What we do is secret

L’altro giorno ho letto questo articolo di NME sulle hidden tracks, un fenomeno che ovviamente è scomparso (o quasi) e che ha avuto un grande utilizzo negli anni ’90. È una lettura divertente e disimpegnata e ci sono 10 esempi di tracce nascoste selezionate da loro.
Beh, viste le mancanze ne dico alcune anche io:
* Alice In Chains: in “Dirt” (1992) c’è uno dei rari casi di canzone nascosta presente a in mezzo al disco (circa) e non alla fine come nel 99% dei casi. Si tratta di Intro (Dream Sequence)/Iron Gland, la voce che si sente è quella di Tom Araya e la traccia è posizionata tra God smack e Hate to feel.
* Green Day: in “Dookie” (1994), dopo un minuto della bellissima F.O.D. parte una canzone cantata da Tré Cool intitolata All by myself. Imperdibile.
* Marilyn Manson: parliamo di Track 99 conosciuta anche col nome di Empty sounds of hate, su  “Antichrist Superstar” (1996). In particolare si trova alla fine, dopo 82 tracce vuote di 4 secondi l’una.
* Queens Of The Stone Age: In “Rated R” (2000) c’è un reprise sconclusionato di Feel good hit of the summer prima di In the fade (o forse dopo, non ho controllato) ma nella stessa traccia.
* Travis: alla fine di “The man who” (1999), dopo Slide show c’è una traccia nascosta intitolata Blue flashing light.

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Gimme gimme shock treatment

Gimme danger” è un documentario sugli Stooges girato da Jim Jarmusch (lode a lui, sempre) e uscito nel 2016. Raccoglie vecchi e nuovi filmati, qualche intervista di tanto tempo fa e molte fatte per questo lavoro (principalmente a Iggy, ma anche a Scott Asheton e James Williamson). È girato benissimo, montato alla grande e con un ottimo ritmo.
Però.
Però non si tratta proprio di un documentario, più di una celebrazione del gruppo. Ci sta, non dev’essere per forza visto come una cosa negativa, ma la storia è parziale (nel senso di non completa) e raccontata in modo parziale (sempre dal punto di vista di Iggy al 99%). Insomma, se Sapete già per bene la loro storia allora sara un bel documentario da vedere senza pretese. Se non la conoscete è un buon inizio ma avrete bisogno di qualche approfondimento in più (e per questo io consiglio il già lungamente e precedentemente citato “Please kill me”).

Altri tre

Altri tre ritorni, in ordine di data:
* Giardini Di Mirò – “Different times”: in uscita il nuovo disco il 30 novembre, quindi sarà un ottimo regalo di natale. Confesso una cosa (e me ne vergogno): non ho né “Good luck” (2012) né “Rapsodia satanica” (2014) e non so perché ma li recupererò presto, magari assieme a questo. Per adesso sono stati resi disponibili due pezzi, la title track (bellissima, la trovate appena sotto) e una collaborazione con Robin Proper-Sheppard (Sophia, God Machine) intitolata Hold on che trovate a questo link ma direi che mi ha preso di meno del primo estratto (o forse dopo aver letto il featuring mi aspettavo chissà cosa):

* John Garcia – “John Garcia and the band of gold”:  in uscita il 4 gennaio è un disco di 11 pezzi e il buon John nel comunicato lo definisce “the final piece to the puzzle”. Cosa vorrà dire? Lascia a intendere che sarà l’ultimo disco che fa? Chissà. Intanto è stato annunciato anche il tour, una data in Italia il 30 gennaio in Santeria a Milano. Questo il primo pezzo disponibile, Chicken delight:

* Motorpsycho – “The crucible”: 15 febbraio è la data di uscita del nuovo lavoro. Alla batteria ancora Tomas Järmyr come nel precedente “The tower” (2017). Sono curioso ma non esaltato.

Read me loud

Consigli per affrontare l’autunno e l’inverno con un libro tra le mani. Oggi parliamo di due biografie a fumetti da gustare, la prossima volta di un romanzo:
-“One! Two! Three! Four! Ramones” di Xavier Betaucourt, Bruno Cadène, Éric Cartier (2018, Edizioni BD, 112 pagine, 14 €): la storia dei Ramones è triste. Lo sapevo già ma se ci penso mi intristisco ogni volta. Problemi personali, problemi interpersonali, droga, pochi soldi, gelosie, pugnalate alle spalle, fatica e poca ricoscenza. Qui la si legge principalmente dal punto di vista di Dee Dee, alternando l’ultima fase della band e i tanti flashback che partono dalla giovinezza del bassista. È raccontata bene, con grande piglio e con illustrazioni che mi sono piaciute, adatte alla storia. Qui c’è l’articolo di Fumettologica con le prime 10 pagine, se volete farvi un’idea.
-“Nick Cave: Mercy on me” di Reinhard Kleist (2018, Bao Publishing, 328 pagine, 21 €): dello stesso autore avevo già letto la biografia di Johnny Cash (“Cash: I see a darkness”) ed era buona, questo mi è piaciuto di più secondo me perché riesce a miscelare in maniera brillante e poetica il Cave persona, il Cave personaggio e i personaggi delle storie di Cave (canzoni e libri), un po’ come aveva fatto per l’altro lavoro ma ancora meglio. Non vuole essere una biografia vera e propria ma un racconto poetico e viscerale. Soprattutto la storia non è esaustiva perché all’80% si concentra sulla prima parte della sua carriera (Boys Next Door + Birthday Party + Bad Seeds fino a “Tender Prey”), la seconda parte (da “The good son” in poi è gestita in modo diverso ma coerente con il racconto che Kleist vuole fare di Nick Cave.

Insalatone #16

Partiamo con “The deconstruction” (2018) degli Eels: il nuovo disco di Mr. E è tanto noioso e di ciò mi dispiaccio alquanto. Il pezzo migliore è il singolo che è anche title-track e pezzo d’apertura, dopo di che gli sbadigli iniziano a fioccare copiosi e il fatto che sia un album di 15 pezzi non aiuta affatto.
Anche “With animals” (2018), il secondo lavoro di Mark Lanegan in collaborazione con Duke Garwood non mi ha colpito (il primo mi aveva fatto la stessa impressione). Non ce n’è traccia nemmeno sul suo sito ufficiale, boh.
I Bodega sono newyorkesi fino al midollo e si sente con quella loro miscela di post-punk e indie rock. “Endless scroll” (2018) è davvero un buon disco, con doppia voce maschile/femminile, un gran tiro e che va dritto al punto.
A proposito di NYC, il disco nuovo dei Parquets Courts intitolato “Wide awake!” (2018) è paiciuto a tutti e anche io sono dell’idea che la band abbia sfornato un gran lavoro. Se l’ho ascoltato un bel po’ nei mesi scorsi un motivo ci sarà.
Gli Ovlov (quelli americani, non gli omonimi bresciani, adesso ho problemi di tag, dannaz!) viaggiano sul solco tracciato dai Dinosaur Jr e questo loro secondo disco intitolato “Tru” (2018) è piacevole e non fa eccezione. Il primo lavoro era “Am” del 2013 ma non l’ho ascoltato. Merita?
Rimaniamo in Usa ma cambiamo costa volando dal Connecticut a San Francisco: i Love-Birds sono un buon gruppo inde rock/indie pop, estivo e caldo che diventa man mano più interessante ed elaborato col passare dei pezzi.
Passiamo ai La Luz, all female band originaria di Seattle ma trasferitasi negli ultimi tempi a Los Angeles. Fanno surf, ma non superallegrone, piuttosto quello più slacker e malinconico e cantato in modo indolente, perfetto per la fine dell’estate dunque. L’ultimo disco (il terzo) è “Floating features” (2018) e rispetto al precedente “Wide awake” è un enorme passo in avanti.
Finiamo con gli islandesi Worm Is Green che da poco hanno fatto uscire il terzo volume della loro serie “Loops, cuts & lost clues”. Sempre pregevoli, eleganti e atmosferici come non mai.

Comeback

Un paio di graditi ritorni:
* Sharon Van Etten: a 4 anni di distanza torna il 18 gennaio con un nuovo disco dal titolo “Remind me tomorrow”, anticipato dal singolo Comeback kid che però per ora non mi ha convinto. Ah, sono uscite anche le date del tour mondiale ma nemmeno mezza in Italia: grande, grandissima delusione!

* Pedro The Lion: torna il progetto di David Bazan con un nuovo disco dopo ben 15 anni dall’ultimo. Si intitolerà “Phoenix”, uscirà anch’esso il 18 gennaio e il primo singolo è Yellow bike:

Punks are dead

Please kill me” di Legs McNeil (uno dei fondatori della seminale fanzine “Punk”) e Gillian McCain (fotografa e scrittrice) parla del punk partendo dagli anni ‘60 (Velvet Underground, Mc5 e Stooges), passando per i New Yorks Dolls e arrivando all’esplosione newyorkese e al conseguente sbarco in Uk. Anzi, in realtà fa parlare direttamente i protagonisti di quel periodo: si tratta infatti di un cut up di tantissime interviste raccolte nel corso di tanti anni (ci sono dichiarazioni e racconti anche di gente morta da tempo come Sid Vicious e Andy Warhol). Ed è per questo che il sottotitolo è proprio “Il punk nelle parole dei suoi protagonisti”.
Si parla poco di musica, tanto dei musicisti, artisti, e gente correlata, si raccontano i loro vizi (tantissimi) e virtù (poche, a sentire gli altri). Tutto gira intorno al vecchio trittico sesso + droga + rock’n’roll e con questo intendiamo dire groupies, malattie veneree, tradimenti, prostituzione, tentati suicidi per ragioni amorose + tossicodipendenza, debiti, morti per overdose, ricoveri ospedalieri, disintossicazioni non riuscite, metadone, siringhe, relazioni interpersonali rovinate + risse sul palco e sotto, pochi soldi, locali squallidi, musicisti troppo sfatti per suonare o incapaci di farlo.
Insomma, 630 pagine di storie, aneddoti, frecciatine, amicizie, malesseri, ricordi legati ad una serie di personaggi e situazioni esagerate, portate all’estremo. Interessante per capire alcuni retroscena, sicuramente è una lettura alternativa rispetto ad una storia del punk più incentrata sulla produzione musicale. Ma si sa, il punk era anche questo.

Hunting season

L’esordio omonimo (2011) di Anna Calvi non era male ma mi aveva annoiato. Il secondo (“One breath” del 2013) non l’ho manco ascoltato. Però questo terzo lavoro intitolato “Hunter” (2018) lo sto divorando ascolto dopo ascolto. La sua scrittura dei pezzi è sicuramente migliorata tanto, il disco fila alla grande, bello e coinvolgente. Ha fatto un salto qualitativo enorme e posso dire che è decisamente uno dei migliori album di questo 2018, sicuramente quello che ho ascoltato di più (e non smetterò tanto presto).
Pezzo preferito (per ora): Indies or paradise, eccone una versione live di qualche giorno fa:

Turn off the bright lights

Vasco Brondi ha deciso di chiudere il progetto Le Luci Della Centrale Elettrica. Ne sono passati di anni da quel primo demo (2007) e soprattutto da quel “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008) con cui il giovane ferrarese aveva fatto il botto. Da quel disco, che rimane il mio preferito, il suo percorso è proseguito in modo altalenante (il secondo disco per me era un no, il terzo ok, il quarto non l’ho ascoltato). Ora ecco un doppio disco per chiudere il discorso, dopo di che cosa avverrà? Forse un nuovo percorso a suo nome? Chissà.
È chiaro che un progetto del genere non poteva andare avanti all’infinito se non con continui cambiamenti e rinnovamenti di stile e linguaggio. In generale alcune cose mi sono piaciute molto, altre meno ma lui mi è sempre stato simpatico e nelle interviste gli ho sentito dire cose intelligenti per cui perché non avere un po’ di speranza sulla sua carriera futura?

Shock in my town

Per la serie “dischi della madonna scoperti ad un anno di distanza ohimé, me tapino, me misero” mi sono imbattuto in “Other towns that ours” (2017) debutto dei Last Leaves, provenienti da Melbourne.
Me ne sono innamorato subito.
Poi sono andato a cercare info e scopro che non si tratta di gente alle prime armi, bensì una band composta da 3/4 dei Lucksmiths. E niente, a me piace anche molto di più di loro e anche di un album come “Warmer corners” e lo dico col rischio di venir menato dai puristi nostalgici della band australiana.
“Other towns that ours” è uscito per la Lost & Lonesome, etichetta fondata guardacaso dallo stesso Mark Monnone. Il disco può essere ascoltato in streaming sul bandcamp della label. Fatelo, non lasciatevi scappare questa perla.

Eat more pasta and go go fasta!

Andare ad un concerto e divertirsi da matti con un gruppo mai ascoltato prima è una di quelle cose che ti svoltano tutto il weekend. Se poi tutta la serata è stata memorabile dall’inizio alla fine, che dire di più?
Ieri sera a Carnate, paese sperduto del Brianzashire, c’era il Pork’n’Roll, una festa a base di carne, birra e  musica. Quattro gruppi che hanno divertito grandi e piccini (ma soprattutto i grandi):
*Fiasco Da Gama: son arrivato sul finale, quindi ho ascoltato poco. Anzi niente perché ero intento a comprare un paio di vinili (argomento di un prossimo post? Ma sì dai!).
*The Legendary Kid Combo: una miscela di folk, rock, barba, musica balcanica, cappelli a cilindro. Sono in giro da parecchio e si vede: uno show  collaudato e intenso. Non il mio genere al 100% ma è impossibile non riconoscere la loro capacità di intrattenere e divertire.
*Go Go Ponies: tre ragazze e un enorme uomo barbuto compongono questo gruppo incendiario che si autodefinisce fit metal. Più rock’n’roll senza remore, tirato, secco, con un gran groove. Il tutto portato all’esagerazione. Il loro non prendere sul serio se stessi e l’esibizione in sé ha creato un’atmosfera surreale e sbarazzina. Aggiungeteci inni istantanei quali Pasta & Furious (il mio preferito), Saturday night FIGA, I got erection o Camel toe, provocatori ma con tanta sostanza. Un’oretta scarsa in cui hanno spaccato i culi! Unica delusione: hanno un banchetto pieno di merchandising di vario tipo (spillette, zainetti, un gioco di carte, una fanzine, un deodorante per auto) ma non la musica (nessun album/Ep/demo quel che volete in nessun formato cd/lp/mc/rullo). Una cosa un po’ scoraggiante, nevvero? Dopotutto stiamo parlando di una band! Ci sono rimasto particolarmente male perché la frase “Dopo devo comprargli il disco” si era fatta largo velocemente nella mia testa. In realtà in questa intervista chiariscono la cosa dicendo: Il disco completo ci sembra ormai una concezione passata. Vorremo ragionare sui singoli che è molto più conveniente per una questione di hype. Lavorare sui singoli ci permette di lavorare in maniera più regolare, come si faceva negli anni 50, crediamo che sia molto più interessante.
*The Leeches: non hanno bisogno di presentazioni. Oramai sono delle macchine dal vivo, ancora più bravi e precisi. I pezzi li avrò ascoltati mille volte ma non mi stancano mai. Cosa dire che non sia già stato detto? Nulla, spaccano come al solito!
Nota doverosa: si sentiva davvero benissimo, è un piacere assistere a concerti così. Complimenti al service e ai fonici!

Insalatone italiane #11

Partiamo con due recuperi: in primo è “Montroe” (2017) di Arnoux che è uscito da più di un anno e mezzo e merita almeno una citazione anche se, ad essere sincero, mi ha preso meno rispetto ai lavori precedenti.
Tunonna / Silvia Sicks è una cantautrice romana e per darvi un’idea del personaggio qui potete leggere un’intervista che è bella anche se lei sostiene che la Peroni da 66 è la birra più buona del mondo, però si parla anche della scena punk. In ogni caso  il suo primo disco è intitolato “Buono” (2017) ed è quella cosa lì che potete immaginare, principalmente voce e chitarra, senza troppi picchi ma senza nemmeno delle grosse cadute. Il prossimo lavoro deve essere un passo avanti altrimenti che senso ha? Per la cronaca assieme al disco è presente un fumetto inedito di Zerocalcare (che ha disegnato anche la copertina).
I Dags! tornano con “Flaws & Gestures” (2018), secondo lavoro dopo l’ottimo “Snowed in / Stormed out” di due anni fa. Forse continuo a preferire l’esordio ma il nuovo disco è comunque una bella botta, soprattutto per alcuni pezzi dai tutoli tutt’altro che banali. Uno a caso? L’attualissimo I must have missed the moment this city became a sewer and all the nazi scum were allowed to walk around pretending nothing ever happened.
Finiamo con una botta di passato non troppo lontano: ho risentito il disco omonimo (e unico) del 2008 di quel supergruppo chiamato Proiettili Buoni e a distanza di tempo l’ho trovato davvero buono. Peccato che la cosa si sia risolta in poco tempo, la qualità degli interpreti, sia dal punto di vista di scrittura che di arrangiamento e di esecuzione, era altissima. Per chi non se li ricorda erano Marco Parente, Paolo Benvegnù,  Gionni Dall’Orto e Andrea Franchi.

How near how far

Dalle premesse doveva essere un concerto della madonna: gli …And You Will Know Us By The Trail Of Dead che rifanno tutto “Source tags & codes”, in più all’aperto in una sera d’estate e vicino a casa (nel dettaglio: Villa Tittoni a Desio).
Avevo aspettative altissime, un po’ come il mio amore per quel disco.
In realtà alla fine non so quanto il concerto mi sia piaciuto.
Cerchiamo quindi di riordinare le idee e partiamo dalle cose No:
*la voce non si è sentita per tutta la prima metà
*la seconda chitarra non si è sentita per tutto il tempo dell’esibizione
*c’era pochissima gente (tutti in vacanza? Probabile)
*non cantava nessuno tranne me e un paio di altre persone
*il pubblico è stato freddissimo (se non glaciale) finché, finito tutto ST&C, il gruppo ha detto: “Adesso facciamo qualche altro pezzo” e al primo di questi pezzi tutti a muoversi e a battere le mani. Che poi era Will you smile again? da “Worlds apart”. Ma ce la fate?
*i due pezzi dopo erano tratti da “Madonna” e non se li è inculati quasi nessuno.
*hanno suonato in modo fin troppo caciarone (va bene essere punk ma un po’ di precisione e di amore per quelle canzoni, perdio).
*il tutto è durato a dir tanto un’ora e un quarto.
Ora invece quelle Sì:
*i Labradors in apertura hanno fatto un figurone
*i Trail Of Dead non si sono risparmiati
*sentire quei pezzi fa comunque piacere
*appena finito lo show tre componenti del gruppo su quattro (tutti tranne Jason Reece, per intenderci) si sono fiondati fuori per parlare con la gente, fare fono, stringere mani e firmare autografi. Il bassista Autry Fulbright (no, Neil Busch non c’è più da anni) ha ringraziato personalmente quasi tutti. E a me sta cosa piace sempre tantissimo (e mi ha reso più sopportabili le grosse magagne on stage).
Mi rendo conto che in questa seconda sezione ci sono cose extra-concerto ma va bene così. Ah, a proposito di extra, Conrad Keely sul suo instagram ha scritto di quanto era contento di suonare in uno sperduto paese della brianza: “Managed to find ourselves in the picturesque little town of Absolutely Nothing The Fuck To Do Here, Italy.”. Leggetevi anche lo scambio di battute ilari con il commentatore, merita.

I think it’s time we stop, children, what’s that sound?

Soundbreaking – Storie dall’avanguardia dell’industria discografica” (in originale “Soundbreaking: Stories from the Cutting Edge of Recorded Music”) è una serie di 8 documentari che (cito dal sito Rai) “ripercorre l’evoluzione dell’incisione discografica ed esplora il nesso tra la tecnologia d’avanguardia e l’arte umana che ha creato la colonna sonora della nostra vita: la musica”. È stato l’ultimo progetto di Sir George Martin per la BBC prima della sua scomparsa a marzo 2016.
Le puntate, infarcite da tantissime interviste a gente super famosa del mondo della musica (artisti, musicisti, produttori, giornalisti, ecc), parlano dei vari aspetti: la voce, gli strumenti, il ritmo, l’evoluzione digitale, il video, il rapporto artista/produttore. Attenzione però: sono quello che si possa definire un documentario molto “entry-level” per chi magari apprezza ascoltare la musica ma non si è mai interrogato minimamente su come la musica viene suonata e registrata, non ha mai approfondito alcuni aspetti e/o non ha mai guardato un documentario musicale. Anche la scelta degli argomenti è molto, troppo varia e il filo comune che li lega (l’evoluzione tecnologia nell’industria musicale) è talmente sottile che in realtà è un modo per ficcarci dentro tutti gli argomenti in modo abbastanza indiscriminato e soprattutto non approfondito.
Insomma, se avete un minimo di conoscenza dell’argomento, questa serie (ben fatta, niente da dire su quello) non vi dirà molte cose nuove. La storia di Mtv e l’evoluzione del videoclip la sappiamo un po’ tutti (o forse sono io che mi informo troppo?). Idem sulla storia della chitarra, del rock’n’roll, Napster, la nascita degli mp3 e l’avvento della musica liquida. Troppe cose già dette da altre parti. La mia puntata preferita è stata quella sulla nascita di rap e hip-hop, un argomento che già conoscevo ma non così nel dettaglio: mi ha fatto riflettere ancora di più sulla situazione di quella musica oggi, in cui paradossalmente ciò che la resa grande (i campionamenti) è utilizzabile solo dagli artisti già ricchi e affermati (per i motivi di copyright e diffusione) creando così un crollo verticale della sperimentazione e della qualità delle basi.
Da una parte apprezzo il lavoro fatto, dall’altra bisogna ammettere che un po’ più di coraggio avrebbe davvero dato una marcia in più a “Soundbreaking”. Spero però che qualcuno si senta ispirato da questa per fare una serie di documentari sugli aspetti da “dietro le quinte” dell’industria musicale (scrittura, arrangiamento, registrazione, produzione, promozione, e via dicendo).

Going solo

Nuovo disco per il buon Jon Spencer e per la prima volta, udite udite, come solista. Si vede che dopo Pussy Galore, Blues Explosion, Boss Hog e Heavy Trash aveva bisogno di solitudine. O quasi: infatti ad accompagnarlo ci saranno Sam Coomes dei Quasi e M. Sord alla batteria. Il disco si intitolerà “Spencer Sings the Hits!”, conterrà 12 tracce e uscirà in autunno per In The Red Records.
Il primo singolo è Do the trash can: