Istantanea

Ci sono dischi fortemente legati ad un periodo della vita di ognuno di noi, lungo o corto. Ci sono canzoni che ci ricordano vacanze, persone, serate piacevoli e non. Poi ci sono quelle canzoni che ci ricordano un attimo preciso, una fotografia (e non è strano visto che la nostra mente immagazzina i ricordi per immagini statiche, non in movimento). Oppure nemmeno delle canzoni intere, ma frammenti di esse.

Per esempio c’è stato un periodo, penso sia stato il 2006, anzi ne sono quasi certo, era estate, uno dei primi anni della vita da solo. Mi piaceva preparare una cena tranquilla ascoltando musica e poi cenare sul balcone. Spesso nello stereo girava “Punk… not diet!” dei Giardini Di Mirò.

C’è questa immagine di me: sono in cucina. Sono davanti al frigo, la mano sulla maniglia.

In sottofondo sento Raina cantere Everything is static

È un momento banale, è allo stesso tempo una fotografia indimenticabile.

Il mio nuovo gruppo preferito

Ci sono queste due giovani ragazze di Adelaide, Australia del Sud. Si chiamano Cahli Blakers e e Tahlia Borg, assieme hanno formato nel 2019 le Teenage Joans e dicono di suonare “juice-box punk-pop”.
Per ora hanno fatto uscire tre singoli che spaccano alla grandissima, io dopo averli ascoltati a ripetizione aspetto solo il disco.

Questa è Three leaf clover ed è stato amore al primo ascolto:

Questa è Something about being sixteen, uscita da poco:

Ed infine la canzone più “vecchia”, By the way, altro pezzone:

Di ultimi concerti e ultimi saluti

Volevo scrivere un post per quanto successo con l’iniziativa UltimoConcerto e spiegare perché è stata una scelta comunicativa del tutto sbagliata. In realtà, ne ho parlato talmente tanto via Twitter e via Whatsapp con amici e conoscenti che mi è passata la voglia. Leggete però questo post di Manq su cui sono sostanzialmente d’accordo (dai, leggetelo davvero!). Dico solo una cosa in breve: non ho capito minimamente l’obiettivo di UC, né esattamente a chi era rivolto, né quale era l’obiettivo reale. Peggio ancora non si è capito qual era il cambiamento che volevano innestare né è stato detto (o almeno suggerito) come noi amanti e appassionati della musica possiamo aiutare. Non c’era una strategia per reagire.
L’obiettivo era sensibilizzare? Se era così allora hanno scelto le persone sbagliate a cui mandare il messaggio: quelli da sensibilizzare sono quelli che NON vanno ai concerti, non quelli che fanno di tutto per vederli. E infatti chi era già a conoscenza del problema si è indispettito, chi lo ignorava continua a farlo.
L’obiettivo era parlare e far circolare la voce? Oggi non ne parla già più nessuno quindi se si voleva fare rumore le cose non sono andate proprio bene. Secondo me mediaticamente avrebbe avuto più impatto se tutti quei live li avessero davvero fatti (ok, non tutti ma almeno UN evento serio fatto bene), dimostrando che c’è tanta gente che lavora e sta ancora lavorando per renderli possibili perché sono una cosa importante, e che contemporaneamente c’è tantissima gente che li vuole. È un parere personale: suonando l’impatto è molto più forte ed è una cosa di cui ti ricorderai per tanto. Questa invece è una cosa che NON è successa e dopo qualche chiacchiera passa di mente.
(ok, non mi dilungo oltre anche se ci sarebbe da discuterne di più)

In ogni caso siamo a fine febbraio e qua dentro non ho ancora detto addio a Françoise Cactus degli Stereo Total, che se n’è andata il 17 febbraio. Aveva 57 anni e non potete capire che tristezza mi ha messo questa notizia. Ho visto li Stereo Total due volte dal vivo (nel 2002 e nel 2007): incredibili, divertenti, freschi, eclettici e capaci di non prendersi mai sul serio. Lei era un personaggio meraviglioso e non si poteva non volerle bene.

L’angolo della lettura

Giro veloce (più o meno) delle mie ultime letture musicali:

*”The Bloom Files“: il libro raccoglie una buona parte di materiale prodotto o raccolto nei 33 anni del Bloom di Mezzago (flyer, programmi, locandine, foto, autografi, dediche, articoli di giornale eccetera) e costa 25 euro. Potenzialmente una bomba, in pratica è semplicemente un’occasione mancata, un’ALTRA ENORME occasione mancata: superficiale, raffazzonato, pieno di refusi (sono riusciti a sbagliare addirittura il nome di un collaboratore storico del Bloom), parzialissimo (incensati gli esordi e parte degli anni 90, buco sugli anni zero, esaltazione degli ultimi terribili anni), con una scelta insensata del materiale (un buon numero dei gruppi citati in copertina non trovano nemmeno spazio ma al contempo non manca mai la pagina sugli Havana 3 am, certamente non il più importante gruppo della storia ma che viene sempre citato da quelli del Bloom come gruppo indispensabile) e con una resa grafica finale non all’altezza di un prodotto con quel prezzo. Sarebbe bastato prendersi più tempo, controllarlo meglio (nessuno ha rivisto i testi?), metterci più attenzione, dare in mano il lavoro a qualcuno che sappia cosa fare, assumere almeno un correttore di bozze. Dopotutto si trattava di un progetto finanziato da Regione Lombardia e da UnionCamere di Milano, suvvia! Lo so, ogni volta che parlo del Bloom finisce che lo bastono ma vi giuro che c’è sempre un motivo (=lavorano sempre a cazzo di cane qualsiasi cosa facciano).

*”Elliott Smith e il grande nulla” di Benjamin Nugent: una buona biografia di Elliott Smith edita in Italia da Arcana e che ho letto piacevolmente. Il libro ha un approccio molto giornalistico e quindi zero spazio a gossip e complottismi. Nugent cerca di raccontar parlando di fatti e ricostruendo la vita di Smith tramite documenti e testimonianze. Il problema è che il libro è del 2004, uscito un anno dopo la morte, quindi scritto forse troppo presto e “a cadavere ancora caldo” e infatti l’autore spiega che alcune delle persone più vicine a Elliott Smith non hanno voluto essere contattate e intervistate (Neil Gust, Joanna Bolme, Janet Weiss e Sam Coomes), ciò fa sì che alcune informazioni non siano di prima mano, peccato. Interessanti le parti legate alle registrazioni dei dischi, soprattutto “Either/Or” e “From a basement on the hill”, peccato che del mio amato “Figure 8” sia in larga parte ignorato (se non per qualche critica).

*”L’Olifante #1: I generi“: se cercate una rivista musicale diversa dal solito, allora questa potrebbe essere perfetta! Sì ok, costa 18 euro ma sono quasi 200 pagine senza pubblicità (!) e con uno sguardo a 360 gradi al mondo della musica: artisti ma anche fonici, produttori, tour manager, promoter, agenzie stampa (tutte figure importanti ma lasciate solamente in secondo piano). Invece io con queste cose ci vado a nozze e infatti è bastato leggere sulla copertina i nomi di Sylvia Massy, Marc Urselli e gli Zu per avere la mia completa attenzione. Insomma, per me il primo numero de L’Olifante (scoperto grazie a Frabs e comprato tramite loro) è stata davvero una sorpresa: è piena di spunti di riflessione, di articoli interessanti, bellissime interviste e uno sguardo non comune agli aspetti tecnici. Tanta qualità, grafica e illustrazioni fantastiche. Inoltre mi fa piacere che non ci siano recensioni (se non per alcuni dischi storici inseriti per motivi di discorso). Questo primo numero uscito ad agosto 2020 ha come argomento portante (ma da cui si può anche deviare con coscienza) i generi musicali e non, il numero zero invece (uscito nel 2019 e che voglio recuperare prima o poi) è incentrato sul concetto di evoluzione. Ok, ora resto in fremente attesa del prossimo.

P.s. sul discorso recensioni: sarò impopolare ma dai, basta riempire le riviste di tantissime recensioni, che senso ha nel 2020? Meglio farne meno, sfruttare meglio lo spazio e scrivere qualche articolo bello in più. Pensate a quando comprate Rumore, quasi metà giornale è fatto di recensioni, le leggete tutte? Io no, anzi pochissime, giusto le band che conosco o quelle con i voti altissimi e bassissimi (anche se non esistono più le stroncature di una volta). Leggo invece tutti gli articoli, anche quelle che parlano di band di cui non so nulla, lo trovo un modo più sensato per conoscerle.

Depeche Crosses

Ho bucato il post di inizio anno e quello del mio compleanno quindi iniziamo il 2021 così, semplicemente con una buona notizia (anche se in ritardo): a natale i Crosses hanno rilasciato un nuovo singolo, intitolato The beginning of the end, cover di un pezzo dei Cause & Effects (che non conoscevo).

Non me l’aspettavo e non pensavo che questo bel progetto di Chino Moreno fosse in procinto di tornare a breve! Il pezzo è interessante (molto Depeche Mode), le premesse per fare bene ci sono davvero tutte:

Tirare le somme a fine anno – 2020 speedball edition

Ecco il consueto post festivo di liste a caso! Come ogni anno ci tengo a dire che non si tratta di una classifica vera e propria ma di un riassunto sconclusionato e per nulla serio di come è andata la mia annata musicale (spoiler: insomma). Se ho dimenticato qualcosa, se avete consigli, se volete fare qualche segnalazione: i commenti sono lì, dateci dentro. Nel frattempo perdonate la formattazione ma questo editor a blocchi di WordPress è pessimo.

Dischi che ho ascoltato più e più volte con estrema soddisfazione:

  • Coriky – s/t
  • Dogleg – “Melee”
  • El Ten Eleven – “Tautology”
  • October Drift – “Forever whatever”
  • Routine – “And other things” (Ep)
  • Slow Pulp – “Moveys”

Altri dischi del 2020 che ho ascoltato con piacere:

  • Fiona Apple – “Fetch the bolt cutters”
  • Birthh – “Whoa”
  • Isobel Campbell – “This is no other”
  • Isobel Campbell – “Voices in the sky” (Ep)
  • The Dining Rooms – “Art is a cat”
  • Flamingo – “Komorebi”
  • Hallelujah! – “Wanna dance”
  • PJ Harvey – “Dry demos”
  • PJ Harvey – “To bring you my love demos”
  • The Heliocentrics – “Infinity of now”
  • Alain Johannes – “Hum”
  • Hugo Kant – “Far from home”
  • Paul McCartney – “McCartney III”
  • Thurston Moore – “By the fire”
  • Nana Grizol – “South Somewhere Else”
  • Porridge Radio – “Every bad”
  • Nadine Shah – “Kitchen sink”
  • Soccer Mommy – “Color theory”
  • White Hills – “Splintered metal sky”
  • Worm Is Green – “Loops, Cuts & Lost Clues: Volume Four”

Dischi del 2020 nemmeno male ma che per un motivo o per un altro finiscono nella categoria “un ascolto e via” (valgono anche i dischi che ho ascoltato due volte):

  • Bee Bee Sea – “Day ripper”
  • Califone – “Echo mine”
  • Jarv Is – “Beyond the pale”
  • Khruangbin – “Mordechai”
  • Lowrider – “Refractions”
  • Stephen Malkmus – “Traditional techniques”
  • Nine Inch Nails – “Ghosts V: Together”
  • Pearl Jam – “Gigaton”
  • Alexandra Savior – “The archer”

Gente che sarebbe pure entrata in classifica (o forse no) se avessi avuto modo di ascoltarli o ascoltarli un po’ di più rispetto a quello che ho fatto (lista che mi serve anche come promemoria per il futuro):

  • All Them Witches – “Nothing as the ideal”
  • The Avalanches – “We will always love you”
  • Paolo Benvegnù – “Dell’odio e dell’innocenza”
  • The Bobby Lees – “Skin suit”
  • Brant Bjork – s/t
  • Phoebe Bridgers – “Punisher”
  • Car Seat Headrest – “Making a door less open”
  • The Cribs – “Night network”
  • Deftones – “Black stallion”
  • Disq – “Collector”
  • Greg Dulli – “Random desire”
  • Bob Dylan – “Rough and rowdy ways”
  • Einsturzende Neubauten – “Alles in allem”
  • Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo – “Superotto”
  • Haim – “Women in music Pt. III”
  • Damien Jurado – “What’s new, tomboy?”
  • The Kills – “Little bastards”
  • Mark Lanegan – “Straight songs of sorrow”
  • Le Butcherettes – “Don’t bleed” (Ep)
  • Metz – “Atlas vending”
  • Kevin Morby – “Sundowner”
  • Bob Mould – “Blue hearts”
  • Sophia – “Holding on / Letting go”
  • The Strokes – “The new abnormal”
  • Travis – “10 songs”
  • Yo La Tengo – “We have amnesia sometimes”

Il gruppo che “Ma perché non l’ho ascoltato (bene) prima?” (l’ormai noto Premio Bianconiglio):

  • Toe

Il disco italiano che più mi ha fatto esultare:

  • Hallelujah! – “Wanna dance”

Il disco che pensavo davvero peggio ma alla fine è inutile lo stesso:

  • Eels – “Earth to Dora”

Il disco che non ho capito se lo salvo oppure no:

  • Deftones – “Ohm”

Il disco che a quanto pare è piaciuto a tutti tranne a me”:

  • Fontaines D.C. – “A hero’s death”

Il disco con il miglior titolo + concept + artwork + dell’anno:

  • Mariposa – “Liscio Gelli”

L’uscita più inutile del 2020

  • Subsonica – “Mentale strumentale”

Il disco che “Grazie ma no, preferisco non ascoltarlo”:

  • Motorpsycho – “The all is one”

Il concerto (l’unico) del 2020:

  • Massimo Volume @ Santeria Toscana

Buon anno e che sia un 2021 pieno di grandi canzoni!

Un post di fine anno un po’ diverso

Siamo oramai alla fine di questo 2020. Il classico post a tema album sarà domani come di consueto, non temete. Oggi lasciatemi tirare le fila di quest’anno assurdo in cui e parole più pronunciate da tutti sono state pandemia, lockdown, mascherine, tampone, covid, dpcm (più svariate bestemmie).

In un anno in cui la maggior parte della gente è rimasta chiusa in casa, io mi sono trovato a lavorare sempre di più e soprattutto all’esterno. Marzo e aprile sono stati messi irreali, in cui uscivo di casa alle 6 per andare in una Milano deserta accompagnato da un senso di sicurezza pari allo zero. Le cose sono migliorate, ho cambiato mansioni, lavoro di più ma (forse) meglio.

Il fatto di aver lavorato come un ossesso si è riflettuto sulle mie abitudini di ascolto: ho avuto molto meno tempo da dedicare alla musica, meno dischi su cui concentrarmi bene, meno possibilità di approfondire e soprattutto meno concerti.

Anche la mia vita social ha dovuto adattarsi: ho disdetto l’abbonamento Flickr Pro dopo circa 10 anni, Tumblr è completamente abbandonato e almeno cerco di postare quando posso qui su questo blog. L social che ho usato molto di più di tutti (e anche di più rispetto al passato) è stato Instagram, in cui sono riuscito  a crearmi a poco a poco una “bolla” in cui sto bene.

Quindi ecco una lista di instagrammer a tema musicale che vi coniglio e che mi hanno aiutato ad andare avanti in questo 2020. Sì, lo so, queste cose dovrei fare direttamente su IG, magari nelle stories, chiamando in causa le persone coinvolte, menzionandole, sfruttando il vero lato social ma, come ben sapete, io sono uno di quelli che preferisce starsene leggermente defilato e quindi la lista finisce qui sul blog, sperando magari di incuriosire qualche persona che su Instagram non conosce i profili di cui parlerò, tutti caratterizzati da una grandissima passione e una voglia di parlare di musica in modo sano ed emozionante.

* Myspiace: Paolo non ha bisogno di presentazioni (qui ho già parlato del suo blog), il suo profilo è una fucina di idee, un turbine infinito di rubriche diverse e tutte da seguire. La parola chiave è “coinvolgimento”: difficilmente mi metto a partecipare alle proposte di altri, a rispondere alle stories, a dare consigli o a commentare al volo ma con lui è tutto facile e mi viene naturale. Mi piace tantissimo il suo modo di parlare di musica assieme agli altri, inserendoli in un discorso più ampio e non prendendosi sul serio pur parlando seriamente. Sembra quasi di tornare ai tempi in cui c’era una scena (di blogger oppure di utenti al tempo del MySpace, non a caso), in cui è facile conoscere altre persone accomunate dallo stesso amore e con cui è bello interagire, fare rimandi, citare, scherzare e c’è un senso intimo della comunità.

* La Mia Vita in 400 Dischi: non scopro certo oggi della capacità di Luca di raccontare e raccontarsi. In questo suo progetto di recensioni sentimentali sta raccogliendo tutti i consensi che merita. Perché alla fine un disco non è solo un elenco di tracce, ma è soprattutto un insieme di piccole storie che diventano universali, e le sue sono sempre bellissime.

* Onde Podcast: io ho dei problemi con i podcast, soprattutto con quelli che non posso scaricare. È però innegabile che le sue chiacchierate siano sempre piacevoli e strapiene di spunti e di entusiasmo. Ogni ospite porta la propria visione della musica e la sua storia personale come ascoltatore. Altro che podcast e basta, Marco meriterebbe una trasmissione vera e propria su una radio musicale seria, una di quelle che purtroppo in Italia non esiste. Se volete saperne di più questo è il suo linktree.

* Music Coffee Shop: non trovate bellissimo fare colazione e svegliarvi poco a poco ascoltando della buona musica? Il profilo di MCS è una favolosa collezione di mattine sonore, ognuna diversa dall’altra, in cui il gusto di un buon caffè va ad accompagnare il gusto musicale e quello della brioche. Non è semplice collezionismo musicale, è un breakfast club.

* Puck1e: lo diciamo subito, è un profilo in cui le foto non sono a tema prettamente musicale. Però è stato grazie al suo insta che ho scoperto le sue playlist mensili intitolate NoizyPills di cui sono diventato dipendente e che potete trovare su Spotify. Mi rendo conto che oramai, se apro Spotify, è soprattutto per ascoltare le sue “cassettine”, scoprendo cose nuove e riascoltando, un po’ a sorpresa, quelle vecchie.

Ok, sono solo spunti e spero che non si offendano quelli che non ho citato (sapete chi siete e grazie per avermi tenuto compagnia), verranno chiamati in causa la prossima volta. Al prossimo giro parleremo anche dei profili Instagram di band e artisti che non ci fanno cadere le braccia, che non sono solo roba promozionale ma che soprattutto sono piacevoli da seguire (accetto suggerimenti fin da ora).

High & dry

Voglio parlarvi del mio nuovo gruppo preferito: i Dry Cleaning, un quartetto inglese che qualcuno ha definito art post-punk spoken-word. Mi ricordano un mix tra (prendetelo con le pinze) i Life Without Building e i Sonic Youth di Tunic.

Sono giovani e hanno fatto uscire un paio di Ep interessanti che vi consiglio di ascoltare (sono sul loro profilo bandcamp).

Io adesso sto aspettando il disco vero e proprio a cui stanno lavorando, anticipato da questo gran pezzo intitolato Scratchcard Lanyard (e accompagnato da un bel video):

E soprattutto guardatevi questo mini-live in 4 pezzi registrato a novembre per Kexp, ma quanto sono meravigliosi?

No money no love

Una decina di giorni fa tantissima gente (ascoltatori ma anche musicisti, badate bene) ha iniziato a postare sui social (twitter ma soprattutto instagram) i propri dati di ascolto e di scrobbling generati da Spotify. Ora, lasciamo perdere che:

  • era inizio dicembre quindi la classifica di fine anno è falsatissima
  • mille persone che fanno contemporaneamente una cosa così generano solo odio (e poi nessuno le guarda, sia chiaro).

Vorrei puntare l’attenzione su quello che ha scritto Cedric Bixer Zavala in un post sul suo profilo IG (ora cancellato): “When you post a Spotify end of year stat, you proudly display the crumbs your owner let you have after you made the fucking meal.”, aggiungendo anche “This isn’t to shame you if you have done this. This is to remind  you the reality of it”.

Era ovviamente rivolto ai musicisti ma si può allargare anche agli ascoltatori perché è una cosa comprensibile, reale, vera. Il sistema-Spotify è marcio e sbagliato, non lo scopriamo adesso ma a quanto pare sembra una cosa a cui oramai quasi nessuno riesce a rinunciare. Da parte mia Spotify rappresenta una porzione davvero esigua dei miei ascolti (boh, il 5%?) ma non è questa la sede in cui parlarne, altrimenti faccio la figura del vecchio livoroso non al passo coi tempi. E invece lo sono, eh (al passo coi tempi, intendo. Ma anche vecchio e livoroso immagino).

Ecco due articoli recentissimi che, letti uno di seguito all’altro, spiegano bene cosa succede nel mondo spotifyano (in sostanza si conferma quello detto da Cedric):

  • Il primo è di Musically e dice che da settembre 2019 a oggi Spotify ha più che raddoppiato il valore delle sue azioni. Lo ripeto: PIÙ CHE RADDOPPIATO.
  • Il secondo è del Guardian ed è scritto dalla cantautrice inglese Nadine Shah ed è un esempio della situazione che stanno vivendo gli artisti: lei, pur essendo stata nominata per un Mercury Prize, pur avendo più di 100.000 ascolti mensili su Spotify, è dovuta tornare a vivere con i suoi genitori perché non riusciva nemmeno a pagare l’affitto.

Alcuni estratti del secondo:

Streaming only really works for superstars and super record labels. Instead of receiving a direct amount per sale, as with downloads or physical purchases, it’s a “winner-takes-all” system. The way it works is the combined revenue of every streaming subscriber is divided by by “market share”.

Even before Covid, the major labels were making almost $20m a day from streaming.

For all the promise of digital democratisation of music, the opposite appears to be happening. For an independent artist with a dedicated audience, the system doesn’t work. And neither does it work for loyal fans. If you are a dance fan, jazz fan, or metal fan, the artists you love and listen to are unlikely to see a penny of your subscription.

Ora, come si può uscire da questa situazione? Anzi, la domanda vera è: possiamo uscirne? Gli artisti hanno subito una grossa batosta visto che la maggior parte dei loro introiti è sempre arrivato dalle attività live per cui non mi stupisco che abbiano il dente avvelenato. Come è possibile sostenerli economicamente e allo stesso tempo “abbattere il sistema”? Sì, sono un idealista alle volte ma magari qualcosa si può fare. Bandcamp è l’unica soluzione attuale decente? Se sì siamo messi male in quanto si rivolge ad un certo tipo di ascoltatori, molto più limitato e di nicchia, disposti già a spendere e finanziare i loro artisti preferiti. Questo non vuole essere una critica a BC che rimane un servizio fantastico e che ha dimostrato più volte di essere eticamente più attento di tutti gli altri messi assieme, ma la sua portata rimane limitata.

Come convincere più gente possibile che gli artisti vanno pagati? E come fare in modo che vadano poi davvero pagati? Come spostarsi dal paradigma Spotify che oramai viene utilizzato ad ampissimo spettro senza che la gente si interessi minimamente dello stato delle cose? Tante domande a cui non c’è una soluzione semplice, me ne rendo conto. E lo sperimento anche io direttamente: capisco di avere delle resistenze a comprare dischi solo in formato digitale, l’ho fatto ma è una cosa che non riesce a soddisfarmi. Mi manca il contatto fisico con le cose: un cd, un vinile, una locandina di un concerto, le spillette, una maglietta.

Che ne pensate?

Demos – parte 2

A settembre ho preso “To bring you my love” in vinile (oh, me lo meritavo) e ho contemporaneamente comprato il cd con le versioni demo. Le ho ascoltate ed ecco quindi la parte 2 dei demo pjharveiani.

Se le demos di “Dry” erano canzoni pronte ma in versione realmente demo/minimale su cui poi c’è stato un enorme lavoro di arrangiamento, per quelle di TBYML possiamo dire che sono brani fatti e finiti, identici all’originale anche come arrangiamenti al 99% (le differenze sono davvero poche e si restringono ad un paio di pezzi). Il lavoro nel passaggio al disco è stato invece sul suono, rendendo il risultato più tagliente, spesso ed esplosivo: la differenza è enorme ed è giusto che a quelle canzoni sia stato dato il trattamento che necessitavano.

Ora sono in attesa di quelli di “Is this desire?”, annunciati per fine gennaio!

Intanto ecco la versione demo di The dancer:

Il falò sulla spiaggia

L’ho già scritto da altre parti ma la butto lì anche sul blog: i dischi del Tweedy solista secondo me sono una noia mortale.

Vi dirò di più, su consiglio accorato di Luca/Postponed: ho ascoltato “Together at last”, disco acustico del 2017 in cui suona voce e chitarra i pezzi dei Wilco (+ 2 di precedenti progetti ma non gli Uncle Tupelo). La scaletta contiene canzoni non da poco, come Via Chicago, Ashes Of American Flags, I’m Trying To Break Your Heart o Hummingbird, solo per citarne alcune.

E anche questo è pallosissimo. Il problema è che Jeff Tweedy non ha le capacità di reggere un disco così: non ha la voce né il carisma, non possiede l’estro vocale o il talento interpretativo. Non è un Eddie Vedder, un Johnny Cash, un Tom Waits, un Nick Drake, per dire. Queste versioni fanno l’effetto di un falò sulla spiaggia.

Sto seriamente pensando che come ascoltatori abbiamo avuto una fortuna enorme: la prima parte di carriera dei Wilco è stata magica e irripetibile e il gruppo era davvero migliore della semplice somma dei singoli componenti. La forza sono stati gli arrangiamenti che hanno trasformato delle canzoni oggettivamente belle in veri e propri capolavori. E la fortuna non è stata solo nostra, ma anche sua/loro. Poi il gruppo è cambiato, l’alchimia non c’è stata più e anche la vena creativa si è decisamente ridotta. Ma Tweedy non l’ha capito e adesso dobbiamo subire tutto ciò.

Doc

Facciamo un altro giro di documentari musicali che ho visto negli ultimi mesi? Ma sì dai!

La fabbrica del rock” (in originale “The wrecking crew!”) è un documentario di Denny Tedesco del 2008 che parla di un gruppo di turnisti superfighi (chiamati giustappunto The Wrecking Crew) che negli anni 60 hanno registrato in studio i dischi di parecchi musicisti e band famose. Cioè, sti tizi hanno suonato nei maggiori dischi americani, anche sostituendo in toto la band originale se necessario. Per dirne uno: “Pet sounds” dei Beach Boys è stato suonato da Brian Wilson e da loro. Nota di colore: sono arrivato a questo documentario in più passaggi: guardo la terza stagione di “The Marvelous Mrs. Maisel” in cui compare il personaggio della bassista Carole Keene + faccio qualche ricerca e scopro che è basato su Carol Kaye + mi informo sulla carriera di Carol Kaye + scopro l’esistenza del documentario. Questo è il trailer:

Beastie boys story” (2020) è il documentario che Spike Jonze (SPIKE JONZE!) ha fatto sui Beastie Boys, partendo dalla serie di spettacoli al King Theater di Brooklyn in cui Mike D e Ad-Rock raccontano la loro storia e quella del gruppo e montandolo per bene con immagini, video, parti sonore. L’ho visto ed è bello. Molto bello. La loro storia mi era già nota, ma è super interessante sentirla raccontata dalle vive parole dei Beastie Boys rimasti in quasi due ore, in un mix di momenti divertenti e momenti da lacrimuccia (loro due per primi, io che lo guardavo). Ecco il trailer:

Se “Searching for Sugar Man” è la storia più assurda di tutte, quella raccontata da Mark Christopher Covino e  Jeff Howlett in “A band called Death” (2012) va al secondo posto (anche se con estremo distacco). In questo documentario si racconta la storia dei Death, band protopunk di Detroit formata da tre fratelli Hackney. In una città (e in un quartiere afroamericano) in cui la Motown la faceva da padrone, loro decidono di dedicarsi ad un genere che non viene considerato adatto a loro. Non vi dico di più ma la loro storia è curiosa e interessante e merita di essere raccontata.

Concludiamo parlando di punk italiano: “Mamma dammi la benza” è documentario del 2005 sul punk italiano curato dal grandissimo Luca Frazzi insieme al regista Angelo Rastelli. Un documentario piacevole, che entra nei dettagli di una primordiale storia punk nostrana di cui conoscevo tanti aspetti a grandi linee ma non nei dettagli. Si ferma al 1982, anno di “nascita” della seconda fase punk italiana. Tante interviste, tanti ricordi, tanti frammenti video. Eccolo sul tubo in formato completo:

Una sensazione comune

La sensazione comune del titolo è quella di essere un po’ sotto pressione. È una cosa che in tanti provano in questo periodo: per le troppe cose da fare oppure per quello che non si può fare, per l’incertezza su quello che succederà oppure perché non si sa se si è pronti per affrontare il futuro.

Under pressure è una canzone che non ha bisogno di presentazioni: nasce col nome di Feel like, composta solo dai Queen, poi viene rivoluzionata assieme a David Bowie in una lunga notte in studio e chiamata People on streets. Viene infine pubblicata nel 1981 col titolo che tutti conosciamo e poi inserita nel disco “Hot space” dei Queen del 1982.

Ovviamente quell’elementare giro di basso è quello che tutti si ricordano, che ha reso quel pezzo ultra riconoscibile. Du du du dudududdu. Ho sempre pensato che il punto forte di Under pressure sia in realtà un altro e cioè le linee vocali di Bowie, che danno una marcia in più e rendono il tutto immortale. Bowie fa Bowie e si erge sopra tutti gli altri, anche nel testo, sui cui ci ha messo una mano enorme. E infatti anche il duetto con Annie Lennox rimane enorme, ricordate? E poi pensateci un attimo: come può essere più attuale di così?

‘Cause love’s such an old fashioned word
And love dares you to care for
The people on the edge of the night
And love (people on streets) dares you to change our way of
Caring about ourselves
This is our last dance
This is our last dance
This is ourselves under pressure

L’altro giorno è uscita una cover fatta da due artisti che mai avrei associato con quella canzone (ma forse la forza di una cover è anche quello), e cioè Karen O e Willie Nelson. A me è piaciuta, l’hanno resa un po’ loro, un po’ contemporanea e decisamente meno queenesca. Al Duca Bianco sarebbe piaciuta, penso.

In the end we are faithless

Siamo già arrivati a ottobre, il tempo corre veloce e qui sul blog sto latitando.

Sono in fase nostalgia e ascolto dischi vecchi. Poi mi dico “Adesso basta!” e mi metto ad ascoltare novità, ma niente che mi prende particolarmente. Però continuo a consumare “bi/MENTAL” firmato Le Butcherettes e se non è il miglior disco del 2019 poco ci manca, dai.

Torno nei miei lidi, prometto che prossimamente ci sarà un post insalatonico, oppure uno sui libri musicali che ho letto nell’ultimo periodo o almeno quello sui film/documentari musicali che ho in cantiere da fin troppo tempo.

Aspettatemi che arrivo eh, devo solo trovare un momento in cui sono forte abbastanza. Nel frattempo ecco qua: