Banana e krankenwagen

Una seconda colazione a Lindau. Il traffico bavarese. Mêlée esiste davvero! Luoghi sperduti in cui giovani tedesche non sanno una parola di inglese. Goslar e la Bismark baguette (aringhe e cipolla, yum!). Lubecca, bellissima e accogliente. Pomerania senza volpini (saranno stati tutti nel parlamento di Schwerin). Stralsund: ma siamo in Germania o in Svezia? Il popolo germanico non è capace di mettere le indicazioni stradali come si deve. L’isola di Rugen è più grande del previsto. Stare a nord e vertigini. Spiagge di tempi andati. La meravigliosa e incredibilmente emozionante machine from hell. Dresda spacca! E anche il parco Alaunplatz (con il suoi sport medievale per mazzularsi con armi gonfiabili?) e la cena da Lile Sosse. Il Walhalla sotto la pioggia e un pranzo sovrabbondante. I tedeschi non hanno voglia di lavorare, è palese. Il lago per i ricchi di Monaco e le cameriere con le grazie in bella mostra. Tedeschi che anche se sanno che non capisci la loro lingua continuano a parlarti così, ma sorridendo. Zuppa di pesce e vino bianco.

Spin the black circle

Sicuramente avrete sentito parlare di “Vinyl”, la serie prodotta per HBO da Mick Jagger, Terence Winter e Martin Scorsese (che ha diretto anche il primo episodio): si svolge nel 1973 e il protagonista è il discografico Richie Finestra. La prima stagione è composta da 10 puntate ma qualche settimana fa è stato comunicato che non ne verrà fatta una seconda stagione.
Forse è un bene.
La parte strettamente musicale/lavorativa è la migliore (vendere l’etichetta/non venderla, rinnovare l’immagine, trovare nuovi gruppi, farli firmare, cercare di fare promozione, intortarsi gli artisti grossi ecc. ecc.) ed è un aspetto del mondo musicale che è stato spesso ignorato fino ad ora (anche se spesso sembrava di vedere una copia minore e più anni ’70 di Mad Men). Il problema semmai è stato inserire alcune altre storyline meno interessanti o gestite proprio male:
-la storia trita e ritrita del personaggio che finisce per ammazzare un tizio e non deve farsi scoprire (quanti film e serie abbiamo già visto? Dai ditene una? Fargo? Ok).
-la storia di lui che divorzia con la moglie, utile per i flashback ma piantata lì a tre puntate dalla fine.
-la storia della sua dipendenza da droga e alcool che lo fa mandare in vacca amici, colleghi e famiglia.
-la mafia italiana. Che palle, era il caso di tirarla dentro a tutti i costi anche qui?
Per non parlare di tantissimi personaggi monodimensionali, tutto ciò in un’alternanza di buone puntate e puntate noiose piene di cliché. Per critiche più approfondite anche su altri aspetti potete leggere questo buon articolo, oppure a rivolgervi al sempre ottimo Alan Sepinwall che ne ha parlato qui definendolo HBO’s one of its biggest tv disappointments.
Insomma, anche per me poteva venire decisamente meglio ed è stata un’occasione mancata.

Insalatone italiane #5

Avevo lasciato Black Eyed Dog agli inizi, con dischi di cantautorato semiacustico. Non erano male, adesso invece lo ritrovo con un progetto evoluto (autodefinitosi Punkromanticpsychoblues), maturo, più centrato e dal mio punto di vista molto più interessante: “Too many late nights” esce nel 2012, l’ho scoperto tipo l’anno scorso ma è uno dei casi in cui si dice “meglio tardi che mai”. Poi sono passato all’Ep del 2013 intitolato “Early morning dyslexia”. Eccoci poi al 2015 con il nuovo “Kill me twice” che va in direzioni più post post-punk e meno psychoblues e che non è male anche se mi piace meno.
Passiamo oltre: ho sempre pensato che Zippo fosse un rapper, colpa sicuramente del nome. Invece è un gruppo di Pescara che fa hard stoner metal. Ma pensa te quante cose si scoprono. Questo è il suo/loro ultimo disco intitolato “After us” che non è male ma non mi fa impazzire questo tipo di proposta però dalla loro bio sulla pagina testè linkata leggo: “There is one thing you can say about Zippo’s albums – They all sound different to each other.”. Qualcuno mi consiglia un loro altro disco da ascoltare?
Chiudiamo con il torinese Paolo Spaccamonti e il suo fantastico lavoro “Rumors” (2015), completamente strumentale, affascinante, cinematografico, intenso, coinvolgente. Un disco di cui ci si innamora e che sarebbe sicuramente rientrato nella lista del meglio del 2015 se l’avessi saputo prima. Lo potete ascoltare in streaming, fatelo!

Memory of a i-days festival

Era da tanto tempo che non andavo al festival dell’Indipendente, una volta Indipendent Days Festival, oggigiorno solo i-Days. L’ultima volta è stato il lontano 2007. Cosa è cambiato da allora? Innanzitutto la location e l’autodromo di Monza per me è decisamente più comodo di Bologna. Non sono cambiate invece le pessime abitudini da festival italiota: ingresso consentito solo alle bottiglie senza tappo e prezzi assurdi: 3 € per mezzo litro d’acqua è una cosa su cui non si può tacere e etichetta senza pietà questa gentaglia al livello di merda. Peccato perché per il resto non è andata male.
Dei tre giorni in programma ho visto gli ultimi due, non sto qui a parlare dei gruppi minori su cui non avrei molto da dire (ok, solo due cose: Shura = electropop noioso e inutile, Eagulls = troppo derivativi) anche perché il caldo l’ha fatta da padrone e mi ha tolto qualsiasi voglia di vedermi dei set sotto un tendone invivibile (e senz’acqua, non dimenticatevelo, nemmeno per lavarsi le mani o bagnarsi la testa, maledetti!), vediamo i gruppi principali:
*Stereophonics: confermano di essere un gruppo con tanta esperienza, che nella dimensione live è rodatissima e fila via dritto come un treno. Alcuni pezzi belli, altri meno, il loro rock è piacevole ma innocuo. Ciononostante in un festival fanno la loro porca figura.
*Sigur Ros: sicuramente il punto più alto dei due giorni a cui ho partecipato. In tre sul palco, una coreografia di luci eccellente, un set spietato, intenso, duro e suonato senza dire una parola. Gran scaletta (solo 12 pezzi ma sembravano di più) e bellissimi gli arrangiamenti. Pezzi migliori: la versione malvagia di Ný Batterí e la chiusura con Popplagið.
*Biffy Clyro: in tanti dicevano che il gruppo scozzese rendeva molto di più dal vivo che su disco (su cui sono piuttosto mosci) ed effettivamente hanno fatto un buon set, tirato e dando il massimo. Ancora non capisco il grande entusiasmo che la scena hipster ha per loro (se non l’amore per cantare ritornelli/cori da stadio tutti assieme) ma non ci può lamentare della performance che hanno offerto ad un pubblico sempre partecipativo e ai limiti dell’invasato. Lo stesso pubblico che se ne è andato in massa dopo il set dei loro beniamino alla stregua di una versione 2.0 dei fan di Vasco.
*Suede: è difficile parlarne con cognizione di causa. Il gruppo di trova a suonare con poco pubblico e con una marea di problemi tecnici che ne hanno condizionato la resa. È successo di tutto e quello che segue ha trasformato un set andato subito in vacca in una delle cose più punk rock, surreali e involontariamente divertenti che io abbia mai visto:
– secondo pezzo (Trash) e Brett getta già via il microfono – Scompare dietro le quinte per farsi cambiare l’auricolare/spia che non funziona (nel frattempo il pezzo finisce muto)
-altri pezzi cantati a sprazzi tra monitor che non si sentono, auricolari scagliati in giro, microfoni lasciato per terra
-battibecchi con il pubblico ( “Abbiamo qualche problema tecnico, come potete vede… Cos’hai detto? COS’È CHE HAI DETTO?!? VUOI CANTARLA TU? CANTALA TU!” – Gelo nel pubblico – Tizio del pubblico canta meglio di Brett Anderson e non vuole ridargli il microfono – Brett s’incazza come una biscia “Bravi, bravi, visto che avete una lunga tradizione cantate con me” + Cantata collettiva, ci amiamo tutti)
-Fonici che corrono
-Spia di un chitarrista che salta (sì, anch’essa), panico a bordo palco
-Bagni di folla a più riprese, abbracci sudati tra frontman e pubblico
-Il chitarrista suona per finta
-Centordicesima spia che salta, il panico continua
-Mossa del microfono fatto roteare,  allungando sempre di più il cavo + sventagliata a tanto così dalla testa del fonico che fa per alzarsi, ma viene placcato dal chitarrista (l’altro, quello che suonava davvero) e gli salva la vita in stile scena da film ambientato in Vietnam
– Altri fonici che corrono, altre spie che saltano
-Bagno di folla sulla conclusiva Beautiful ones, Brett fa per tornare sul palco dalla scaletta, si incastra il cavo del microfono – Lo getta via ancora una volta + Finisce chiamando il battimani e poi possiamo andare tutti affanculo dopo un bis stranamente senza drammi
Buonanotte.

La distanza

Al polo opposto di Glen Hansard (vedi post precedente) c’è Damien Jurado: l’esibizione di ieri (sempre al Carroponte) è stata davvero buona tecnicamente ma non coinvolgente. Insomma bravo ma freddo e distante. Non dico che uno deve per forza essere un intrattenitore o fare il simaticone sul palco, ma da un live mi aspetto qualcosa di più, cerco una serie di sensazioni che mi facciano capire che quel momento, quel luogo, quello che vedo e quello che sto ascoltando sono un insieme di sensazioni importanti, speciali e uniche, che mi facciano dire “Ma che bello essere qui”. Ieri invece decisamente meno.

Irish blood, big big heart

Bastano davvero pochissimi minuti di concerto per capire che Glen Hansard è uno di quelli che ci mette tantissimo cuore in quello che fa. L’altra sera non è stato da meno: davanti al pubblico del Carroponte, su un palco gremito da tanti altri musicisti che lo hanno accompagnato, ha tirato fuori un concerto di quelli speciali, agrodolce e variopinto, in cui il continuo scambio di emozioni col pubblico è stata la costante.
Però diciamolo: sta meglio con la barba.

L’angolo delle uscite

*Arnoux – “Mandalas”: tre pezzi di elettronica ambient che si spingono verso il minimalismo spinto. Mi piaceva molto di più prima però.
*Nick Cave & The Bad Seeds – “Skeleton tree”: non mi aspettavo un disco così presto ma a quanto pare i primi lavori dell’album risalgono addirittura alla seconda metà del 2014. Il disco uscirà il 9 settembre e verrà anticipato dal film “One More Time With Feeling”, che uscirà al cinema il giorno prima. Sono curiosissimo.
*Don Turbolento: il duo bresciano ha deciso di passare alla lingua italiana con due brani intitolati Non solo cellule (hm, carino) e Sotto l’incenso (meno carino). Per ora non c’è ancora un seguito a “Poli voks” uscito l’anno scorso, sempre che io abbia capito bene eh, non è che il loro sito aiuti molto. A tal proposito bisognerà mettersi un promemoria e fare prima o poi un bel post sui siti dei gruppi fatti male e  inutili che non aiutano chi ci va in cerca delle info basilari e importanti (news aggiornate, discografia fatta bene con i dettagli e i pezzi, ecc. ecc.) come se non volessero dirti nulla o sia obbligatorio fare fatica a tutti i costi (oh, eppure siamo nel 2016 eh, vi interessa che la gente vi segua o no?) che se va bene c’è wikipedia, discogs o rateyourmusic per i gruppi un po’ più grossi altrimenti ciao.
*Library Tapes – “Escapism”: da loro si sa già cosa aspettarsi ma quello che fanno è sempre eccellente. Ascoltatevi tutto il disco nuovo (uscito a febbraio) sul loro bandcamp, dura meno di mezz’ora!
*Sigur Ros: anche per loro nessun disco all’orizzonte ma solo un nuovo pezzo, Óveður, in attesa di vederli dal vivo tra un paio di settimane.
*Sonic Youth – “Spinhead sessions”: si tratta di 40 minuti di registrazioni strumentali e rumorose fatte nel 1986. Probabilmente le rate del college di Coco iniziano a costare (cit.).

Aftereverything

È uscito il nuovo disco degli Afterhours, “Folfiri o folfox”, da tutta la stampa incensato come il disco della rinascita (erano già dati per morti?) e capolavoro indiscusso. Lo salterò a piè pari come per “Padania” ma per motivi diversi.
Il fatto è che nelle scorse settimane sono usciti due pezzi del disco, uno peggio dell’altro (e non metto i link perché vi voglio bene):
Il mio popolo si fa è una cosa francamente inascoltabile, senza filo logico e con un testo ridicolo. Uno di quei testi che ogni tanto Agnelli tira fuori ma a volte gli vengono bene, a questo giro no. Frasi come “Per disegnare pressoché città piene zeppe d’avanguardie e sole che fanno di tutto senza un’idea dell’immensità” o “Il mio popolo si fa, Dio fortuna e trans, se l’orrore siamo noi, beh, l’orrore è quel che vuoi” o “Sei italiano, prima o poi sorridi, ride anche la tua disperazione, chiudi due persone a lungo in un box e prima o poi scopano” o “Sole mio sta in fronte a me, fatto d’anfe in un festino perché guardo quest’orrore e festeggio il mio destino” sono degne del mitico Generatore di Testi dei Verdena (se va bene) o di Alberto Ferrari stesso (se va male).
Non voglio ritrovare il tuo nome è una ballatona ma di quelle ultrabanalotte: arrangiamento da rock italico stinfio, batteria loffia, non c’è un guizzo, un po’ di sapore (anche il video è di un’inutilità estrema), senza tralasciare un testo che anche qui ci regala qualche perla come “Occhi blu tu non eri come me, non sei tu chi respira su di me, vedevo la tua luce sai come dentro ad un incantesimo, vedevo la tua luce sai? Ma ho fatto un incantesimo e tutto a un tratto non ci sei più”. Ma adesso nemmeno le ballate sanno fare? Mboh. Per fortuna che Stefano Pilia adesso suona con loro, ascoltando i pezzi non l’avrei mai detto (ma c’è davvero?).
Non so che dire, sembrano diventati una macchietta di se stessi.

Luci stroboscopiche, ti vedo e non ti vedo

Ma soprattutto “non ti vedo” e non per colpa delle luci ma per un locale strapieno all’inverosimile. Gente stipata in ogni angolo con la minima possibilità di muoversi. Mai visto il Live di Trezzo così pieno e la sensazione è che le persone superavano non di poco la capienza massima (la mia è solo un’impressione e non voglio gettare accusa infondate, sicuramente era tutto in regola ma da gente che fa pagare ben 2 € una bottiglietta d’acqua da 500 ml e poi te la dà senza tappo mi aspetterei questo ed altro).
Aprono gli inglesi Three Trapped Tigers che dimostrano di essere bravi ma di fare pezzi tutti uguali, per cui 15 minuti vanno bene, 40 invece meno.
I Deftones invece salgono sul palco carichissimi e appena usciti dal coiffeur: Steph Carpenter con l’effetto Pantene (ha i capelli sempre al vento, presumo per un ventilatore posizionato lì vicino che punta fisso su di lui), Chino con i capelli biondi, terribili ma mai quanto quelli rosa di Sergio Vega.
Ma non sono venuti per farci vedere la bellezza della tricomachia ma per spaccare e l’hanno fatto. Scaletta varia che pesca bene da tutto il repertorio e non solo dall’ultimo “Gore” (anzi: solo 2 pezzi contro i 5 da “Around the fur”, per dire). Sempre notevole la tripletta whiteponyiana Digital bath + Knife prty + Change. Forse proprio Knife prty è stato il pezzo migliore della serata assieme a Rosemary. Chiusura invece con un tuffo al passato: le due canzoni eseguite durante i bis sono state Root e Engine no. 9 e io sono tornato improvvisamente adolescente.
Ritorniamo all’argomento luci: all’entrata del locale campeggiavano cartelli in cui si avertiva l’uso di luci stroboscopiche forti. Effettivamente l’impianto luci era notevole, grande e ben congegnato, una cosa che non si vede spesso in un locale del genere. Le strobo non hanno dato fastidio, anzi hanno creato un’ottima atmosfera e una cornice spettacolare. Cinque alto al tecnico luci!
(cinque alto anche a chi in meno di mezzo secondo ha riconosciuto la citazione del titolo).

Chitarre acustiche e candele

Sembrerebbe che torni Mtv Unplugged, uno dei più bei format dell’oramai non più emittente musicale. Sì perché a quanto pare c’è un progetto per fare nuove puntate di questo storico format con cui tanti di noi adolescenti degli anni novanta sono cresciuti.
Potrebbe essere una porcata ma voglio comunque fare un gioco di fantasia e chiedermi: che unplugged mi piacerebbe sentire?
Più di tutti i Decemberists, Pj Harvey, Beck, i Pearl Jam, i Qotsa (ma non una roba come questa, per favore) e Damon Albarn che rifà pezzi di tutti i suoi progetti, idem con Mike Patton. Anche un unplugged coi controcazzi di Mark Lanegan (con i pezzi belli però). Poi? Emiliana Torrini potrebbe essere un nome interessantissimo. Di nuovi artisti sicuramente Shron Van Etten e, perché no, i Rokkurro. Anche qualsiasi cosa possa coinvolgere Rabia Shaheen Qazi lo compro a scatola chiusa.
Insomma, ho citato i soliti nomi che spesso compaiono su questo blog (lasciando fuori tipo i Calexico il cui ipotetico unplugged non sarebbe così diverso dai pezzi originali anche se lo ascolterei comunque subito). Nel momento in cui pubblicherò il post mi verranno in mente altri quindicimila nomi ma sarà troppo tardi oramai.
Ora tocca a voi, qual è il vostro sogno senza spina?
(nota: nell’articolo linkato si parla di un fantomatico Mtv Unplugged dei R.a.t.m. ma non ne trovo traccia da nessuna parte, mi sa che se lo sono inventato).

Back to the future

Venerdì gli Strokes hanno fatto uscire un nuovo ep di 3 pezzi intitolato “Future present past Ep”. Ricordiamo che il gruppo viene da una doppietta di dischi davvero terribili. E il nuovo lavoretto dimostra che sono un gruppo inutile: Oblivious è un ritorno al 2006, un pezzo caruccio ma che risente di una lunghezza inusuale (quasi 5 minuti) che lo affossa del tutto. Drag queen è una robaccia simile all’ultimo periodo. Threat of joy non è nemmeno male ma sembra uno scarto di “Rooms on fire”, ma si salva perché è più corta delle altre due canzoni.
Ma perché fare uscire un Ep così? Hanno preso della roba che avevano in giro e l’hanno pubblicata per dire “Ricordatevi di noi”?
In ogni caso “Pericolo… non va!” direbbe Piccinini. Niente di fatto, rimaniamo come eravamo: ci teniamo il primo meraviglioso disco e una piccola manciata di canzoni dei due dischi successivi, tutto il resto nell’indifferenziato.

What’s the frequency, Kenneth?

La notizia di questa settimana (datata ieri) è l’abbandono dei Motorpsycho da parte di Kenneth Kapstad. Il biondo batterista era nel gruppo dal lontano 2007 e ha segnato profondamente la seconda fase dei nostri psychonauti preferiti. A quanto pare la separazione è stata dolce e senza traumi.
Ora che succederà?
Per ora Snah e Bent si prendono una vacanza e poi cercheranno un nuovo compagno di avventura. Sarà interessante vedere se inizierà un nuovo ciclo, magari ancora diverso rispetto ai precedenti.

Take the power back 2.0

La notizia di questi due giorni è il nuovo suprergruppo Prophets Of Rage, nato da 3 su 4 dei Rage Against The Machine (cioè i soliti, cioè quelli che suonano, cioè non quelli che si chiamano Zack de la Rocha) assieme a B-Real dei Cypress Hill e Chuck D dei Public Enemy (Prophets of rage è proprio il titolo di una loro canzone).
È già stato annunciato un primo concerto a Los Angeles in cui verranno eseguiti pezzi dei 3 gruppi.
Ma perché?
Se c’è un senso dimmi qual è (cit.)
Vabbè, stiamo a vedere come si sviluppa la cosa.

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