Tuo prigioniero, babe

Quello che manca da parecchio nella tv italiana è un programma di musica; in cui quindi si parli di musica in un certo modo, in cui si faccia suonare gente, in cui si tocchino certe tematiche. Questo buco c’è da parecchio e nonostante i mille canali del digitale terrestre siamo al punto di partenza.
Una partentesi felice però è rappresentata da “Ossigeno” di Manuel Agnelli e le sue 5 puntate andate in onda in seconda (o terza? Boh) serata su Raitre. Un programma un po’ vecchio stile, con il pubblico e il bar, con la gente seduta a caso in giro un po’ che partecipa e un po’ no (Roxy Bar + Supersonics + Drive-In). Ospiti variegati sia musicali (Joan As A Police Woman, Ben Harper & Charlie Musselwhite, Emidio Clementi, Editors, Gizmodrome, Le Luci Della Centrale Elettrica, Brunori Sas, Zen Circus, Ghemon) che non (Gipi, lo scrittore Paolo Giordano, l’attore  Claudio Santamaria che ha anche cantato Gouge away dei Pixies, lo storico d’arte Claudio Strinati, Paolo Bonolis) e naturalmente Agnelli che fa da mattatore suonando pezzi degli Afterhours e alcune cover scelte bene  (Nick Drake, Springsteen, la recitazione di un pezzo tratto da “Urlo” di Allen Ginsberg sui suoni e rumori di Xabier e, perché no, anche un po’ di Schubert). Gli arrangiamenti di Rodrigo D’Erasmo sono stati la ciliegina sulla torta.
Insomma, un po’ un contenitore pieno zeppo di argomenti che però sono stati un po’ soffocati dalle tempistiche strette, da interviste a volte riuscite (Vasco Brondi su tutti ma anche Dario Brunori e Gipi) altre no (Joan Wasser e i Maneskin) e dal fatto che Agnelli non è un conduttore (ma se la cava abbastanza bene).
Un esperimento che in tanti hanno definito autoreferenziale e autocompiacente, l’importante è che sia un esperimento riuscito. Per me lo è e speriamo che la cosa venga ripetuta ancora in futuro perché ricordatevi: manca in tv un certo tipo di musica e un certo modo di parlarne e da come vanno le cose sembra che mancherà per parecchio.
Se non avete visto “Ossigeno”, potete tranquillamente recuperarlo su RaiPlay.

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Urca

Dai, diciamolo: l’omonimo disco dei Messthetics è una bomba!
9 pezzi, 33 minuti, qualità esagerata. Quantum path, The inner ocean, Crowds and power sono pezzi grandiosi, le altre tracce non sono da meno.
Disco dell’anno per ora.

The reality check is in the mail

I Cave In sono un gruppo con cui ho un rapporto strano: li ho seguiti solo per un breve lasso di tempo, giusto il tempo per un disco e un Ep, poi li ho abbandonati. Era un periodo in cui la band non era nemmeno ad inizio carriera, ma certamente in un momento di grosso cambiamento (poi diventata grossa confusione).
Sto parlando del periodo 2000/2003: dopo due dischi post-hardcore esce nel 2000 “Jupiter” e ne parlano in tanti, le recensioni che leggo in giro mi incuriosiscono anche se continuano a citare come riferimento gli U2 (cosa che non ci ho mai visto nemmeno di striscio, per fortuna). Il disco è oggettivamente una bomba, le 8 tracce sono tutte favolose e la band riesce a mischiare tante cose in modo egregio.
Da lì le cose si fanno rapide: nel 2002 esce l’Ep “Tides of tomorrow” (altro ottimo lavoro) ma i Cave In lasciano la Hydrahead e si accasano con la RCA. Nel 2003 li vedo da vivo, fanno un gran concerto anche se molto corto (un’ora circa) e Stephen Brodsky si giustifica dicendo che vocalmente non riesce a reggere di più. Va bene così anche perché:
1) ricordo di essermi divertito un casino,
2) hanno chiuso con una cover di Drain you dei Nirvana (eravamo al Bloom dopotutto)
3) dopo lo show ho intervistato il batterista.
A marzo dello stesso anno esce “Antenna” ed è un disco che non mi ha mai convinto. Più o meno consciamente decido di lasciarli perdere ma continuo a riascoltarmi quelle due uscite che mi sono piaciute tanto (lo faccio ancora, ci sono affezionatissimo). Nel frattempo ritornano rapidamente all’etichetta madre, fanno uscire dischi, si sciolgono, si riformano, continuano a fare cose.
E poi si arriva a mercoledì scorso, giorno in cui il bassista Caleb Scofield perde la vita in un incidente automobilistico: aveva 39 anni.

Insalatone italiane #10 aka Il Recuperone Italico

Anche qui siamo ancora all’anno scorso, sigh. Iniziamo con “H3+” (2017) di Paolo Benvegnù: il titolo è orribile, il disco invece è bello, il migliore della trilogia delle H, gli altri due erano “Hermann” (2011) e “Earth Hotel” (2014).
Mauro Ermanno Giovanardi continua nella sua tradizione di interprete, questa volta ripescando a piene mani negli anni ’90 con “La mia generazione” (2017), un disco che contiene 13 cover e molti ospiti. Mi è piaciuto il tentativo di fare delle versioni che diano qualcosa in più o di diverso dai pezzi originali, tutti importanti e di rilievo. Il risultato però alla fine è il solito: una cosa più interessante per chi la fa rispetto a chi la ascolta.
“Orfeo l’ha fatto apposta” (2017) di Pietro Berselli è molto interessante, mi ha ricordato gli Albedo quindi se vi va ascoltatelo qui su soundcloud.
Chiudiamo con “Quattro quartetti” (2017), disco in collaborazione tra Emidio Clementi e Corrado Nuccini in cui vengono messi in musica dei componimenti di T. S. Eliot: un lavoro certo non facile ma di grandissimo spessore e probabilmente il miglior disco italiano dell’anno scorso (qui su ImpattoSonoro c’è una bella recensione ).

Venerdì singoli!

* Courtney BarnettNeed a little time: nuovo estratto dal disco nuovo in uscita a maggio. Questo secondo singolo è davvero bello e mi piace molto più del primo (che era caruccio):

* MalkovicBuena sosta: uno dei gruppi italiani che più hanno catturato la mia attenzione l’anno scorso. Hanno un nuovo batterista e tornano a maggio con un Ep di cui Buena sosta è la title track. Qui un’intervista per saperne di più.

* Honcho PonchoQ-ball: il loro primo disco mi aveva fatto impazzire, ora tornano con una canzone bella bella ma non ho capito se ci sarà un album in arrivo, io spero fortemente di sì.

* Pearl JamCan’t deny me: nuovo disco in arrivo per Vedder e soci ma mistero su titolo, data di uscita e quant’altro. Questo è il primo singolo e ha ricevuto critiche contrastanti e devo ammettere che non mi dice molto (ma hanno fatto di peggio dai).

* Jack WhiteIce station zebra: secondo singolo per il disco che esce oggi. A quanto pare la canzone è nata anni fa in una session con Jay Z quindi, caro Luca, anche qui volta niente chitarre (e comunque il pezzo è… boh)!

A bailar la cumbia!

Non mi piace ripetermi ma anche stavolta devo dirlo: i Calexico dal vivo sono sempre meravigliosi e vederli dal vivo fa sempre stare bene.
L’altro giorno all’Alcatraz le 2 ore e un quarto di concerto non si sono nemmeno sentite e ne avrei voluto ancora. Come al solito ci hanno infilato dentro anche la cover che non ti aspetti: questa volta è stata Bigmouth strikes again degli Smiths (seguono battute ironiche sul confronto di simpatia, eleganza e gentilezza tra Joey Burns e Moz). Corona invece l’avevo già sentita ma è sempre favolosa rifatta da loro.
La cosa che mi piace dei loro concerti è che hanno tante gag fisse (tipo Guero canelo che viene allungata a dismisura e diventa un siparietto) ma riescono ad infilarci dentro cose nuove di tour in tour. In questo c’era con loro sul palco Camilo Lara aka Mexican Institute Of Sound, un tipo davvero assurdissimo (musicalmente e non solo) che ha aiutato a modificare alcuni arrangiamenti e a fare un show ancora diverso. Uno show ottimamente suonato: sul palco erano in 8 e la qualità era elevatissima. Devo dire che anche i pezzi nuovi mi sono piaciuti molto, quando ho ascoltato il disco non mi avevano preso così tanto per cui un riascolto di “The thread that kept us” adesso è d’obbligo.

Uh!

Oramai la mia media concerti è ai minimi storici e di ciò mi rammarico moltissimo. Per cui mi godo quei pochi che vedo ancora di più. Ieri ho visto il mio primo concerto del 2018 (si alzano dei BUUUU dalla curva) ma va bene così (rumoreggiamenti dal settore Distinti).
Per la cronaca si trattava dei Comaneci, protagonisti di una bellissima serata alla Scighera di Milano per la rassegna Fargo: il duo ha messo in piedi un bellissimo spettacolo, coinvolgendo il numeroso pubblico presente e di ciò sono più che contento, non mi aspettavo tanta partecipazione. Tra melodie, riverberi, effetti e accordi, Francesca Amati e Glauco Salvo mi hanno conquistato ancora una volta. Sarò ancora più curioso di rivederli dal vivo vista la notizia che da questa estate in formazione subentrerà anche un batterista! E poi c’è un’altra notizia: uscirà anche il disco nuovo!
Uscire con l’ultima copia rimasta del vinile di “Uh!” (2012) mi sembrava l’unica cosa sensata da fare.

Insalatone #13 aka Il Recuperone

È ora di riprendere qualche lavoro dell’anno scorso e iniziamo con due di quelli che sono sicuramente validissimi ma che non sono entrati in classifica per il mio ritardo. Soprattutto “Science Fiction” dei Brand New è finito nel 99,99% delle classifiche di fine anno che ho visto in giro ed è una cosa giusta perché il disco è complesso, completo, con tante sfaccettature, intrigante. Bisognerà capire se reggerà alla prova del tempo. Per un disco di un gruppo che se ne va, ecco quello di uno che torna, sto parlando delll’omonimo degli Slowdive dopo ben 22 anni: un ritorno davvero di alto livello!
Proseguiamo sempre benissimo con i Bill Jr. Jr. (terribile nome) e il loro “The motions” (2017), un piccolo gioiello folk in 5 pezzi di un’eleganza mozzafiato. Correte sul loro bandcamp!
Finiamo (per adesso) con due gruppi da tenere d’occhio: i primi sono gli Hearing Trees, quartetto canadese che mi hanno convinto con un Ep di tre pezzi intitolato “Puppets” (2017) che, come scrivono loro, è stato recorded live-off-the-floor one typically freezing -25C afternoon in January in Winnipeg, Canada. Questo è il loro terzo Ep ma si aspetta un disco vero e proprio. Gli altri sono The Sylvia Platters, anche loro canadesi, il loro Ep di 5 pezzi è “Melt” (2017) e propongono un buonissimo e coinvolgente college rock con una marea di influenze (in primis shoegaze). Ho scoperto che hanno anche un precedente disco vero e proprio intitolato “Make glad the day” (2015) che devo ancora ascoltare (sorry).

The more you change the less you feel

La reunion degli Smashing Pumpkins e tutte le polemiche ad essa collegate sembrano la pessima trama di una telenovela scritta male. Anzi, molto male. Non che pensassi a qualcosa di meglio, sappiamo tutti bene che tipo di persona è Corgan e il suo attuale stato mentale.
Per chi non lo sapesse: la reunion è stata inizialmente venduta come quella della line-up originale ma alla fine D’Arcy Wretzky non ci sarà perché il buon Billy la voleva solo come guest  in un paio di pezzi a sera e nulla più. Lei inizialmente ha dato la sua disponibilità ad esserci al 100% ma quando ha capito che doveva fare solo la comparsa ha detto di no (da parte mia dico giustamente). Tutto ciò in un turbine di news sui siti musicali, comunicati stampa, voci che si rincorrono, accuse e smentite, conversazioni private pubblicate, litigate sulle quote monetarie, ripicche e tutto quanto potete immaginare.
Una cosa che toglie la voglia di andare ad un concerto (e infatti chi ci andrà? Io no).
L’unica cosa però interessante della vicenda è la prima intervista che D’Arcy ha rilasciato in 20 anni : lunga e piena di cose, un po’ confusionaria ma appassionata e sincera. Tra l’altro mi sembra più lucida di quanto pensassi (meno lucida di Corgan era comunque impossibile). L’intervista è qui su AlternativeNation e vi consiglio di leggerla. Frase preferita: I do think he needs to get an MRI though (riferendosi ovviamente a Corgan e alla sua poca sanità mentale).

E ancora!

Altri quattro:
Courtney Barnett – “Tell me how you really feel”: uscirà il 18 maggio per Milk! Records (ovviamente) ed è probabilmente il disco che per adesso aspetto di più. Conterrà 10 tracce e questo è il teaser dell’album (bello!). Spero anche in un tour europeo che tocchi anche l’Italia visto che l’altra volta ci ha completamente ignorati. Nel frattempo ecco il primo pezzo disponibile, si intitola Nameless, faceless:

* Melvins – “Pinkus abortion technician”: in uscita il 20 aprile ecco l’ennesimo disco dei Melvins, in questa occasione con la partecipazione di Jeff Pinkus, bassista dei Butthole Surfers.
* Tiny Moving Parts – “Swell”: il precedente “Celebrate” (2016) mi era piaciuto parecchio e questo disco nuovo a quanto si dice potrebbe essere meglio. In realtà è già uscito a gennaio, mentre il video di Caution addirittura nel novembre scorso. In ogni caso sappiate che il disco è tutto su bandcamp.

* Tropical Fuck Storm – “A laughing death in meatspace”: a quanto pare i Drones si sono messi in pausa o forse si sono sciolti e tutto ciò dopo quel gran disco che era “Feelin kinda free” (2015). Da due membri del progetto è nato un nuovo gruppo chiamato Tropical Fuck Storm che farà uscire il proprio debutto il 4 maggio. Detto ciò, ancora non si è capito che fine hanno fatto i Drones, visto che a loro pagina fb  si è trasformata in quella della Tropical FuckStorm Records e che i video di questa nuova band vengono caricati sul canale youtube dei Drones. Mumble muble… In ogni caso ecco i tre video che promettono benissimo, Soft power è qui, Chameleon paint è questo (lol) e il terzo eccolo qui sotto:

Altro giro, altro regalo

Andiamo Avanti con i dischi in uscita:
Dead Meadow – “The nothing they need”: il 2 marzo esce il nuovo disco del trio lisergico che segna anche il ventennale del gruppo. Non riesco a trovare molte notizie (anzi, per niente) se non il singolo, che si chiama Keep your head (gran pezzo) e si può ascoltare su soundcloud.
* The Decemberists – “I’ll be your girl”: uscirà il 16 marzo su Rough Trade, è l’ottavo disco, ed è stato descritto come “an apocalyptic dance party”, una definizione bizzarra che mai avrei associato a loro, ma ascoltando lo spiazzante primo singolo intitolato Severed potrei essere d’accordo. Dopotutto in un’intervista Colin Meloy ha detto (cito da qui) “Quando sei in una band da 17 anni, è inevitabile trovarsi a seguire ogni volta la solita routine, quindi il nostro obiettivo questa volta era quello di uscire dalla nostra comfort zone. Questo ci ha spinto a lavorare con un nuovo produttore (John Congleton, che ha lavorato anche con St. Vincent e Lana Del Rey) e ad usare un nuovo studio. Volevamo liberarci delle vecchie abitudini e darci il permesso di provare qualcosa di nuovo“.

* Math And Physics Club – “Lived here before”: quarto disco uscito il 26 gennaio, è disponibile su bandcamp. Il primo singolo si intitola All the mains are down e si può ascoltare qui.
* The Messthetics – s/t: sono la nuova band di Brendan Canty e Joe Lally assieme al chitarrista jazz/avant garde/sperimentale Anthony Pirog. A quanto pare la band in realtà si è formata nel 2016 ma non aveva ancora fatto uscire nulla fino a questo omonimo disco d’esordio (strumentale, se ho ben capito) che uscirà il 23 marzo su Dischord (e dove, senno?). Il primo singolo è Serpent tongue:

* One Dimensional Man – “You don’t exist”: in uscita il 23 febbraio su La Tempesta Dischi. Sono fiducioso, il concerto dell’anno scorso mi aveva ben impressionato e il loro set è stato un macigno. La title track è qui su soundcloud.
* Chiudiamo con Stephen Malkmus che ha fatto uscire un pezzo nuovo intitolato Middle America (a quanto pare c’è solo su Spotify, intanto vi linko questo articolo di Stereogum con anche la copertina del singolo). Si aspetta con impazienza anche un disco vero e proprio e un tour europeo (per adesso si imbarcherà in quello Us).

Parole a caso

La canzone del trailer del precedente post mi è rimasta in testa per tutto il giorno finché non mi sono messo a pensare al testo. Tutto ciò ci porta alla grande rubrica di oggi, intitolata “Evviva l’esegesi!”. State tranquilli, non la faremo tutta ma solo una parte, il resto è il vostro compito a casa.
Prima di partire una necessaria nota di contorno: la canzone è Novanta dei Duracel, gruppo veneto a me sconosciuto ma dal nome orribile, formatosi nel 2003 quindi nemmeno appartenente alla scena degli anni ’90. Valli te a capire.

-Ridatemi le All-Star!
Iniziamo subito male. Anzi, malissimo. Come ben sanno tutti (tranne i 4 componenti del gruppo) le All Star Chuck Taylor (perché al 99,99% è quello a cui si riferiscono i giovini) hanno una storia lunghissima: nascono nel 1917 e “diventarono molto popolari in seguito alla scelta del cestista statunitense Chuck Taylor di adottarle come sue calzature preferite. È per questo motivo che dopo alcune piccole modifiche nel 1932 la scarpa prese il nome attuale e le venne apposta la firma di Chuck Taylor” (cit. wiki). Nel mondo della musica si impongono negli anni 70 e 80 (qualcuno ha detto Ramones?) con una coda ad inizio anni ’90 (Cobain come icona principale). Poi sono andate scomparendo per una serie di altri motivi (commerciali, soprattutto), venendo sostituite nella scena punk da altre marche (Vans in primis). Ritorneranno negli anni zero con il revival (Strokes in testa). E con la prima frase siamo già andati fuori tema.
-Ridatemi gli anni 90!
Vabbuò.
-Con Mila, Shiro e il grunge
Ritorniamo ai paradossi temporali. “Mila e Shiro” è stato pubblicato in Giappone nel 1984 seguito a ruota dall’anime. Quest’ultimo arriva in Italia nel 1986. Quindi anche qui niente anni ’90.
-Rifatemi Kerplunk
Sì ok. Anche se “Kerplunk” è del 1992 e mi chiedo dov’erano i Duracel in quell’anno.
-Perché non vivo più
Che spleen!
-Ridatemi le All-star! Ridatemi gli anni 90,
Aridaje
-La mia verginità,
[battuta triviale censurata dall’autore]
-Ridatemi il pop-punk
Nota bene, non dicono “Ridatemi il punkrock” ma il “pop-punk” quindi Finley, Lost e cagate varie di cui fortunatamente non mi ricordo nemmeno il nome. Tutta roba ad essi coeva. E se pensate che i due termini siano equivalenti allora lasciatemi citare il “Le parole sono importanti!” di nannimorettiana memoria.
-Perché non vivo più
Bene così.

Eccoci giunti alla fine. Non c’è molto da aggiungere, le conclusioni tiratele voi.

Never trust a punk

A marzo uscirà un documentario intitolato “La scena (Il punk italiano degli anni ’90)”, scritto e diretto dai F.lli Marx (immagino non quei fratelli Marx, o almeno non penso: non ho letto recentemente notizie di un loro ritorno in vita sotto forma di punk).
In un primo momento ho detto: “Figata!”
In un secondo “Lo voglio vedereeeeeh!”
Poi ho visto il trailer e i miei sentimenti sono stati misti e contrastanti:
* Mi sono sentito vecchio (ma meno vecchio, o comunque invecchiato meno male, della maggior parte della gente apparsa nel trailer).
* Sembra che guardandolo bisognerà sorbirsi una serie di pipponi sul punk, il suo significato, cosa rappresenta per me, per te, per il cane, per mia nonna. Tutta roba che nel 2018 ne farei volentieri a meno visto che: 1) di documentari e libri sull’argomento ne sono stati già fatti e scritti e pure belli 2) il target di questo “La scena” è gente che di sta roba ne ha sentito parlare fin troppo (e solitamente si dicono sempre le stesse noiose cose. Apprezzo quindi Olly che alla domanda “Cosa ti viene in mente se ti dico punk?” Risponde “Cheppalle”. La discussione poteva finire lì.
* Spero che non la buttino troppo sulla nostalgia di quegli anni (la canzone che fa da colonna sonora del trailer mi sta già smentendo… forse) cercando di renderli più gloriosi di quello che erano (cioè poco) e esaltando i gruppi più di quello che erano (principalmente scarsi). E dico tutto ciò con l’affetto che si può provare (tanto). Spero almeno in un po’ di senso critico e un bel po’ di sarcasmo.
* Non ho capito se si parli solo di gruppi punkrock o si tiri dentro anche la scena hc italica. Direi la prima ipotesi, avrei tifato per la seconda, avrebbe reso il tutto più intrigante e variegato
* Spero che nella durata finale i filmati di repertorio occupino un tempo decisamente maggiore rispetto alle interviste.
* Spero che tali interviste non siano fini a se stesse e non sia solo una cosa del tipo “ce la cantiamo e ce la suoniamo”.
* Ho comunque voglia di vederlo, ma senza la scimmia iniziale.
Se volete delle altre info c’è la pagina fb.
Ecco il trailer:

Di scrittura, aeroplani e problemi di nausea

“The sick bag song” è una sorta di libro/diario scritto da Nick Cave nel tour statunitense dei Bad Seeds del 2014. Il titolo è dovuto al fatto che la prima stesura è stata scritta direttamente sui sacchetti del vomito delle varie compagnie aeree utilizzate per gli spostamenti (e infatti ci sono proprio le scansioni di queste prime e surreali bozze).
Non c’è una trama, o meglio, ci sono tante storie che si rincorrono, elementi che ritornano: fatti veri, immaginati, contemporanei, passati, storie on the road e incontri imprevisti, il tutto nello stile di Cave, estremamente evocativo e in bilico tra epicità e totale prosaicità.
Una lettura particolare ma interessante e indispensabile per chi apprezza il lato più letterario di Re Inkiostro. Peccato solo che l’edizione italiana edita da Bompiani sia tradotta in modo alquanto pessimo (e una copertina che non mi piace per nulla, ma quest’ultimo è un parere personalissimo).

Tabella di marcia

Altre notizie su prossime uscite:
* The Breeders – “All nerve”: in uscita il 2 marzo, è il primo disco del gruppo dopo 10 anni. Saranno anche in tour in Italia (5 giugno a Ferrara e 6 giugno a Milano).
* Buffalo Tom – “Quiet and peace”: altro gradito ritorno (il 2 marzo per la precisione) dopo 7 anni. Il primo singolo è All be gone (bello!) e lo si può ascoltare qui su soundcloud.
* Calibro 35 – “Decade”: in uscita il 9 febbraio per Kick Records, 11 tracce e una copertina favolosa!
* Eels – “The deconstruction”: in uscita il 6 aprile e conterrà ben 15 pezzi. Mr. E verrà in tour in Italia ma solo a Cesena (che palle). Il primo singolo è la title track ed è interessante:

* Fu Manchu – “Clone of the universe”: in uscita il 9 febbraio, è il loro dodicesimo disco. Sarà composto da 7 tracce, l’ultima è intitolata Il mostro atomico e durerà 18 minuti! Intanto ecco la title-track che è esattamente quello che potreste aspettarvi da Scott Hill e compari nel 2018 ma va bene così:

* Glen Hansard – “Between two shores”: in uscita domani 19 gennaio. 10 tracce e produzione affidata all’ex chitarrista dei Frames David Odlum. Il singolo è Roll on slow:

* Grant-Lee Phillips – “Widdershins”: in uscita il 23 febbraio, il primo singolo è The wilderness (e vale lo stesso discorso per i Fu Manchu):

* Jack White – “Boarding house reach”: in uscita il 23 marzo. Per lui 13 tracce, per me tanta voglia di ascoltarlo. Il primo singolo è Connected by love e promette bene:

* Yo La Tengo – “There’s a riot going on”: quindicesimo disco per l’inossidabile trio in uscita il 16 marzo con un album di 15 tracce. Attenzione, saranno anche in tour in Italia al Fabrique di Milano (15 maggio). Ecco in un unico video ben 4 tracce, Shades of blue, You are here, She may, she might e Out of the pool:

Chiudiamo con un ricordo per Dolores O’Riordan, scomparsa a 46 anni per cause ancora adesso non comunicate. Non seguivo più la sua carriera musicale già da un pezzo, ma ha scritto canzoni e dischi che ho sentito tanto e che ascolto ancora adesso. C’è bisogno di ripeterlo? “No need to argue” (1994) è un grandissimo disco e ancora adesso merita un ascolto (a parte Zombie che mi crea dei problemi a causa dell’inflazionamento, ma questo è un discorso a parte): ottime melodie e canzoni perfette, fragili ma intense. Un mix favoloso ed elegante di adolescenza e malinconia. Io non ho più trovato un disco capace di coniugare al meglio tutte queste cose. E non c’è un pezzo brutto lì dentro! Poi si può discutere sui dischi dopo (e anche su quello prima), con alti e bassi e tutto quello che volete ma ogni volta che parte questa canzone io sento un sussulto (giusto per citare un bellissimo singolone):