Storie di punk, rock, glam

Torniamo alla rubrica senza nome in cui parlo di film, serie tv, documentari, e cose simili ma legate alla musica.

* “Velvet goldmine” (1998): ok, ho visto solo adesso, con qualche decennio di ritardo, il film di Todd Haynes sull’ascesa e la caduta di un fantomatico cantante glam di nome Dav- no scusate, Brian Slade. Ben recitato (ho apprezzato soprattutto Jonathan Rhys Meyers, Ewan McGregor e Toni Collette, un po’ meno Christian Bale nella versione da giovane), ottimi costumi, belle canzoni. E il film? Non del tutto riuscito, purtroppo.

* “Still crazy” (1998): più interessante ragionare su questo film di Brian Gibson che si focalizza su una band rock degli anni ’70, gli Strange Fruits (no comment sul nome), che nella seconda metà degli anni 90 decide di riunirsi. Mi ha dato da pensare il cambio di panorama che è avvenuto dal 2000 in poi: se oggi una grande band del passato volesse fare una reunion si partirebbe subito con un grandioso tour e con la ristampa di tutto il catalogo (magari in edizioni deluxe e lussuose per gli appassionati). Alla band di Bill Nighy è successo il contrario: tour sfigato nei peggiori locali del Benelux per testare le acque e, forse ma vediamo, una ristampa dei loro vecchi dischi. Un film non capolavoro, ma sincero, onesto e recitato benissimo.

* “We are Lady Parts” (2021): chiudiamo con una serie comedy inglese, di 6 puntate molto brevi (20 minuti l’una), scritta e diretta da Nida Manzoor. Cinque ragazze fondano una band punk chiamata Lady Parts: sono giovani, sono molto diverse l’una dalle altre, sono londinesi, sono islamiche. Divertente, bello, anche se un po’ troppo prevedibile e pensato per un pubblico sicuramente più giovane di me. Sugli scudi Anjana Vasan nella parte di Amina. Se volete approfondire ecco una recensione di Serialminds.

Come out and Play

Abbiamo superato la metà di settembre e non ho ancora parlato di una cosa.
Di un progetto. Nuovo.

Il 4 settembre ha debuttato Extended Play, una nuova webzine di musica.
“Ce n’era davvero bisogno?” diranno i miei piccoli lettori?

Su questo blog sono sempre poco istituzionale per cui, alla buona e scrivendo di getto, provo a spiegarvi la nascita e le motivazioni dietro a questa cosa che forse andrà bene, forse chissà, ma che per adesso mi sta prendendo tantissimo. Anzi, mi sta prendendo da mesi, perché l’idea è nata verso febbraio e marzo, discutendo spesso con amici di una certa insoddisfazione che abbiamo maturato negli ultimi anni riguardo al giornalismo musicale italiano.

Non voglio far partire flame, per carità. Ci sono ancora delle firme di gran valore, articoli ben fatti, ma il tutto è annacquato in un mare di news poco interessanti, di articoli clickbaiting o di polemica sterile (non serve che vi rammenti come negli ultimi mesi le notizie e le mezze opinioni sui Maneskin hanno inondato, con poca sostanza, anche il mondo delle webzine musicali nostrane, vero?), di millemila recensioni in cui non viene detto nulla, di informazioni inesatte o pressapochiste, di banalizzazione.

Dov’è il valore di scrivere di musica?
Dov’è la bellezza di leggere di musica?

Non ricordo come sia uscita esattamente l’idea di EP. Voglio immaginare che qualcuno, ad un certo punto, abbia detto “Adesso voglio fare un sito di musica tutto per me, come lo voglio io, con blackjack e squillo di lusso”. Ricordo solo che da un certo momento abbiamo iniziato a pensarci seriamente: perché no?

E poi è stato tutto un fiume in piena: il nome, la grafica, il sito, gli articoli. Tutto da preparare nei ritagli di tempo, di notte, nei weekend.

Ci siamo presi dei mesi per fare tutto bene e con calma e alla fine ce l’abbiamo fatta.

Tranquilli, non saremo un sito che vi inonda di articoli. Non sappiamo nemmeno se e quanto dureremo, figuratevi voi! Però ci proviamo. Abbiamo scritto un editoriale per chiarirci le idee e comunicarle a tutti, su quello che vogliamo fare e vogliamo essere. Se vi va è qui.

Finiamo con una domanda che mi autopongo: Perché Extended Play? Perché, come dice bene anche MySpiace, l’EP è il miglior formato! In ogni caso, il link adesso lo sapete. Abbiamo anche una pagina Instagram e una pagina facebook, pensate un po’!

Insalatone italiane #16

E si parte con un altro mix di dischi nostrani.

Prendiamo il via con il ritorno di Vasco Brondi che se ne esce con il primo album a suo nome. Dopo aver abbandonato la dicitura che tutti noi conosciamo, il Brondi esce con un bel disco che continua ovviamente il discorso iniziato anni fa. Dico ovviamente perché lui ha quel modo di scrivere e di cantare, non vuole snaturarlo (o semplicemente non ci riesce). Speravo in qualche esperimento sonoro più coraggioso ma il lavoro tiene bene e i testi sono di alto livello. Curiosa la scelta di usare come singolo Chitarra nera, una delle canzoni meno “singolabili” (anche se una delle più belle), il cui video è qui.

Basi da gesto della legna + testi tardoadolescenziali che sembrano uscire da metà anni zero? “DISCO2” (2021) di Cmqmartina è tutto questo. Badate bene: lo dico in modo assolutamente positivo. A me è piaciuto, soprattutto quando non tira il freno a mano.

A febbraio è uscito “Forme complesse” (2021) dei Fine Before You Came: A questo giro anche musicalmente non mi ha fatto impazzire (anche per quel problema del cantato del Lietti). Alcune cose belle ma in generale l’ho trovato molto meno interessante del disco precedente, ed è tutto dire.

Un paio di mesi fa ch3o mi ha consigliato “Cemento” (2021) degli Strebla che è il disco più pestone di questa puntata. Furioso, intenso e senza compromessi. Ringrazio del consiglio e a mia volta lo ripropongo agli appassionati di hardcore/post-harcore/post-quellochevolete.

Torniamo indietro nel tempo, a “Ansia e disagio” (2017) di Giancane, cantautore romano. Disco carino, non capolavoro ma piacevole, la cui forza però è un packaging esagerato e curatissimo, completamente ispirato dalla sempre amata La Settimana Enigmistica.

Chiudiamo con “Reset” (2021) dei Bachi Da Pietra dicendo subito che è un grande, grandissimo disco. Un album riuscitissimo e l’aggiunta del terzo elemento, il basso, ha alzato clamorosamente il livello, creando un’ottima commistione con la batteria di Dorella. Mi piace molto il ricorso a tanti “vuoti”: la chitarra c’è quando serve, non c’è la pretesa di riempire tutti i momenti delle canzoni, le lasciano respirare. Ad esempio Fumo (uno dei miei pezzi preferiti) è totalmente basato su questi elementi (sezione ritmica e vuoti). Sicuramente uno dei miei dischi dell’anno.

Stranger songwriters

Un po’ di tempo fa avevo fatto un post elencando i progetti musicali (attivi e non) degli attori della serie “Stranger Things”.

A quelli indicati bisogna fare un’integrazione: infatti anche Maya Hawke ha una carriera musicale, parallela a quella di attrice. Ha debuttato nel 2019 con un paio di singoli carini, To love a boy (qui il video) e Stay open, e poi l’anno seguente ha rilasciato il suo disco di debutto, intitolato “Blush”. L’album è uscito su Mom+Pop (che in questi anni è diventata un’etichetta super interessante) e lo trovate anche sulla pagina bandcamp di Maya.

Ho scoperto la sua carriera alternativa grazie a Lifegate che ha trasmesso So long, bellissimo brano tarantiniano di cui trovate il “video” qui sotto, assieme all’altro suo singolo che più mi piace, e cioè Generous heart.

You’re in high school again

Torniamo a parlare di letture focalizzandoci su due libri in qualche modo collegati.

Partiamo con “In viaggio coi Nirvana – Il grunge in Europa 1989” (Arcana, 2013), un libro di Bruce Pavitt (fondatore della Sub Pop assieme a Jonathan Poneman) uscito nel 2012 e in originale intitolato “Experiencing Nirvana – Grunge in Europe, 1989”. Non ne conoscevo l’esistenza fino a qualche mese fa e per un colpo di fortuna sono riuscito a trovarlo scontato (il prezzo pieno è 19,90 ma l’ho pagato meno della metà quindi olè).
Si tratta del diario fotografico degli ultimi 8 giorni del tour dei Nirvana (principalmente assieme ai Tad) in Europa a fine novembre/inizio dicembre 1989, corredato dai testi di Pavitt.
Per darvi un po’ di contesto:

  • i Nirvana erano una band chiacchierata ma attesa al varco da tutti;
  • “Bleach” era uscito da qualche mese;
  • il gruppo era tornato da poco ad essere un trio;
  • alla batteria c’era ancora Chad Channing;
  • il gruppo di punta della Sub Pop in quel periodo erano i Mudhoney (i Soundgarden erano già passsati su major).

Interessantissima anche la raccolta finale di articoli che in quegli anni erano usciti in quel periodo sulle riviste musicali inglesi, soprattutto alla luce di cosa sono poi diventati i Nirvana: c’è chi ne parla bene, c’è chi ne parla malino, c’è chi dice che erano meglio in 4, c’è chi (in tanti, per la verità) non sopporta Kris Novoselic. Le foto fatte con un’Olympus tascabile, in modo molto veloce, riescono a cogliere l’atmosfera di quei giorni e da sole valgono l’acquisto (scontato).

La seconda lettura è invece un romanzo d’esordio, è intitolato “Stupidi e contagiosi” e l’autore è Giovanni Za (Fandango Libri, 2020). Il libro parla dell’ultimo anni di liceo, nel 1997, di un gruppo di amici. Un racconto corale, pieno di personaggi sfaccettati, pieno di situazioni ben descritte. Un libro che parla di adolescenza e lo fa in modo appassionato e attingendo senza dubbio all’esperienza personale dell’autore.
Un libro che ho letto tutto di un fiato perché sono stato risucchiato in un vortice di ricordi e nostalgia (I’m in high school again): ho un anno in meno di Za e quello che ho letto, in qualche modo, mi sembra che parlasse fortemente anche di me e raccontasse anche di quello che ero io, di quello che eravamo noi, in quella seconda metà degli anni ‘90: amore, musica, indecisioni, problemi familiari, ancora musica, cazzate, politica, stupidera, amicizia, morte, altra musica.
Piccolo inciso per sottolineare come i riferimenti possano completamente variare col tempo: a chi non coglie la citazione del titolo, il libro potrebbe sembrare un moderno saggio sui comportamenti a rischio dei giovani durante la pandemia. Io, invece, nel primissimo millesimo di secondo in cui mi sono trovato davanti la copertina, ho sorriso e ho iniziato a canticchiare Oh well, whatever, nevermind.

Musica viva

Tornare ad ascoltare musica dal vivo è una sensazione bellissima, farlo in un luogo a cui tengo e che negli anni mi ha regalato tante emozioni è ancora più speciale.

L’ultimo mio concerto risaliva a gennaio 2020 dopo di quello il nulla.

O almeno fino a ieri sera.

Per il Ground Music Festival (una rassegna sparsa in più date e posti e con diverti artisti), i Winstons hanno suonato a Cigole, al Palazzo Cigola Martignoni. Questa location è stata, negli ultimi anni, la sede del No Silenz Festival e non ho mai nascosto il mio amore per quello che è, nel mio cuore, il miglior festival di sempre (sia nella sua assurdissima sede inziale a Coniolo, sia in questa). Ed è stato proprio quello il motivo che mi ha dato la spinta ad esserci ieri, non tanto il gruppo in sé.

In ogni caos i Winstons hanno fatto un buon concerto e ne ho apprezzato in ogni minuto. Non è il mio genere, i loro dischi non mi dicono molto, ma dal vivo è tutta un’altra cosa.

Al ritorno ho cercato di fare il conto delle occasioni diverse in cui ho visto Enrico Gabrielli sul palco: i Winstons ieri, varie volte con Mariposa e Afterhours, i Calibro 35 e sul palco con PJ Harvey. Ma sono sicuro che mi sfugge ancora qualcosa, dopotutto quell’uomo è dovunque e vederlo suonare è sempre un piacere.

Chick chick chick, Chick chick, Ah-woop chick chick chick

Non ringrazierò mai abbastanza chi carica su youtube vecchi video di gruppi che adoro, magari spezzoni live, comparsate in programmi tv, esibizioni bislacche o fuori dall’ordinario.

Questo video dei Pavement che suonano Stereo da Conan O’Brien nel 1997 è favoloso: come al solito la band è adorabilmente sghemba all’ennesima potenza e perfettamente fuori posto.

Tre cose che mi hanno fatto sorridere:

  • Stephen Malkmus che gigioneggia come solo lui sa fare
  • Mark Ibold che gli sta vicino, molto vicino, pure troppo, e sorride sempre ed è felice della vita.
  • Bob Nastanovich con i suoi cori, versi, urla, capace di rendere ancora più surreale l’esibizione (in questa versione favolosa di Range life è ancora più protagonista e merita una statua).

Drive

Ho visto “What drives us”, l’ultimo documentario di Dave Grohl. L’argomento iniziale, nella mente dell’autore, era la vita in tour (e in tour van) delle band, poi a poco a poco si è allargato su cosa spinge un gruppo a lasciare tutto e imbarcarsi in un’avventura musicale, focalizzandosi su musicisti famosi (la lista è impressionante e infinita) ma anche su due band giovani (Starcrawler e Radkey). Insomma, sulla carta decisamente interessante.

Diciamolo subito: il film mi è piaciuto, è godibile, è pieno di aneddoti e io a prescindere ne consiglio la visione (è su Amazon Prime, se volete).

Ma se, come me, avete amato i due precedenti lavori del buon Dave dietro la cinepresa (“Sound City” del 2013 e la serie “Sonic Highways” del 2014), qui siamo decisamente un gradino sotto. Grohl probabilmente è uno dei pochissimi che oggi ha lo starpower per tirare insieme una lista così lunga e di nomi grossi, e convincerli nel raccontare cose sulla loro esperienza on the road che probabilmente hanno detto in altre millemila interviste. E dalla sua ha anche una grande credibilità quando tratta questi argomenti.

Cosa mi è piaciuto di questo documentario:

  • la pluralità di voci e di esperienze (su cui spicca fortissima quella di Flea);
  • l’aver inserito due gruppi giovanissimi per bilanciare i personaggi famosi e famosissimi;
  • la passione che ci mette sempre Grohl e che traspare sempre, in ogni secondo;
  • i video di repertorio e le bellissime foto che vengono mostrate della vita in tour delle band;
  • Ian McKaye.

Cosa invece non mi ha convinto:

  • montaggio troppo spezzettato, è un collage che risente di uno sviluppo narrativo che accompagni lo spettatore;
  • troppi ospiti, alcuni dicono due frasi in croce senza contribuire in modo interessante ma facendo solo presenza;
  • foto bellissime ma che compaiono in modo troppo rapido e non si riesce ad apprezzarle come si deve (spero ne facciano un libro fotografico, lo comprerei subito);
  • accenni di cose importanti e interessanti che non vengono spiegate bene, ad esempio la parte sui tour dei D.O.A., precursori e “inventori” del tour in furgone, i Black Flag e la rete punk/hardcore;
  • i Nirvana liquidati in mezzo secondo: posso in parte comprendere l’autore, ma se Scream e Foo Fighters sono i gruppi più citati nel documentario lasciando stare quell’altra band in cui Grohl ha suonato allora qualcosa si perde.

Dicevamo: il film è prodotto da tutti i sei (eh sì, tendono sempre ad aumentare) membri dei Foo Fighters, che fanno anche una serie di comparsate importanti, come co-star del film. Non era necessario ma capisco la scelta. Della deriva che ha preso la parte musicale della band, oramai da gruppo di dinosauri del rock forse è meglio tacere (il discorso è lungo e non vorrei farmi insultare proprio a fine post).

Questo è il trailer:

Notizie che danno benessere

Qualche giorno fa, stupendo un po’ tutti, le Sleater-Kinney hanno annunciato un nuovo disco in uscita il giorno 11 giugno.

Si intitola “Path of wellness”, è stato registrato a fine 2020, contiene 11 tracce ed è il primo disco prodotto da loro. Uscirà per Mom+Pop Music.

Che bella sorpresa! Ad aprire le danze c’è il primo singolo Worry with you, accompagnato da un gran bel video.

Se non bestemmio guarda…

Non capirò mai perché gruppi di un certo livello e che fanno musica di un certo tipo (curata nella scrittura e negli arrangiamenti, non raffazzonata, non da “un ascolto e via”) e con una lunga carriera, decidano (o accettino) di massacrare i loro pezzi solo per suonare un po’ più forte sui cellulari, rendendo il disco quasi inascoltabile su un impianto stereo minimamente decente.

Ogni volta non me ne capacito e non trovo mai una risposta soddisfacente quando mi pongo questo perché.

Forse sarebbe il caso di rigirare la domanda alle band in questione. Anzi, soprattutto alla band che ha ispirato e causato questo mio sfogo, ma probabilmente riceverei una risposta vaga riguardante supposte scelte artistiche coraggiose.

Sto parlando dei Mogwai e in particolare del loro ultimo lavoro, intitolato “As the love continues” (2021). Di per sé è un buon disco, non il capolavoro di cui tutti parlano, ma almeno una metà dell’album (soprattutto la seconda parte) è di alto livello.

Il problema è un altro ed è pure piuttosto grave: suona male, anzi malissimo ed è impossibile non accorgersene (e i dati a supporto ci sono tutti). Ha subito quel tipico trattamento di compressione che va molto di moda da un po’ di anni a questa parte (se avete letto qualche articolo riguardo la loudness war sapete di cosa parlo) ma che azzoppa (e in alcuni casi rende inascoltabile) un disco massacrandolo sotto il punto di vista del range dinamico. Tutto ciò non fa giustizia alla musica contenuta e mi arrabbio ancora di più visto che non si tratta di un gruppo di novizi o una qualche popstar da spingere ma di una band con grande esperienza.

A quanto pare non è u caso, e i Mogwai ultimamente hanno preso questo vizio già da un po’ e, dati alla mano, si salvano solo i master dedicati al vinile (ad eccezione dei primi dischi). Io non ho parole, davvero.

Se avete una risposta o una motivazione fatemela sapere prima possibile, grazie.

Insalatone #23

Da quanto tempo non facevo un post confuso mischiato sui miei ascolti? Cerchiamo di riassumerli alla buona, con pochi incorporamenti e tanti link (lo so, sono più scomodi ma abbiate pazienza).

Cominciamo con un disco vecchio che ho ascoltato in ritardo, e cioè “Interiors” (2017) dei Quicksand ed è bel lavoro, di qualità, ottima scrittura dei pezzi, bei suoni. Quando era uscito avevo un enorme timore di restare deluso, così come mi era successo con il disco post reunion dei Rival Schools (“Pedals” del 2011), sempre restando in tema Schreifels, ma direi che in questo caso il pericolo è stato ampiamente scongiurato.

A ottobre dell’anno scorso è uscito per la Heavy Psych Sound Records (oramai diventata un punto di riferimento mondiale per un certo tipo di sound, e questo mi fa piacerissimo visto che è un’etichetta italiana) il “Live At Giant Rock” (2020) degli Yawning Man, registrato nel deserto del Mojave: che viaggio!

Sempre nello stesso periodo abbiamo avuto anche l’ultimo disco dei White Hills, “Splintered Metal Sky” (2020): un po’ diverso dei lavori precedenti ma sempre valido, a me è piaciuto. Molto meno space-psych e più… boh come definirlo? Noise-kraut-psych?

Passiamo al 2021 con un disco che, nel settore ha fatto un certo successo: “For the first time” del giovane gruppo inglese Black Country, New Road, 7 ragazzi che sfoderano 6 pezzi molto belli il cui riferimento è più o meno dichiarato (“Spiderland” degli Slint).

A gennaio è uscito il nuovo disco dei Mojave Lords, intitolato “Expensive feelings” (2021): io non conosco benissimo questo progetto allargato di David Catching e Bingo Richey però ho ascoltato questo lavoro e mi è proprio piaciuto. All’interno ci sono un botto di collaborazioni per cui si tratta quasi di una Desert Session: Chris Goss, Gene Trautmann, Stella Mozgawa, Barrett Martin, Matthias Schneeberger e Christopher Thorn. Registrato ovviamente al Rancho De La Luna.

La mia bolla twitter ad un certo punto (verso fine gennaio se non sbaglio) è impazzita per un gruppo che si chiama Pinegrove che quest’anno ha fatto uscire un progetto ambizioso che riunisce un film e un disco, intitolati “Amperland, NY” e ha un numero di tracce davvero consistente, ben 21! Non li conoscevo ma il disco è bello e merita almeno un ascolto. Personalmente oramai trovo oramai difficile ascoltare dischi così lunghi, non ho mai voglia di riascoltarli. Poi recupererò il precedente “Marigold” (2019) che mi hanno detto sia altrettanto valido (ma ovviamente più corto quindi sicuramente meglio).

I The ’68 sono un duo garage/punk/blues tirato e fracassone. È di marzo il loro lavoro “Give One Take One” (2021) ed è una bella bombetta, se vi piace il genere.

Aspettavo “New long leg” (20121) dei Dry Cleaning dal primo momento che ho ascoltato Scratchcard Lanyard e non sono rimasto deluso. Ho bisogno di altri ascolti, ma per adesso è un grosso sì.

Febbraio ci ha portato  il disco nuovo dei Martha’s Vineyard Ferries, progetto collaterale di Bob Weston (Shellac, Mission of Burma e altri progetti e soprattutto produttore) assieme a Chris Brokaw (Codeine) e Elisha Wiesner. Il disco si intitola “Suns Out Guns Out” ed era stato anticipato da dai due bei singoli Jail material e Betty Ford James. Il resto non è tutto a quei livelli però.

Chiudiamo con un gran bel live: “DOKU​-​EN​-​KAI” (2021) dei Toe, che mette in luce tutta la loro grande capacità di miscelare generi e influenze.

Per avere altri spunti sui dischi del 2021 usciti in questi mesi vi consiglio questo post di Luca/Loneliness Postponed.

Istantanea

Ci sono dischi fortemente legati ad un periodo della vita di ognuno di noi, lungo o corto. Ci sono canzoni che ci ricordano vacanze, persone, serate piacevoli e non. Poi ci sono quelle canzoni che ci ricordano un attimo preciso, una fotografia (e non è strano visto che la nostra mente immagazzina i ricordi per immagini statiche, non in movimento). Oppure nemmeno delle canzoni intere, ma frammenti di esse.

Per esempio c’è stato un periodo, penso sia stato il 2006, anzi ne sono quasi certo, era estate, uno dei primi anni della vita da solo. Mi piaceva preparare una cena tranquilla ascoltando musica e poi cenare sul balcone. Spesso nello stereo girava “Punk… not diet!” dei Giardini Di Mirò.

C’è questa immagine di me: sono in cucina. Sono davanti al frigo, la mano sulla maniglia.

In sottofondo sento Raina cantere Everything is static

È un momento banale, è allo stesso tempo una fotografia indimenticabile.

Il mio nuovo gruppo preferito

Ci sono queste due giovani ragazze di Adelaide, Australia del Sud. Si chiamano Cahli Blakers e e Tahlia Borg, assieme hanno formato nel 2019 le Teenage Joans e dicono di suonare “juice-box punk-pop”.
Per ora hanno fatto uscire tre singoli che spaccano alla grandissima, io dopo averli ascoltati a ripetizione aspetto solo il disco.

Questa è Three leaf clover ed è stato amore al primo ascolto:

Questa è Something about being sixteen, uscita da poco:

Ed infine la canzone più “vecchia”, By the way, altro pezzone:

Di ultimi concerti e ultimi saluti

Volevo scrivere un post per quanto successo con l’iniziativa UltimoConcerto e spiegare perché è stata una scelta comunicativa del tutto sbagliata. In realtà, ne ho parlato talmente tanto via Twitter e via Whatsapp con amici e conoscenti che mi è passata la voglia. Leggete però questo post di Manq su cui sono sostanzialmente d’accordo (dai, leggetelo davvero!). Dico solo una cosa in breve: non ho capito minimamente l’obiettivo di UC, né esattamente a chi era rivolto, né quale era l’obiettivo reale. Peggio ancora non si è capito qual era il cambiamento che volevano innestare né è stato detto (o almeno suggerito) come noi amanti e appassionati della musica possiamo aiutare. Non c’era una strategia per reagire.
L’obiettivo era sensibilizzare? Se era così allora hanno scelto le persone sbagliate a cui mandare il messaggio: quelli da sensibilizzare sono quelli che NON vanno ai concerti, non quelli che fanno di tutto per vederli. E infatti chi era già a conoscenza del problema si è indispettito, chi lo ignorava continua a farlo.
L’obiettivo era parlare e far circolare la voce? Oggi non ne parla già più nessuno quindi se si voleva fare rumore le cose non sono andate proprio bene. Secondo me mediaticamente avrebbe avuto più impatto se tutti quei live li avessero davvero fatti (ok, non tutti ma almeno UN evento serio fatto bene), dimostrando che c’è tanta gente che lavora e sta ancora lavorando per renderli possibili perché sono una cosa importante, e che contemporaneamente c’è tantissima gente che li vuole. È un parere personale: suonando l’impatto è molto più forte ed è una cosa di cui ti ricorderai per tanto. Questa invece è una cosa che NON è successa e dopo qualche chiacchiera passa di mente.
(ok, non mi dilungo oltre anche se ci sarebbe da discuterne di più)

In ogni caso siamo a fine febbraio e qua dentro non ho ancora detto addio a Françoise Cactus degli Stereo Total, che se n’è andata il 17 febbraio. Aveva 57 anni e non potete capire che tristezza mi ha messo questa notizia. Ho visto li Stereo Total due volte dal vivo (nel 2002 e nel 2007): incredibili, divertenti, freschi, eclettici e capaci di non prendersi mai sul serio. Lei era un personaggio meraviglioso e non si poteva non volerle bene.