malò chiamato La Route Du Rock Festival. A quanto pare l’intero suo set è stato trasmesso da una radio francese, presumo affiliata al festival, ma non ho trovato altri dettagli in merito. La cosa interessante è che qualche benefattore ha registrato il tutto (compresi gli sparuti e brevi commenti della dj) e l’ha messo a disposizione.
L’ho trovato per caso in uno dei peggiori bar di Marsiglia e devo dire che si sente anche ad una qualità più che accettabile. La scaletta è bella (la trovate qui) e mi ricorda molto ovviamente la data di Milano del The Hope Six Demolition Project Tour.
Se vi capita, cercatelo e provate ad ascoltarlo.

On the second day I brought her a flower

Sebbene consideri la versione su disco inarrivabile, provo un grandissimo amore per questa versione live di Where the wild roses grow dove la parte femminile è interpretata da Blixa Bargeld che canta leggendo il testo sul booklet del cd, mentre Nick Cave ogni tanto lo abbraccia, gli dona un fiore (ovviamente), si muove a tempo assieme a lui come solo il tuo miglior amico di un tempo può fare.
Quegli sguardi, quell’alchimia, quella bromance.

Insalatone #14

Partiamo con “Devotion” (2017), secondo disco delle svedesi Pale Honey che mi ero appuntato tempo fa nella mia lista di cose da ascoltare ma non ricordo esattamente da chi proviene il consiglio. In ogni caso è un buon disco quindi grazie al misterioso consigliere.
Di Anna von Hausswolff ne avevo sentito parlare bene ma non la conoscevo per cui ho ascoltato “Dead magic” (2018) con grande curiosità (anche se è in lizza per la copertina più brutta del 2018). Devo dire che sono soddisfatto a metà, nel senso che le prime tre tracce mi sono piaciute parecchio, le ultime due no, ma a quanto pare è un problema prettamente mio. Vabbè.
A proposito di problemi miei, è uscito a sorpresa e dopo 15 anni il nuovo disco degli Sleep intitolato “The sciences” (2018): è un inno alla psichedelia, allo sludge/stoner e alla marijuana, è piaciuto a tutti e anche io l’ho apprezzato ma ho avuto problemi ad ascoltarmelo tutto. Perché? Sto invecchiando? Può darsi, anzi, è probabile, in ogni caso è evidente che io faccia sempre più fatica ad ascoltare musica del genere su disco (dal vivo invece mi entusiasmo ancora come un ragazzino).
Continuiamo con “Eat the elephant” (2018) degli A Perfect Circle, un gruppo di cui ho amato sempre e solo delle canzoni singole ma mai apprezzando a pieno un disco intero. Di quest’ultimo poi la traccia migliore è la prima, vedete voi che fare.
Per puntare sull’ottimismo parliamo almeno di due dischi che invece sono ottimi, uno vecchio e uno nuovo. quello nuovo è “I’ll be your girl” dei Decemberists: la stato sbandierata svolta c’è stata (il singolo Severed è uno dei pezzi forti del nuovo corso) ma solo in parte e sono riusciti ad amalgamarla bene con il loro tipico suono. Soprattutto qui dentro c’è una cosa che nel precedente mancava: degli ottimi pezzi. Per adesso uno dei dischi dell’anno.
Chiudiamo con i Black Rebel Motorcycle Club: è vero che è uscito il disco nuovo, ma non è che abbia particolare voglia di affrontarlo. Però, peeeeeeeeeeeroooooooò (Pierpiero style), ho sentito “Howl” (2005): non l’avevo mai ascoltato prima se non per un paio di pezzi e… cosa mi sono perso! Davvero bello, ricco di blues, di sfumature affascinanti e di pezzi ben riusciti.

Sporchi e veloci

Oggi è il Record Store Day e per l’occasione uscirà un vinile dei TAD contenente pezzi mai pubblicati in precedenza! Si intitola “Quick and Dirty” ed è diviso in due parti:
* la parte “quick” contiene 6 tracce registrate nel 1999 a Seattle durante due sessioni in studio. La formazione era allora composta da Tad Doyle, Kurt Danielson e dall’allora nuovo batterista Mike Mongrain.
* la parte “dirty” è composta da 5 pezzi registrati live al Crocodile Cafè di Seattle nel 1995. Il gruppo comprendeva Tad Doyle, Kurt Danielson e Josh Sinder.
Si può ascoltare anche sul loro bandcamp!

Tuo prigioniero, babe

Quello che manca da parecchio nella tv italiana è un programma di musica; in cui quindi si parli di musica in un certo modo, in cui si faccia suonare gente, in cui si tocchino certe tematiche. Questo buco c’è da parecchio e nonostante i mille canali del digitale terrestre siamo al punto di partenza.
Una partentesi felice però è rappresentata da “Ossigeno” di Manuel Agnelli e le sue 5 puntate andate in onda in seconda (o terza? Boh) serata su Raitre. Un programma un po’ vecchio stile, con il pubblico e il bar, con la gente seduta a caso in giro un po’ che partecipa e un po’ no (Roxy Bar + Supersonics + Drive-In). Ospiti variegati sia musicali (Joan As A Police Woman, Ben Harper & Charlie Musselwhite, Emidio Clementi, Editors, Gizmodrome, Le Luci Della Centrale Elettrica, Brunori Sas, Zen Circus, Ghemon) che non (Gipi, lo scrittore Paolo Giordano, l’attore  Claudio Santamaria che ha anche cantato Gouge away dei Pixies, lo storico d’arte Claudio Strinati, Paolo Bonolis) e naturalmente Agnelli che fa da mattatore suonando pezzi degli Afterhours e alcune cover scelte bene  (Nick Drake, Springsteen, la recitazione di un pezzo tratto da “Urlo” di Allen Ginsberg sui suoni e rumori di Xabier e, perché no, anche un po’ di Schubert). Gli arrangiamenti di Rodrigo D’Erasmo sono stati la ciliegina sulla torta.
Insomma, un po’ un contenitore pieno zeppo di argomenti che però sono stati un po’ soffocati dalle tempistiche strette, da interviste a volte riuscite (Vasco Brondi su tutti ma anche Dario Brunori e Gipi) altre no (Joan Wasser e i Maneskin) e dal fatto che Agnelli non è un conduttore (ma se la cava abbastanza bene).
Un esperimento che in tanti hanno definito autoreferenziale e autocompiacente, l’importante è che sia un esperimento riuscito. Per me lo è e speriamo che la cosa venga ripetuta ancora in futuro perché ricordatevi: manca in tv un certo tipo di musica e un certo modo di parlarne e da come vanno le cose sembra che mancherà per parecchio.
Se non avete visto “Ossigeno”, potete tranquillamente recuperarlo su RaiPlay.

The reality check is in the mail

I Cave In sono un gruppo con cui ho un rapporto strano: li ho seguiti solo per un breve lasso di tempo, giusto il tempo per un disco e un Ep, poi li ho abbandonati. Era un periodo in cui la band non era nemmeno ad inizio carriera, ma certamente in un momento di grosso cambiamento (poi diventata grossa confusione).
Sto parlando del periodo 2000/2003: dopo due dischi post-hardcore esce nel 2000 “Jupiter” e ne parlano in tanti, le recensioni che leggo in giro mi incuriosiscono anche se continuano a citare come riferimento gli U2 (cosa che non ci ho mai visto nemmeno di striscio, per fortuna). Il disco è oggettivamente una bomba, le 8 tracce sono tutte favolose e la band riesce a mischiare tante cose in modo egregio.
Da lì le cose si fanno rapide: nel 2002 esce l’Ep “Tides of tomorrow” (altro ottimo lavoro) ma i Cave In lasciano la Hydrahead e si accasano con la RCA. Nel 2003 li vedo da vivo, fanno un gran concerto anche se molto corto (un’ora circa) e Stephen Brodsky si giustifica dicendo che vocalmente non riesce a reggere di più. Va bene così anche perché:
1) ricordo di essermi divertito un casino,
2) hanno chiuso con una cover di Drain you dei Nirvana (eravamo al Bloom dopotutto)
3) dopo lo show ho intervistato il batterista.
A marzo dello stesso anno esce “Antenna” ed è un disco che non mi ha mai convinto. Più o meno consciamente decido di lasciarli perdere ma continuo a riascoltarmi quelle due uscite che mi sono piaciute tanto (lo faccio ancora, ci sono affezionatissimo). Nel frattempo ritornano rapidamente all’etichetta madre, fanno uscire dischi, si sciolgono, si riformano, continuano a fare cose.
E poi si arriva a mercoledì scorso, giorno in cui il bassista Caleb Scofield perde la vita in un incidente automobilistico: aveva 39 anni.

Insalatone italiane #10 aka Il Recuperone Italico

Anche qui siamo ancora all’anno scorso, sigh. Iniziamo con “H3+” (2017) di Paolo Benvegnù: il titolo è orribile, il disco invece è bello, il migliore della trilogia delle H, gli altri due erano “Hermann” (2011) e “Earth Hotel” (2014).
Mauro Ermanno Giovanardi continua nella sua tradizione di interprete, questa volta ripescando a piene mani negli anni ’90 con “La mia generazione” (2017), un disco che contiene 13 cover e molti ospiti. Mi è piaciuto il tentativo di fare delle versioni che diano qualcosa in più o di diverso dai pezzi originali, tutti importanti e di rilievo. Il risultato però alla fine è il solito: una cosa più interessante per chi la fa rispetto a chi la ascolta.
“Orfeo l’ha fatto apposta” (2017) di Pietro Berselli è molto interessante, mi ha ricordato gli Albedo quindi se vi va ascoltatelo qui su soundcloud.
Chiudiamo con “Quattro quartetti” (2017), disco in collaborazione tra Emidio Clementi e Corrado Nuccini in cui vengono messi in musica dei componimenti di T. S. Eliot: un lavoro certo non facile ma di grandissimo spessore e probabilmente il miglior disco italiano dell’anno scorso (qui su ImpattoSonoro c’è una bella recensione ).