Fare il pieno di musica e sorrisi

Voglio parlare di due festival che hanno una cosa in comune: non è la location, né il tipo di proposta musicale.

Ma allora cos’è?

La capacità di far sentire a casa la gente che vi partecipa, come una festa tra amici veri, piena di momenti che ti scaldano il cuore. C’è quella sensazione di stare bene e la frase che ho ripetuto di più in quei frangenti è “Che bello essere qui”.
Insomma, in Italia non saremo capaci di fare i grossi festival o le rassegne (se siete andati o avete testimonianze di prima mano, tra token, organizzazione scandalosa, spazi e tempi gestiti male, prezzi folli, eccetera… beh sapete di cosa parlo), però ad un livello più piccolo ci sono delle cose favolose.

I due festival sono l’A Forest Festival e il Punk Rock Raduno, ma sicuramente ce ne sono altri in giro che riescono ad avere quell’atmosfera rilassata e un mood felice. E sono pure gratis.

L’A Forest Festival si è tenuto a Cigole a giugno, è stata la prima edizione ma in realtà nasce in completa continuità con il mitico (e da me stra-amato) No Silenz Festival, che per tante edizioni ha allietato e movimentato le estati della bassa bresciana. La capacità di scegliere e selezionare band e progetti musicali interessanti è rimasta inalterata. Anche il luogo è rimasto lo stesso, il bellissimo parco della Villa Cigola Martinoni, così come la decisione di avere un festival completamente gratuito, un ottimo servizio ristorazione, bancarelle non banali e un’atmosfera incredibile.
Sono riuscito a partecipare alla terza e ultima serata, quella di sabato 11 giugno. Sul palco si sono alternati tre gruppi che non conoscevo ma che ho apprezzato. Ma che bella questa cosa che posso fidarmi al 100% della scelta di un festival sapendo che, chiunque suoni, il livello sarà alto?
Le tre band in questione sono state capaci di entusiasmare il pubblico in tre modi completamente diversi: gli Xwit con il loro alternative rock psichedelico, l’indiepunk / garage dei Jackson Pollock, il trip avant garde / math / psych degli americani Horse Lords, hanno reso questa prima edizione indimenticabile.

Settimana scorsa invece si è tenuta la quinta edizione del Punk Rock Raduno, a Bergamo, organizzato dai ragazzi dell’Edonè. Anche in questo caso sono riuscito ad assistere all’ultima giornata (la quarta, quella di domenica 17 luglio) ma, diversamente dal caso precedente, sono andato specificatamente per vedere i Bobby Lees, un giovanissimo quartetto che nel 2020 ha esordito con “Skin suit”, prodotto da Jon Spencer, e che recentemente ha pubblicato su Ipecac l’EP “Hollywood Junkyard”.I 4 ragazzi di New York non mi hanno deluso: il loro set è durato solo mezz’ora ma è stato infuocato, coinvolgente e ci ha lasciato senza respiro, pieni di adrenalina e con la voglia di vederli ancora, al più presto possibile, in un concerto più lungo. Speriamo tornino presto da queste parti!

Insomma, complimenti agli organizzatori, agli addetti ai lavori, ai ragazzi che si sono occupati della cucina, del bar, i gestori delle bancarelle e dei banchetti, e a tutti quelli che mi hanno fatto passare dei momenti fantastici e mi hanno fatto fare il pieno di musica e sorrisi. Questi sono i motivi per cui amo i piccoli festival fatti bene, col cuore ma anche con tanta testa e professionalità. E, voglio ricordarlo, sono stati due festival ad ingresso completamente GRATUITO!

E voi, avete piccoli/medi festival che amate particolarmente?

Insalatone italiane #17

Ho saltato completamente aprile, è bastato un battito di ciglia ed eccoci a metà maggio. Nemmeno mi ricordo che musica sto ascoltando, colpa di ascolti spezzettati e poco tempo.
Ne dico alcuni a caso, se la memoria mi aiuta, partendo da cose ascoltate oramai tempo fa.

Ad esempio il primo lavoro di Joan Thiele, l’EP omonimo del 2016, quello in cui ancora cantava in inglese (ed era sotto contratto con Emi). Fun fact non troppo fun: lei era il primo nome che volevamo intervistare per EP ma non siamo riusciti a contattarla: su Instagram (l’unico social che usa oramai) ci ha ignorato a più riprese, altre vie non ne abbiamo trovate. Se siete in contatto con lei fatemi un fischio, le domande le abbiamo già pronte da 8 mesi.

Ho rimesso su dopo tanto tempo il primo disco di Motta, “La fine dei vent’anni” (2016) e non me lo ricordavo così bello.

E a proposito di dischi belli, ho comprato il cd di “Numero deux” (2001), bellissimo lavoro di quel progetto chiamato Dining Rooms. Favoloso.

Spostandoci in lidi più recenti “Canale paesaggi” (2020) dei Post Nebbia mi è piaciuto: è moderno ma non solo, è un bel miscuglio di tante cose ma dosato alla grande.

Spano invece è un progetto del 2021 di musica ambient costituito da Paolo Spaccamonti e Fano, da ascoltare.

Vi consiglio anche “DeSidera” di Cristina Donà, uscito a fine 2021, che poteva entrare facilmente in tante classifiche, ne sono sicuro.

Chiudiamo con le Gogoponies, che finalmente hanno fatto uscire musica in formato, dopo anni di concerti e merchandising meraviglioso (l’avete letto questo articolo, vero?). Il disco si chiama “The greatest” e per l’acquisto propongono anche dei gustosi bundle, io ho optato per quello vinile + cd e sono molto contento. Attenzione: il cd contiene 4 pezzi in più rispetto al vinile che non si possono perdere!

And the rain runnin’ down

Non ho mai nascosto il mio amore per quella che considero la più bella one hit wonder di tutti i tempi: ’74-’75 dei Connels. Canzone grandiosa oramai per me non più separabile da un video famoso e iconico (link per chi non se lo ricorda, anche se è una versione di qualità indegna).

Il video è stato girato nel 1993 alla Needham B. Broughton High School a Raleigh (Carolina del Nord), città natale della band, e presenta membri della classe del 1975 grazie ad un mix di immagini d’epoca dell’annuario e filmati recenti delle stesse persone a quasi 20 anni di distanza.

Vent’anni sono tanti, vero?

Quel video mi è sempre piaciuto, fin da quando l’ho visto la prima volta su Mtv, a metà degli anni ‘90. Col passare del tempo il mio apprezzamento ha continuato a crescere: mentre diventavo più grande (e più vecchio) mi sembrava di comprenderlo meglio e contemporaneamente di accusare sempre di più il colpo e il significato che quelle immagini mi trasmettevano.

Adesso comprendo meglio quei quasi 20 anni passati.
Guardare adesso quel video per me è struggente, perché ho capito (e imparato a mie spese) come il tempo passa e incide sulle persone, ho compreso come le vite cambiano, si trasformano, si modificano, spesso in modo imprevisto e non felice.

Ma sapete cosa è ancora più struggente?

Ebbene, nel 2015, per celebrare il 40° anniversario della classe 1974-1975, è stato pubblicato una nuova versione del video, in cui vediamo i membri del gruppo e le stese persone nel 2015, 22 anni dopo l’uscita del video originale.

Un mix che ci mostra:
-i ragazzi del 1975, quando avevano (circa) 20 anni
-gli adulti nel 1993, a 38 anni
-gli stessi, ancora più adulti, a 60 anni.

Il video è devastante e lo scorrere del tempo è inesorabile, sia per chi è presente, sia per chi nel frattempo se n’è già andato. Immagini che, in poco più di tre minuti, spiegano benissimo cos’è la vita e ti fanno capire cosa sono 40 anni per una persona. Mentre lo guardo mi riempio di domande sul futuro e di strette allo stomaco.

Un video da lacrime agli occhi e groppo in gola.

When I look on in your eyes then I find that I’ll do fine
When I look on in your eyes then I’ll do better

Blues funeral

Ce lo aspettavamo 10, 15, 20 anni fa. Ma non l’altra sera.

La notizia ci ha preso impreparati: in quel 22 febbraio, a 57 anni, Mark Lanegan ci lascia.

Quanto ti abbiamo preso in giro in tutte quelle volte che ti abbiamo visto live: trascinato sul palco in condizioni pietose, posizionato al microfono sempre allo stesso modo, una mano sull’asta, l’altra sul microfono, ciondolante. Riaccompagnato via alla maniera di un ultra-novantenne.

Però quando aprivi bocca nessuno aveva l’intenzione di fiatare.

La tua voce ci lasciava senza parole.

Quelle volte con i Qotsa, quelle volte solista, quella volta con i Gutter Twins. Quella bizzarra volta nei bis di un concerto degli Afterhours, col tuo amico Greg Dulli. Tutte occasioni live che non si dimenticano.

Tante situazioni di risate e sospiri. E niente, sto guardando quella vecchia puntata di Mtv Supersonics, era appena uscito “Field songs”. Ricordo quella puntata come fosse ieri, non la vedevo da quella volta, 21 anni fa.

Another life, another album

Finalmente i Seabear hanno annunciato la data di uscita del nuovo disco. Si intitolerà “In another life” e uscirà il primo aprile 2022 per Morr Music.

Conterrà Waterphone, il singolo uscito nel 2019 (allora ne avevo fatto un post, si pensava al 2020 come uscita del disco poi vabbè, sono successe cose) e soprattutto Parade, il nuovo bellissimo singolo che metto qui sotto.

Ho aspettato per 12 anni questo momento. Eh sì, così tanti ne sono passati dal meraviglioso “We built a fire”.

Piccolo sfogo: la band consiglia di ordinare il loro disco tramite Bandcamp oppure Anost (un online store indipendente di Berlino). Il cd costa 14,99 €. I costi di spedizione di entrambi sono 7,99 €. Cioè. Più della metà del costo del cd. Ma è normale che una spedizione dalla Germania cosi così tanto? Sono sconvolto.

Letting the cables sleep

Qualche anno fa ho fatto un corso per Tecnico del suono. È durato parecchio, una sera a settimana per due anni (tolti i periodi vacanzieri).

Ho imparato molto, sia nella parte squisitamente tecnica sia in termini di apertura mentale e capacità di ascoltare veramente. Non è stato solo un corso da fonico ma anche di educazione all’ascolto.

Tra le tante cose che ho appreso ce n’è una che utilizzo spesso, anzi spessissimo. Forse può sembrare una cosa banale ma è uno degli insegnamenti più semplici ma anche più pratici che mi hanno mai dato ad un corso: come arrotolare un cavo (e come invece NON arrotolarlo. Le prime parole del maestro sono state: “se provi a farlo usando il gomito ti strozzo“).

Sapete arrotolare un cavo facendo in modo che non si rovini la parte interna e che quindi faccia il suo lavoro per molto tempo? Non è difficile, basta avere qualche dritta e esercitarsi un pochino. Alla fine risulta pure divertente.

Da allora arrotolo in modo veloce gli auricolari, il cavo del trasformatore del portatile, il cavo della chitarra, quello del phon, la prolunga, quello della ciabatta, ma è applicabile anche a qualsiasi cosa simile (la corda per saltare? Ma certo!). Insomma, avete capito, è una cosa utile per tutti, non solo per musicisti e esperti del settore.

Sembra strano, ma ogni singola volta che eseguo quella combinazione di gesti e metto in pratica quel piccolo insegnamento mi ricordo in automatico del corso e di chi l’ha tenuto.

(volevo mettere un video a corredo del post ma purtroppo non ne ho trovato uno che mi soddisfi in pieno)

Tirare le somme a fine anno – 2021

Ecco il consueto post festivo di liste a caso! Come ogni anno ci tengo a dire che non si tratta di una classifica vera e propria ma di un riassunto sconclusionato e per nulla serio di come è andata la mia annata musicale.

È stata un’annata con pochissimi concerti, questo si sapeva. Ho anche ascoltato pochissimi dischi rispetto a quanto avrei voluto.

La cos buona di questo 2021 è la partenza del progetto Extended Play, di cui sono strafelice (se volete scrivere qualcosa per noi fatemi un fischio!) e a cui ho dedicato gran parte del mio tempo libero e delle mie forze residue.

Basta con le chiacchiere, iniziamo!

Dischi che ho ascoltato più e più volte con estrema soddisfazione:

  • Damon Albarn – “The nearer the fountain, more pure the stream flows”
  • Bachi Da Pietra – “Reset”
  • Black Country, New road – “For the first time”
  • Cmqmartina – “Disco 2”
  • Toe – “DOKU​-​EN​-​KAI” (live)
  • Dry Cleaning – “New long leg”
  • Teenage Joans – “Taste of me” (Ep)
  • Yuppie Flu – “Hold on” (Ep)

Altri dischi del 2021 che ho ascoltato con piacere:

  • The ’68 – “Give one take one”
  • Amiina – “Pharology” (Ep)
  • Courtney Barnett – “Things Take Time, Take Time”
  • Vasco Brondi – “Paesaggio dopo la battaglia”
  • Nick Cave – “Carnage”
  • Dirty Thompson – “God of Spinoza”
  • Godspeed You! Black Emperor – “G_d’s Pee AT STATE’S END!”
  • Low – “Hey what”
  • Low Roar – “maybe tomorrow…”
  • Martha’s Vineyard Ferries – “Suns Out Guns Out”
  • Notwist – “Vertigo Days”
  • Spano – s/t
  • Squid – “Bright Green Field”
  • Laura Stevenson – s/t

Dischi del 2021 nemmeno male ma che per un motivo o per un altro finiscono nella categoria “un ascolto e via”:

  • Clap Your Hands Say Yeah – “New fragility”
  • Mogwai – “As the love continues”
  • Pinegrove – “Amperland, NY”
  • Foo Fighters – “Medicine at Midnight”

Gente che sarebbe pure entrata in classifica (o forse no) se avessi avuto modo di ascoltarli o ascoltarli un po’ di più rispetto a quello che ho fatto (lista che mi serve anche come promemoria per il futuro):

  • Billy Jr. Jr. – “Homebody”
  • Black Midi – Cavalcade
  • Elbow – “Flying Dream 1”
  • Johnny Marr – “Fever Dreams Pt 1”
  • Parquet Courts – “Sympathy For Life”
  • Snail Mail – “Valentine”
  • Tomahawk – “Predators and Scavengers”
  • Turnstile – “Glow”
  • Wet Leg – s/t
  • Wolf Alice – “Blue Weekend”

Il disco che “Anche meno, dai!”:

  • Iosonouncane – “Ira”

Il disco che non ho capito se lo salvo oppure no:

  • Sleater-Kinney – “Path of wellness”

L’uscita più innocua del 2021

  • Royal Blood – “Thyphoons”

Il disco che “Mi aspettavo decisamente di più”

  • Giardini Di Mirò – “Del tutto illusorio”

Buon anno e che sia un 2022 pieno di grandi canzoni!

Ciao Marco

Le notizie che non vorrei mai scrivere: qualche settimana fa se n’è andato a soli 41 anni Marco Trinchillo, fotografo e soprattutto polistrumentista negli Amycanbe. È morto nel sonno.

Ho da sempre seguito e amato gli Amycanbe, fin dai loro esordi. Voglio ricordarlo con questa bellissima versione live di Andy’s shoes in cui Marco è alla batteria.

Fermi tutti!

Dopo 12 anni (l’ultima uscita è stato l’ep “Sensitive” del 2009) sono tornati gli Yuppie Flu, con un Ep di tre pezzi intitolato “Hold on”.

È uscito il 15 novembre e da allora lo sto ascoltando a ripetizione e mi sembra di essere tornato alla metà degli anni zero.

“Frgile forest” è l’ultimo full lenght, uscito del 2008, ma il mio cuore è tutto per “Toast masters” (2005) e “Days before the day” (2003).

Quanto li abbiamo amati, quanto abbiamo desiderato un ritorno.
Quanto li sto amando ancora adesso!

Questa è la terza traccia dell’Ep e si intitola Nothing:

Bitter oblivion

Ho finito di leggere “Sing backwards and weep”, l’autobiografia di Mark Lanegan. Un libro che merita sicuramente una lettura e un post tutto suo.

Attenzione, contiene spoiler!

Lanegan ha uno stile molto asciutto, diretto, senza fronzoli. Non si perde in giri di parole, non si nasconde dietro un dito. Entra nei dettagli, soprattutto quelli scabrosi e quelli più dolorosi.

Come ne esce da questa sua autobiografia? Come una persona difficile, violenta, di un egoismo spietato. Tutti i suoi amici sono tali principalmente perché gli forniscono droga gratis oppure gli prestano soldi. Pensa solo a se stesso, ai suoi obiettivi, che siano il sesso, la droga o i soldi. Tutto il resto conta poco. Forse quello che racconta è un po’ esagerato o distorto dai suoi ricordi, ma è la sua visione di come sono andate le cose e questo fa capire come lui ha interpretato la sua vita e la sua caduta in una spirale di autodistruzione voluta.

Si possono cogliere tante sfaccettature del personaggio, alcune più interessanti di altre. Il principale è il Lanegan drogato, quello che per una dose fa di tutto: tradisce gli amici, mente spudoratamente, ruba, minaccia, sperpera tutti i soldi, diventa un senzatetto, rischia l’overdose. A questo si affianca il Lanegan spacciatore di quartiere, che rischia di essere arrestato dalla polizia e pure la pelle per i suoi rapporti con la malavita. E poi? Ecco il Lanegan violento, picchiatore. Abbiamo il Lanegan che non dice mai di no ad una scopata (o quasi), il Lanegan alcolista, il Lanegan odiato dalla madre (il cui odio è ricambiato).

E la musica? Beh, qui è abbastanza sorprendente ciò che ne esce. Il Lanegan ascoltatore di musica è pieno di passione: nel libro non si tira indietro nel raccontare il suo amore per alcuni dischi, musicisti, band. Non lesina complimenti agli artisti che l’hanno segnato e fatto crescere.

Il Lanegan musicista/artista invece è quasi totalmente assente: il “fare musica” per lui è solo un mezzo per raggiungere uno scopo. All’inizio è quello di scappare dalla cittadina in cui è cresciuto, Ellensburg, che sente come una prigione. Poi è il lavoro che gli consente di guadagnare quel tanto che basta per vivere e per racimolare soldi che spende tutti in eroina. Ci tiene bene a precisare quanto ha odiato stare negli Screaming Trees, per quasi tutto il tempo della loro esistenza. Mette in chiaro quanto gli ha pesato andare in giro in tour, perché ciò gli creava problemi nel reperire le dosi necessarie per non cadere in astinenza: in un punto dice esplicitamente che preferirebbe stare a casa, sul divano, con la sua droga a disposizione e a spacciare nel quartiere, comodo e con tutto a portata di mano, piuttosto che girare l’Europa con la band.

Facciamo un bilancio di cosa mi è piaciuto di più? Ok, eccolo.

Pro

  • Il libro è un viaggio brutale e diretto nella storia e nella mente malata e autodistruttiva di Mark Lanegan.
  • Aiuta a capire cosa è successo nella Seattle della prima metà degli anni ‘90.
  • Il capitolo in cui litiga a più riprese con Liam Gallagher è spassosissimo.

Contro

Il libro si ferma al 1996/1997, quello che succede dopo è solamente accennato in poche righe. Non è chiaro perché si concluda in quel modo, nel racconto di una sorta di epifania avvenuta durante i mesi di riabilitazione: anche gli anni successivi sono stati costellati dal ricorso alla droga, e mi piacerebbe sapere come e perché ci è ricaduto (probabilmente per una decisione conscia). Allo stesso modo ci perdiamo gli anni più interessanti e migliori dal punto di vista musicale (“Field songs”, i primi 3 dischi dei Qotsa, le varie collaborazioni, eccetera).

Purtroppo un altro punto che è da mettere nei “contro” ma che merita un discorso a parte è quello sull’edizione italiana, curata da Officina di Hank. Un lavoro pessimo, probabilmente la peggior traduzione di un libro che io abbia mai letto nella mia vita. Ci troviamo dentro:

  • una moltitudine di refusi;
  • traduzioni errate, dal punto di vista del senso di quel che succede;
  • nomi di band sbagliate, ad esempio Red Hot Chilly Peppers (ma davvero?), Queen Of The Stone Age (non è difficile nel 2021 controllare se è Queen o Queens, suvvia), Nobby Gillespie (il grande e irreprensibile Nobby Gillespie dei Primal Scream. Non ditemi che è un refuso perché il correttore automatico continua a cambiarmelo in Bobby).

E poi c’è lo SCATOLO. Sì, avete letto bene.

La prima volta che ho letto “scatolo” ho pensato a un refuso, ad uno dei tanti. Non ne ero contento ma oramai era chiaro il livello di cura nell’edizione italiana.
La seconda volta mi è venuto il dubbio che magari fosse un termine comunque italiano, magari desueto. Ho controllato e no, mi ricordavo bene: è solamente una forma dialettale che in italiano è errata.
Le volte seguenti (ci sono tanti scatoli nelle oltre 360 pagine) mi sono cadute semplicemente le braccia.

Insomma un mezzo disastro per un libro che comunque costa 20 euro.

Magari leggetelo in lingua originale, se potete.

Storie di punk, rock, glam

Torniamo alla rubrica senza nome in cui parlo di film, serie tv, documentari, e cose simili ma legate alla musica.

* “Velvet goldmine” (1998): ok, ho visto solo adesso, con qualche decennio di ritardo, il film di Todd Haynes sull’ascesa e la caduta di un fantomatico cantante glam di nome Dav- no scusate, Brian Slade. Ben recitato (ho apprezzato soprattutto Jonathan Rhys Meyers, Ewan McGregor e Toni Collette, un po’ meno Christian Bale nella versione da giovane), ottimi costumi, belle canzoni. E il film? Non del tutto riuscito, purtroppo.

* “Still crazy” (1998): più interessante ragionare su questo film di Brian Gibson che si focalizza su una band rock degli anni ’70, gli Strange Fruits (no comment sul nome), che nella seconda metà degli anni 90 decide di riunirsi. Mi ha dato da pensare il cambio di panorama che è avvenuto dal 2000 in poi: se oggi una grande band del passato volesse fare una reunion si partirebbe subito con un grandioso tour e con la ristampa di tutto il catalogo (magari in edizioni deluxe e lussuose per gli appassionati). Alla band di Bill Nighy è successo il contrario: tour sfigato nei peggiori locali del Benelux per testare le acque e, forse ma vediamo, una ristampa dei loro vecchi dischi. Un film non capolavoro, ma sincero, onesto e recitato benissimo.

* “We are Lady Parts” (2021): chiudiamo con una serie comedy inglese, di 6 puntate molto brevi (20 minuti l’una), scritta e diretta da Nida Manzoor. Cinque ragazze fondano una band punk chiamata Lady Parts: sono giovani, sono molto diverse l’una dalle altre, sono londinesi, sono islamiche. Divertente, bello, anche se un po’ troppo prevedibile e pensato per un pubblico sicuramente più giovane di me. Sugli scudi Anjana Vasan nella parte di Amina. Se volete approfondire ecco una recensione di Serialminds.

Come out and Play

Abbiamo superato la metà di settembre e non ho ancora parlato di una cosa.
Di un progetto. Nuovo.

Il 4 settembre ha debuttato Extended Play, una nuova webzine di musica.
“Ce n’era davvero bisogno?” diranno i miei piccoli lettori?

Su questo blog sono sempre poco istituzionale per cui, alla buona e scrivendo di getto, provo a spiegarvi la nascita e le motivazioni dietro a questa cosa che forse andrà bene, forse chissà, ma che per adesso mi sta prendendo tantissimo. Anzi, mi sta prendendo da mesi, perché l’idea è nata verso febbraio e marzo, discutendo spesso con amici di una certa insoddisfazione che abbiamo maturato negli ultimi anni riguardo al giornalismo musicale italiano.

Non voglio far partire flame, per carità. Ci sono ancora delle firme di gran valore, articoli ben fatti, ma il tutto è annacquato in un mare di news poco interessanti, di articoli clickbaiting o di polemica sterile (non serve che vi rammenti come negli ultimi mesi le notizie e le mezze opinioni sui Maneskin hanno inondato, con poca sostanza, anche il mondo delle webzine musicali nostrane, vero?), di millemila recensioni in cui non viene detto nulla, di informazioni inesatte o pressapochiste, di banalizzazione.

Dov’è il valore di scrivere di musica?
Dov’è la bellezza di leggere di musica?

Non ricordo come sia uscita esattamente l’idea di EP. Voglio immaginare che qualcuno, ad un certo punto, abbia detto “Adesso voglio fare un sito di musica tutto per me, come lo voglio io, con blackjack e squillo di lusso”. Ricordo solo che da un certo momento abbiamo iniziato a pensarci seriamente: perché no?

E poi è stato tutto un fiume in piena: il nome, la grafica, il sito, gli articoli. Tutto da preparare nei ritagli di tempo, di notte, nei weekend.

Ci siamo presi dei mesi per fare tutto bene e con calma e alla fine ce l’abbiamo fatta.

Tranquilli, non saremo un sito che vi inonda di articoli. Non sappiamo nemmeno se e quanto dureremo, figuratevi voi! Però ci proviamo. Abbiamo scritto un editoriale per chiarirci le idee e comunicarle a tutti, su quello che vogliamo fare e vogliamo essere. Se vi va è qui.

Finiamo con una domanda che mi autopongo: Perché Extended Play? Perché, come dice bene anche MySpiace, l’EP è il miglior formato! In ogni caso, il link adesso lo sapete. Abbiamo anche una pagina Instagram e una pagina facebook, pensate un po’!