#12 Dagli spogliatoi escono i ragazzi e siamo noi

Oggi si torna ragazzetti con #12 “A song from your preteen years”, e quindi mi devo concentrare sul periodo in cui avevo tra i 9 e i 12 anni.

E quindi ecco senza indugio alcuno i mondiali di Italia 90 e le sue –urlatelo insieme a me– notti magicheeeeeeee! La scelta di oggi è Un estate italiana, cantata sì da Edoardo Bennato e Gianna Nannini (anche autori del testo), ma la musica è tutta di Giovanni Giorgio Moroder (anche se tutti lo chiamano Giorgio –cit–):

#11 On and on and on and on

Mettete il ditino sul tasto repeat, siamo a  #11 “A song you never get tired of”.

Premessa: tutte le canzoni presentate nelle 10 precedenti puntate avrebbero potuto essere qui, e probabilmente anche le prossime (non le ho ancora scelte). Assieme a mille altre ancora. Sono legato a tante canzoni diverse, per i più disparati motivi. Pezzi che conosco a menadito, che ascolto da, boh, più di 20 anni ma ancora oggi riescono a dirmi qualcosa.

E magari anche a trasmettermi quel fremito della prima volta che quelle note e quelle parole mi sono arrivate all’orecchio, e poi alla testa, e poi allo stomaco.

Quindi tagliamo corto e beccatevi questo pezzone, che a distanza di anni mi fa ancora sobbalzare. Ecco una versione live totalmente incendiaria di One armed scissor in cui gli At The Drive-In mettono a ferro e fuoco il piccolo palco di Conan O’Brien:

#10 Feelin’ blue

Ok, basta ridere che siamo al #9 “A song that makes you sad”.

Avevo detto niente singoloni ma rompo ancora la regola, cercate di capirmi anche per quello che sto per scrivere.

Oggi la scelta cade su Imitation of life dei R.e.m. che è una canzone che, ad un ascolto superficiale potrebbe essere allegra ma ovviamente sappiamo tutti che non lo è. È un pezzo molto bello, che mi ha messo sempre una nota di tristezza nell’animo. Finché, per alcuni motivi in cui non entrerò nel dettaglio, si è legata alla morte di mio padre avvenuta pochi anni fa. E da allora riesce a rendermi ancora più triste di prima, anche se no one can see me cry.

Eccola in una bella versione tratta da un live del 2008 registrato negli storici Austin City Limits, in uno show intimo di fronte a 350 fortunatissime persone.

#9 Shiny happy people

Un bel sorriso per il #9 “A song that makes you happy”. Una canzone che mi fa felice? Boh. Scegliamo allora una canzone che mi mette di buon umore sempre, mi carica e mi stampa un sorriso sulla faccia.

Ed eccovi un pezzo della stramadonna che anche voi conoscete e non potete che amare: Sabotage dei Beastie Boys in questa favolosa, potente e fighissima versione live, ospiti di David Letterman direttamente dal lontano 1994!

#8 Feel good hit of the quarantine

In alto i bicchieri per il #8 “A song about drugs or alcohol”. Droga o alcool? E perché non entrambi? Per cui concentriamoci su “Il vuoto elettrico” (1997) dei Six Minute War Madness, un disco clamoroso, potente, malato. E, appunto, pieno di droga e alcool. È il lavoro che preferisco della band, l’ho sentito e risentito, sviscerato e amato. Insomma, uno dei dischi della vita (ma non perché sia un alcolista o abbia avuto problemi di droga, tranquilli amici). Un discone, cazzo.

Da lì posso pescare un pezzo qualsiasi, andrebbero bene tutte le tracce. Inizialmente puntavo a Sexxstasie (era quello più adatto di tutti) ma non c’è un video live. E allora vado sulla mia seconda scelta, un’altra canzone immensa intitolata Test test test, qui live (ma non si sa dove e nemmeno quando).

#7 Be quiet and drive

Accendete i motori per il #7 “A song to drive to”. Poi state in folle per un po’ perché non ho idea di cosa mettere. Magari un bella canzone lunga, che faccia viaggiare la mente mentre si viaggia fisicamente per davvero.

Idea! Senza dubbio scelgo From the zodiacal light degli Earth che tempo fa ho definito “un pezzo esaltante e sognante allo stesso tempo, colonna sonora di un viatico misterioso e affascinante.”.

Metto però la versione disco, quelle live che ho trovato mi piacciono meno perché in tutte manca la parte vocale.

Ah, per chi passa di qui e legge: fatemi pure sapere se i video che sto mettendo sono di vostro gradimento, un (country) feedback è sempre ben accetto!

#6 Tiny dancer

Scusate per l’assenza ma ieri è stata una pessima giornata. Ma oggi si ricomincia con il #6 “A song that makes you want to dance”. Ballare non mi è mai piaciuto, non sopportavo andare all’epoca nelle varie discoteche rock perché tutti ballavano e io mi annoiavo. Se ho ballato in passato allora ero 1) sbronzo o 2) da solo a casa.

Quindi mi chiedo, non senza una certa ironia: che musica migliore c’è per ballare se non l’eurodance? Quindi oggi vi beccate uno dei suoi picchi massimi: 20 Fingers feat Gillette con l’immortale Short dick man, in una versione live del 1995, non dal Festivalbar (sarebbe stato bello, purtroppo non l’ho trovata) ma direttamente dal Brasile, riuscite a pensare a qualcosa di più tamarro?

#5 This goes up to eleven!

Toh, chi l’avrebbe detto che sarei arrivato senza fermarmi al #5 “A song that needs to be played loud”? Ahah, non ci casco, la sfida di oggi è ovviamente un trabocchetto: tutte le canzoni vanno suonate ad alto volume!

Bene, cosa scegliamo? La lista è praticamente infinita. E voglio smarcarmi dai soliti gruppi noti e famosi per riparlare di una band che su questo blog è stata sempre amata, anche adesso che non esiste da più di 10 anni. Sto parlando dei 5wd (ciao ragazzi!). A un pezzone come Over the dune ci sono affezionatissimo, un po’ perché è la prima traccia del demo più figo ever, un po’ perché live l’avrò vista e sentita suonare live tantissime volte ma non mi hai mai stancato. Alzate il volume a livello smodato e godetevela anche voi assieme a me:

#4 Songs of love and hate

E siamo a #4 “A song that reminds you of someone you’d rather forget”. Ma in che senso una persona che preferirei dimenticare? Io non sono un tipo rancoroso e se penso a gente con cui ho avuto amicizie finite male difficilmente ancora oggi mi rodo ancora il fegato (magari l’ho fatto per anni, purtroppo), né voglio evitare di pensarci. Anche perché ho imparato che non serve e, bene o male, anche quei problemi relazionali sono serviti a farmi diventare ciò che sono (poteva andarmi meglio ma anche peggio). Idem per le relazioni sentimentali, non le dimentico perché alla fine non sono finite in modo coì traumatico da condannare all’oblio le persone.

Per cui sto pensando a canzoni che ho idealmente dedicato a un paio di persone che per un medio/lungo periodo di tempo ho odiato. Una sarebbe A chi succhia dei Marlene ma non vorrei usare due volte lo stesso gruppo. L’altra è Hooker with a penis dei Tool e anche questa ve la beccate live in un concerto del 1996 (la qualità è quella che è ma è un reperto niente male dei Tool che furono):

#3 Summetime blues

Vai con il #3 “A song that reminds you of summertime” (un po’ improprio visto che oggi inizia la primavera). Qui non scegliere un singolone estivo, famoso, danzereccio, o comunque d’impatto è dura.

Ma voglio tornare indietro a quando avevo 18 o 19 anni, i primi tempi in cui suonavo. Con Dan ci trovavamo nel casotto dell’orto di suo padre, isolato da tutto e tutti, al sabato e alla domenica pomeriggio d’estate. Eravamo solo noi due. Strumentazione minimale: la mia chitarra e il mio piccolo ampli + il suo basso e il suo piccolo ampli + un microfono (con asta) e la sua cassa. Niente batteria, niente basi. Non avevamo mezzi né capacità.

Eravamo agli inizi e quell’estate facevamo quasi solamente cover, come allenamento per prendere confidenza e per esercitarci prima di fare pezzi nostri. Tra le canzoni che massacravamo quella che ci piaceva più suonare (parlo per me ma penso anche per lui) era She dei Green Day.

Eccola da un live a Chicago del 1994, trasmesso da Mtv e che all’epoca avevo anche registrato su vhs.

#2 Uno Due Sei Nove!

Oggi siamo a #2 “A song you like with a number in the title”. Vi ho mai detto che su Spotify ho una playlist composta solo da brani con i numeri e tutti messi in ordine? Ora lo sapete.

Ah, apro una parentesi: mi sa che questa challenge sarà molto anni ’90 e molto nostalgica. Io vi avviso. E se riesco metto solo video tratti da live per cambiare un po’.

In ogni caso oggi scelgo 1° 2° 3° dei Marlene Kuntz, un pezzo che inizialmente non mi esaltava più di tanto. All’epoca, ascoltando “Catartica”, la reputavo una canzone un po’ minore, soprattutto di fronte ad altri pezzoni in scaletta che non vi sto a ricordare. Invece sentendola nei live (fatta sempre in modo potentissimo e tagliente) l’ho completamente rivalutata. E poi Ci sedemmo a due a due, sbagliando le accoppiate, il copione era tutto nelle occhiate è una perfetta scena da film.

E quindi ecco la versione live tratta da “H.U.P. Live in catharsis”:

#1 Si parte?

Sui social gira una sorta di sfida intitolata “30-day song challenge” in cui bisogna postare una canzone al dì relativa ad un certo argomento, diverso per ogni giornata . Solitamente non partecipo a queste cose ma, visto il periodo, potrei comunque iniziare a farla e vedere come va. Magari smetto prima, magari non sarò costante e non tutti i giorni posterò qui qualcosa ma per adesso partiamo. Mi sono messo una regola di massima che cercherò di infrangere il meno possibile: non usare singoloni.

Bene, la canzone di oggi che corrisponde al punto #1 “A song you like with a color in the titleè la seguente e ve la beccate in una clamorosa versione live, ma senza spiegazione sul perché l’ho scelta visto che ho già scritto troppo:

Times like these

No, aspettate. Times like these non inteso come titolo di un post relativo a tempi odierni, a quello che sta succedendo adesso. No no, sto proprio parlando della canzone dei Foo Fighters, contenuta in “One by one” (2003).

Ma perché?

Beh, perché c’è un mistero da svelare! Presto, chiamate Bossari, chiamate Giacobbo! Anzi no, ci pensa il sottoscritto, il vostro Felson di fiducia.

Tutto nasce da un post di Manq in cui inseriva il video della canzone + un conseguente scambio su Twitter con Pstpnd: entrambi si stupivano di non trovare il famoso video in cui la gente butta da un ponte oggetti sempre più grandi e voluminosi (alla fine anche una casa intera) vicino/addosso al gruppo (senza mai colpirli) che nel frattempo suona la canzone lì sotto. Lo ricordate? Io sì, benissimo.

Non ricordavo invece l’altro video, che attualmente sui canali youtube della band viene definito “Official video”, e cioè questo (quello che Manq aveva appunto messo a fine di un suo post di un paio di giorni fa):

Ma il video del ponte? Dov’è? Che fine ha fatto? È davvero sparito? O non è mai esistito e siamo tutti vittima di un’allucinazione collettiva?

Calmi, calmi, per rispondere a questi interrogativi mi farò aiutare dalla wiki, da imdb e da alcune discussioni su reddit di gente che ha avuto il nostro stesso problema.

Bene, facciamo un passo indietro e torniamo al 2003. Anno di uscita della canzone e dei suoi video.

Il primo video ufficiale ad essere rilasciato è quello qui sopra, diretto da Liam Lynch (musicista ma anche regista con una lunga carriera nel settore), in cui la band suona davanti ad uno schermo che trasmette immagini psichedeliche e caleidoscopiche. Un video un po’ insipido secondo me. Viene chiamato anche “Uk version”. Viene trasmesso poco anche perché il gruppo decide di fare un altro video (saranno stati insoddisfatti del risultato? Probabile.).

Il secondo video viene affidato a Marc Klasfeld (altro specialista in videoclip) ed è la cosiddetta “US version” ma informalmente viene chiamato “Bridge version” per ovvie ragioni. Viene girato su Mojave River Bridge in Victorville, CA. e Dave Grohl qui usa quella fighissima chitarra in plexiglass Dan Armstrong della Ampeg che appare anche nei video di All my life e di Low (già questo ne sancisce la vittoria). È la versione di Times like these più famosa, che viene trasmessa in lungo e in largo in America, ma anche da noi in Europa.

Entrambe le versioni (assieme ad un terzo video che riprende la versione acustica) sono contenute nella release ep/dvd “Low/Times Like These”(2003).

Poi succede che la versione del ponte viene bandita dalla trasmissione in tv, wiki dice “banned from airplay for unknown reasons” ma senza citare fonti.

Non si hanno chiare le motivazioni dietro a questa discussione, c’è chi cita un’intervista a Grohl in cui diceva di non essere contento di questa seconda versione e di ritenerla stupida (ma non trovo l’intervista) per cui sono tornati ad usare la prima (inizialmente ripudiata) che quindi è diventata quella standard ufficiale (non mi convince come spiegazione). Forse per motivi di ordine pubblico e/o paura di emulazione? Magari il MOIGE Mondiale ha deciso di allungare i suoi criminali artigli? Chissà.

Su youtube la versione del ponte non si trova, né sul canale ufficiale della band, né in altri profili. Si può vedere però su altri siti, per esempio QUI e QUI, quindi approfittatene prima che vengano tolti!

Bene, da Felson è tutto! Ci vediamo prossimamente per un nuovo ed eccitante mistero, check it out!

Insalatone #21

Andiamo di recuperi dell’anno appena conclusosi? Sì dai.

Ecco “Schlagenheim” dei Black Midi, giovane gruppo inglese che mischia tante cose assieme (math rock, post punk, noise, alternative, experimental rock) ma è riuscito a farlo in modo eccellente, senza buttare dentro robe a caso a forza ma tirando fuori nove pezzi di pregio

Ma veniamo ai Lite, quel grandioso gruppo math rock giapponese: a maggio 2019 è uscito il loro sesto disco e si intitola “Multiple”. Anch’esso è ascoltabile in streaming sul loro bandcamp. Che dire? Si riconfermano una band fighissima e divertentissima da ascoltare. Questo lavoro secondo me non raggiunge le vette del precedente “Cubic” però è un signor disco. Apprezzo anche il loro tentativo (riuscito) di smarcarsi da quella formula provando a intraprendere qualche divagazione inaspettata. Ascoltatelo che merita! Ora mi piacerebbe rivederli dal vivo, l’altra volta è stato un concerto della stramadonna, ma a quanto pare non ci sono tour europei in programma (e anche se ci fossero ci sarebbe quell’altro problema un po’ più grosso).

Pareri su “Free” di Iggy Pop? Trascinato da un singolo che è stato in heavy rotation un po’ ovunque (James Bond), il lavoro è pieno di idee ma sviluppate male. Da un personaggio come lui mi sarei aspettato maggiore coraggio, avrebbe dovuto andare all in e spingere tantissimo su quegli spunti interessanti sparsi qua e là. Invece ha tirato indietro il braccio (soprattutto sulle parti vocali) accontentandosi di fare un lavoretto che alla fine risulta un po’ insipido.

Ok, ora parliamo di un recupero essenziale e cioè “bi/MENTAL” firmato Le Butcherettes. Sapete che vi dico? È un gran disco e mi è rimasto fisso nello stereo della macchina per una settimana. Teri Gender Bender ha una personalità strepitosa, fortissima (anche se non lo scopriamo mica adesso), e sa scrivere delle gran linee vocali. Da mettere tra i lavori più interessanti dell’anno passato, senza dubbio. E che copertina fantastica!

Katherine Paul in arte Black Belt Eagle Scout tramite Kexp (grazie come sempre!) che ha trasmesso una gran bella canzone initolata Indians never die (la metto sotto) e così ho iniziato a informarmi su di lei: è una cantante/songwriter/mustistrumentista di Portland (Wa) di origine indiane Swinomish/Iñupiaq che per ora ha prodotto un Ep omonimo d’esordio nel 2014 (che non ho ascoltato) e in seguito due bei dischi intitolati “Mother of my children” (2017) e “At the party with my brown friends” (2019). Provate ad ascoltarla, non ve ne pentirete.

L’ultimo disco di cui parliamo non è un recupero /(ce ne saranno ancora in futuro, non disperate) ma è uscito il 21 febbraio: si tratta di “Echo mine” dei Califone. La band di Chicago torna con un buon disco. Ho sempre difficoltà ad ascoltarli per un album intero (problema mio probabilmente), ma a piccole dosi sembra molto intrigante. Il primo singolo è Snow angel:

Love & punk & blues & rockets

Sono già venuti a prendervi i monatti?

Qui la situazione è tranquilla per cui ecco un post perfetto per il venerdì, in cui parliamo di musica (as usual) ma anche di fumetti. Queste due arti interagiscono molto spesso, più volte ho parlato di fumetti o graphic novel che parlano di artisti veri o storie di band inventate (entrambe le cose le leggo sempre con sommo gusto con una passione particolare per le band immaginarie, come ben sapete).

Stavolta invece ecco due link un po’ diversi:

* Una raccolta dei flyer dei Los Bros Hernandez: gli autori dell’incredibile “Love & Rockets” non hanno mai nascosto il loro amore per il punk, essendo cresciuti assieme alla scena californiana e in particolare quella Nardcore (termine che ho imparato solo oggi e si riferisce alla scena di Oxnard, California). Soprattutto Jaime (che rimane anche il mio Hernandez preferito grazie a “Locas”, guarda caso ambientato in parte a Oxnard, ribattezzata Huerta) ha sempre citato il punk e il DIY come indispensabile per il suo lavoro e per la sua decisione di autopubblicarsi. Nel link ci sono i loro lavori per band come Youth Brigate, Social Distortion, Aggression, TSOL, Dr Know, Fear, Stalag 13, Angry Samoans, Wasted Youth e molti altri

* Una raccolta di ritratti di Robert Crumb: lasciamo il punk e passiamo al blues e il country. Crumb ritrae famosi musicisti da lui tanto amati come Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Memphis Minnie, Charley Patton e tanti altri. Questi lavori (e tanti altri) sono stati poi riuniti in due raccolte intitolate “R. Crumb’s Heroes of Blues, Jazz, & Country” e “Heroes of the Blues Trading Cards”.

Sui flyer e sulle locandine per concerti ci sarà da fare un bel post, molto più lungo, perché è una forma espressiva che mi ha sempre affascinato e sui cui ci hanno lavorato tantissimi artisti famosi e non con risultati di altissimo livello. Prima o poi lo farò.