Musica viva

Tornare ad ascoltare musica dal vivo è una sensazione bellissima, farlo in un luogo a cui tengo e che negli anni mi ha regalato tante emozioni è ancora più speciale.

L’ultimo mio concerto risaliva a gennaio 2020 dopo di quello il nulla.

O almeno fino a ieri sera.

Per il Ground Music Festival (una rassegna sparsa in più date e posti e con diverti artisti), i Winstons hanno suonato a Cigole, al Palazzo Cigola Martignoni. Questa location è stata, negli ultimi anni, la sede del No Silenz Festival e non ho mai nascosto il mio amore per quello che è, nel mio cuore, il miglior festival di sempre (sia nella sua assurdissima sede inziale a Coniolo, sia in questa). Ed è stato proprio quello il motivo che mi ha dato la spinta ad esserci ieri, non tanto il gruppo in sé.

In ogni caos i Winstons hanno fatto un buon concerto e ne ho apprezzato in ogni minuto. Non è il mio genere, i loro dischi non mi dicono molto, ma dal vivo è tutta un’altra cosa.

Al ritorno ho cercato di fare il conto delle occasioni diverse in cui ho visto Enrico Gabrielli sul palco: i Winstons ieri, varie volte con Mariposa e Afterhours, i Calibro 35 e sul palco con PJ Harvey. Ma sono sicuro che mi sfugge ancora qualcosa, dopotutto quell’uomo è dovunque e vederlo suonare è sempre un piacere.

Chick chick chick, Chick chick, Ah-woop chick chick chick

Non ringrazierò mai abbastanza chi carica su youtube vecchi video di gruppi che adoro, magari spezzoni live, comparsate in programmi tv, esibizioni bislacche o fuori dall’ordinario.

Questo video dei Pavement che suonano Stereo da Conan O’Brien nel 1997 è favoloso: come al solito la band è adorabilmente sghemba all’ennesima potenza e perfettamente fuori posto.

Tre cose che mi hanno fatto sorridere:

  • Stephen Malkmus che gigioneggia come solo lui sa fare
  • Mark Ibold che gli sta vicino, molto vicino, pure troppo, e sorride sempre ed è felice della vita.
  • Bob Nastanovich con i suoi cori, versi, urla, capace di rendere ancora più surreale l’esibizione (in questa versione favolosa di Range life è ancora più protagonista e merita una statua).

Drive

Ho visto “What drives us”, l’ultimo documentario di Dave Grohl. L’argomento iniziale, nella mente dell’autore, era la vita in tour (e in tour van) delle band, poi a poco a poco si è allargato su cosa spinge un gruppo a lasciare tutto e imbarcarsi in un’avventura musicale, focalizzandosi su musicisti famosi (la lista è impressionante e infinita) ma anche su due band giovani (Starcrawler e Radkey). Insomma, sulla carta decisamente interessante.

Diciamolo subito: il film mi è piaciuto, è godibile, è pieno di aneddoti e io a prescindere ne consiglio la visione (è su Amazon Prime, se volete).

Ma se, come me, avete amato i due precedenti lavori del buon Dave dietro la cinepresa (“Sound City” del 2013 e la serie “Sonic Highways” del 2014), qui siamo decisamente un gradino sotto. Grohl probabilmente è uno dei pochissimi che oggi ha lo starpower per tirare insieme una lista così lunga e di nomi grossi, e convincerli nel raccontare cose sulla loro esperienza on the road che probabilmente hanno detto in altre millemila interviste. E dalla sua ha anche una grande credibilità quando tratta questi argomenti.

Cosa mi è piaciuto di questo documentario:

  • la pluralità di voci e di esperienze (su cui spicca fortissima quella di Flea);
  • l’aver inserito due gruppi giovanissimi per bilanciare i personaggi famosi e famosissimi;
  • la passione che ci mette sempre Grohl e che traspare sempre, in ogni secondo;
  • i video di repertorio e le bellissime foto che vengono mostrate della vita in tour delle band;
  • Ian McKaye.

Cosa invece non mi ha convinto:

  • montaggio troppo spezzettato, è un collage che risente di uno sviluppo narrativo che accompagni lo spettatore;
  • troppi ospiti, alcuni dicono due frasi in croce senza contribuire in modo interessante ma facendo solo presenza;
  • foto bellissime ma che compaiono in modo troppo rapido e non si riesce ad apprezzarle come si deve (spero ne facciano un libro fotografico, lo comprerei subito);
  • accenni di cose importanti e interessanti che non vengono spiegate bene, ad esempio la parte sui tour dei D.O.A., precursori e “inventori” del tour in furgone, i Black Flag e la rete punk/hardcore;
  • i Nirvana liquidati in mezzo secondo: posso in parte comprendere l’autore, ma se Scream e Foo Fighters sono i gruppi più citati nel documentario lasciando stare quell’altra band in cui Grohl ha suonato allora qualcosa si perde.

Dicevamo: il film è prodotto da tutti i sei (eh sì, tendono sempre ad aumentare) membri dei Foo Fighters, che fanno anche una serie di comparsate importanti, come co-star del film. Non era necessario ma capisco la scelta. Della deriva che ha preso la parte musicale della band, oramai da gruppo di dinosauri del rock forse è meglio tacere (il discorso è lungo e non vorrei farmi insultare proprio a fine post).

Questo è il trailer:

Notizie che danno benessere

Qualche giorno fa, stupendo un po’ tutti, le Sleater-Kinney hanno annunciato un nuovo disco in uscita il giorno 11 giugno.

Si intitola “Path of wellness”, è stato registrato a fine 2020, contiene 11 tracce ed è il primo disco prodotto da loro. Uscirà per Mom+Pop Music.

Che bella sorpresa! Ad aprire le danze c’è il primo singolo Worry with you, accompagnato da un gran bel video.

Se non bestemmio guarda…

Non capirò mai perché gruppi di un certo livello e che fanno musica di un certo tipo (curata nella scrittura e negli arrangiamenti, non raffazzonata, non da “un ascolto e via”) e con una lunga carriera, decidano (o accettino) di massacrare i loro pezzi solo per suonare un po’ più forte sui cellulari, rendendo il disco quasi inascoltabile su un impianto stereo minimamente decente.

Ogni volta non me ne capacito e non trovo mai una risposta soddisfacente quando mi pongo questo perché.

Forse sarebbe il caso di rigirare la domanda alle band in questione. Anzi, soprattutto alla band che ha ispirato e causato questo mio sfogo, ma probabilmente riceverei una risposta vaga riguardante supposte scelte artistiche coraggiose.

Sto parlando dei Mogwai e in particolare del loro ultimo lavoro, intitolato “As the love continues” (2021). Di per sé è un buon disco, non il capolavoro di cui tutti parlano, ma almeno una metà dell’album (soprattutto la seconda parte) è di alto livello.

Il problema è un altro ed è pure piuttosto grave: suona male, anzi malissimo ed è impossibile non accorgersene (e i dati a supporto ci sono tutti). Ha subito quel tipico trattamento di compressione che va molto di moda da un po’ di anni a questa parte (se avete letto qualche articolo riguardo la loudness war sapete di cosa parlo) ma che azzoppa (e in alcuni casi rende inascoltabile) un disco massacrandolo sotto il punto di vista del range dinamico. Tutto ciò non fa giustizia alla musica contenuta e mi arrabbio ancora di più visto che non si tratta di un gruppo di novizi o una qualche popstar da spingere ma di una band con grande esperienza.

A quanto pare non è u caso, e i Mogwai ultimamente hanno preso questo vizio già da un po’ e, dati alla mano, si salvano solo i master dedicati al vinile (ad eccezione dei primi dischi). Io non ho parole, davvero.

Se avete una risposta o una motivazione fatemela sapere prima possibile, grazie.

Insalatone #23

Da quanto tempo non facevo un post confuso mischiato sui miei ascolti? Cerchiamo di riassumerli alla buona, con pochi incorporamenti e tanti link (lo so, sono più scomodi ma abbiate pazienza).

Cominciamo con un disco vecchio che ho ascoltato in ritardo, e cioè “Interiors” (2017) dei Quicksand ed è bel lavoro, di qualità, ottima scrittura dei pezzi, bei suoni. Quando era uscito avevo un enorme timore di restare deluso, così come mi era successo con il disco post reunion dei Rival Schools (“Pedals” del 2011), sempre restando in tema Schreifels, ma direi che in questo caso il pericolo è stato ampiamente scongiurato.

A ottobre dell’anno scorso è uscito per la Heavy Psych Sound Records (oramai diventata un punto di riferimento mondiale per un certo tipo di sound, e questo mi fa piacerissimo visto che è un’etichetta italiana) il “Live At Giant Rock” (2020) degli Yawning Man, registrato nel deserto del Mojave: che viaggio!

Sempre nello stesso periodo abbiamo avuto anche l’ultimo disco dei White Hills, “Splintered Metal Sky” (2020): un po’ diverso dei lavori precedenti ma sempre valido, a me è piaciuto. Molto meno space-psych e più… boh come definirlo? Noise-kraut-psych?

Passiamo al 2021 con un disco che, nel settore ha fatto un certo successo: “For the first time” del giovane gruppo inglese Black Country, New Road, 7 ragazzi che sfoderano 6 pezzi molto belli il cui riferimento è più o meno dichiarato (“Spiderland” degli Slint).

A gennaio è uscito il nuovo disco dei Mojave Lords, intitolato “Expensive feelings” (2021): io non conosco benissimo questo progetto allargato di David Catching e Bingo Richey però ho ascoltato questo lavoro e mi è proprio piaciuto. All’interno ci sono un botto di collaborazioni per cui si tratta quasi di una Desert Session: Chris Goss, Gene Trautmann, Stella Mozgawa, Barrett Martin, Matthias Schneeberger e Christopher Thorn. Registrato ovviamente al Rancho De La Luna.

La mia bolla twitter ad un certo punto (verso fine gennaio se non sbaglio) è impazzita per un gruppo che si chiama Pinegrove che quest’anno ha fatto uscire un progetto ambizioso che riunisce un film e un disco, intitolati “Amperland, NY” e ha un numero di tracce davvero consistente, ben 21! Non li conoscevo ma il disco è bello e merita almeno un ascolto. Personalmente oramai trovo oramai difficile ascoltare dischi così lunghi, non ho mai voglia di riascoltarli. Poi recupererò il precedente “Marigold” (2019) che mi hanno detto sia altrettanto valido (ma ovviamente più corto quindi sicuramente meglio).

I The ’68 sono un duo garage/punk/blues tirato e fracassone. È di marzo il loro lavoro “Give One Take One” (2021) ed è una bella bombetta, se vi piace il genere.

Aspettavo “New long leg” (20121) dei Dry Cleaning dal primo momento che ho ascoltato Scratchcard Lanyard e non sono rimasto deluso. Ho bisogno di altri ascolti, ma per adesso è un grosso sì.

Febbraio ci ha portato  il disco nuovo dei Martha’s Vineyard Ferries, progetto collaterale di Bob Weston (Shellac, Mission of Burma e altri progetti e soprattutto produttore) assieme a Chris Brokaw (Codeine) e Elisha Wiesner. Il disco si intitola “Suns Out Guns Out” ed era stato anticipato da dai due bei singoli Jail material e Betty Ford James. Il resto non è tutto a quei livelli però.

Chiudiamo con un gran bel live: “DOKU​-​EN​-​KAI” (2021) dei Toe, che mette in luce tutta la loro grande capacità di miscelare generi e influenze.

Per avere altri spunti sui dischi del 2021 usciti in questi mesi vi consiglio questo post di Luca/Loneliness Postponed.

Istantanea

Ci sono dischi fortemente legati ad un periodo della vita di ognuno di noi, lungo o corto. Ci sono canzoni che ci ricordano vacanze, persone, serate piacevoli e non. Poi ci sono quelle canzoni che ci ricordano un attimo preciso, una fotografia (e non è strano visto che la nostra mente immagazzina i ricordi per immagini statiche, non in movimento). Oppure nemmeno delle canzoni intere, ma frammenti di esse.

Per esempio c’è stato un periodo, penso sia stato il 2006, anzi ne sono quasi certo, era estate, uno dei primi anni della vita da solo. Mi piaceva preparare una cena tranquilla ascoltando musica e poi cenare sul balcone. Spesso nello stereo girava “Punk… not diet!” dei Giardini Di Mirò.

C’è questa immagine di me: sono in cucina. Sono davanti al frigo, la mano sulla maniglia.

In sottofondo sento Raina cantere Everything is static

È un momento banale, è allo stesso tempo una fotografia indimenticabile.

Il mio nuovo gruppo preferito

Ci sono queste due giovani ragazze di Adelaide, Australia del Sud. Si chiamano Cahli Blakers e e Tahlia Borg, assieme hanno formato nel 2019 le Teenage Joans e dicono di suonare “juice-box punk-pop”.
Per ora hanno fatto uscire tre singoli che spaccano alla grandissima, io dopo averli ascoltati a ripetizione aspetto solo il disco.

Questa è Three leaf clover ed è stato amore al primo ascolto:

Questa è Something about being sixteen, uscita da poco:

Ed infine la canzone più “vecchia”, By the way, altro pezzone:

Di ultimi concerti e ultimi saluti

Volevo scrivere un post per quanto successo con l’iniziativa UltimoConcerto e spiegare perché è stata una scelta comunicativa del tutto sbagliata. In realtà, ne ho parlato talmente tanto via Twitter e via Whatsapp con amici e conoscenti che mi è passata la voglia. Leggete però questo post di Manq su cui sono sostanzialmente d’accordo (dai, leggetelo davvero!). Dico solo una cosa in breve: non ho capito minimamente l’obiettivo di UC, né esattamente a chi era rivolto, né quale era l’obiettivo reale. Peggio ancora non si è capito qual era il cambiamento che volevano innestare né è stato detto (o almeno suggerito) come noi amanti e appassionati della musica possiamo aiutare. Non c’era una strategia per reagire.
L’obiettivo era sensibilizzare? Se era così allora hanno scelto le persone sbagliate a cui mandare il messaggio: quelli da sensibilizzare sono quelli che NON vanno ai concerti, non quelli che fanno di tutto per vederli. E infatti chi era già a conoscenza del problema si è indispettito, chi lo ignorava continua a farlo.
L’obiettivo era parlare e far circolare la voce? Oggi non ne parla già più nessuno quindi se si voleva fare rumore le cose non sono andate proprio bene. Secondo me mediaticamente avrebbe avuto più impatto se tutti quei live li avessero davvero fatti (ok, non tutti ma almeno UN evento serio fatto bene), dimostrando che c’è tanta gente che lavora e sta ancora lavorando per renderli possibili perché sono una cosa importante, e che contemporaneamente c’è tantissima gente che li vuole. È un parere personale: suonando l’impatto è molto più forte ed è una cosa di cui ti ricorderai per tanto. Questa invece è una cosa che NON è successa e dopo qualche chiacchiera passa di mente.
(ok, non mi dilungo oltre anche se ci sarebbe da discuterne di più)

In ogni caso siamo a fine febbraio e qua dentro non ho ancora detto addio a Françoise Cactus degli Stereo Total, che se n’è andata il 17 febbraio. Aveva 57 anni e non potete capire che tristezza mi ha messo questa notizia. Ho visto li Stereo Total due volte dal vivo (nel 2002 e nel 2007): incredibili, divertenti, freschi, eclettici e capaci di non prendersi mai sul serio. Lei era un personaggio meraviglioso e non si poteva non volerle bene.

L’angolo della lettura

Giro veloce (più o meno) delle mie ultime letture musicali:

*”The Bloom Files“: il libro raccoglie una buona parte di materiale prodotto o raccolto nei 33 anni del Bloom di Mezzago (flyer, programmi, locandine, foto, autografi, dediche, articoli di giornale eccetera) e costa 25 euro. Potenzialmente una bomba, in pratica è semplicemente un’occasione mancata, un’ALTRA ENORME occasione mancata: superficiale, raffazzonato, pieno di refusi (sono riusciti a sbagliare addirittura il nome di un collaboratore storico del Bloom), parzialissimo (incensati gli esordi e parte degli anni 90, buco sugli anni zero, esaltazione degli ultimi terribili anni), con una scelta insensata del materiale (un buon numero dei gruppi citati in copertina non trovano nemmeno spazio ma al contempo non manca mai la pagina sugli Havana 3 am, certamente non il più importante gruppo della storia ma che viene sempre citato da quelli del Bloom come gruppo indispensabile) e con una resa grafica finale non all’altezza di un prodotto con quel prezzo. Sarebbe bastato prendersi più tempo, controllarlo meglio (nessuno ha rivisto i testi?), metterci più attenzione, dare in mano il lavoro a qualcuno che sappia cosa fare, assumere almeno un correttore di bozze. Dopotutto si trattava di un progetto finanziato da Regione Lombardia e da UnionCamere di Milano, suvvia! Lo so, ogni volta che parlo del Bloom finisce che lo bastono ma vi giuro che c’è sempre un motivo (=lavorano sempre a cazzo di cane qualsiasi cosa facciano).

*”Elliott Smith e il grande nulla” di Benjamin Nugent: una buona biografia di Elliott Smith edita in Italia da Arcana e che ho letto piacevolmente. Il libro ha un approccio molto giornalistico e quindi zero spazio a gossip e complottismi. Nugent cerca di raccontar parlando di fatti e ricostruendo la vita di Smith tramite documenti e testimonianze. Il problema è che il libro è del 2004, uscito un anno dopo la morte, quindi scritto forse troppo presto e “a cadavere ancora caldo” e infatti l’autore spiega che alcune delle persone più vicine a Elliott Smith non hanno voluto essere contattate e intervistate (Neil Gust, Joanna Bolme, Janet Weiss e Sam Coomes), ciò fa sì che alcune informazioni non siano di prima mano, peccato. Interessanti le parti legate alle registrazioni dei dischi, soprattutto “Either/Or” e “From a basement on the hill”, peccato che del mio amato “Figure 8” sia in larga parte ignorato (se non per qualche critica).

*”L’Olifante #1: I generi“: se cercate una rivista musicale diversa dal solito, allora questa potrebbe essere perfetta! Sì ok, costa 18 euro ma sono quasi 200 pagine senza pubblicità (!) e con uno sguardo a 360 gradi al mondo della musica: artisti ma anche fonici, produttori, tour manager, promoter, agenzie stampa (tutte figure importanti ma lasciate solamente in secondo piano). Invece io con queste cose ci vado a nozze e infatti è bastato leggere sulla copertina i nomi di Sylvia Massy, Marc Urselli e gli Zu per avere la mia completa attenzione. Insomma, per me il primo numero de L’Olifante (scoperto grazie a Frabs e comprato tramite loro) è stata davvero una sorpresa: è piena di spunti di riflessione, di articoli interessanti, bellissime interviste e uno sguardo non comune agli aspetti tecnici. Tanta qualità, grafica e illustrazioni fantastiche. Inoltre mi fa piacere che non ci siano recensioni (se non per alcuni dischi storici inseriti per motivi di discorso). Questo primo numero uscito ad agosto 2020 ha come argomento portante (ma da cui si può anche deviare con coscienza) i generi musicali e non, il numero zero invece (uscito nel 2019 e che voglio recuperare prima o poi) è incentrato sul concetto di evoluzione. Ok, ora resto in fremente attesa del prossimo.

P.s. sul discorso recensioni: sarò impopolare ma dai, basta riempire le riviste di tantissime recensioni, che senso ha nel 2020? Meglio farne meno, sfruttare meglio lo spazio e scrivere qualche articolo bello in più. Pensate a quando comprate Rumore, quasi metà giornale è fatto di recensioni, le leggete tutte? Io no, anzi pochissime, giusto le band che conosco o quelle con i voti altissimi e bassissimi (anche se non esistono più le stroncature di una volta). Leggo invece tutti gli articoli, anche quelle che parlano di band di cui non so nulla, lo trovo un modo più sensato per conoscerle.

Depeche Crosses

Ho bucato il post di inizio anno e quello del mio compleanno quindi iniziamo il 2021 così, semplicemente con una buona notizia (anche se in ritardo): a natale i Crosses hanno rilasciato un nuovo singolo, intitolato The beginning of the end, cover di un pezzo dei Cause & Effects (che non conoscevo).

Non me l’aspettavo e non pensavo che questo bel progetto di Chino Moreno fosse in procinto di tornare a breve! Il pezzo è interessante (molto Depeche Mode), le premesse per fare bene ci sono davvero tutte:

Tirare le somme a fine anno – 2020 speedball edition

Ecco il consueto post festivo di liste a caso! Come ogni anno ci tengo a dire che non si tratta di una classifica vera e propria ma di un riassunto sconclusionato e per nulla serio di come è andata la mia annata musicale (spoiler: insomma). Se ho dimenticato qualcosa, se avete consigli, se volete fare qualche segnalazione: i commenti sono lì, dateci dentro. Nel frattempo perdonate la formattazione ma questo editor a blocchi di WordPress è pessimo.

Dischi che ho ascoltato più e più volte con estrema soddisfazione:

  • Coriky – s/t
  • Dogleg – “Melee”
  • El Ten Eleven – “Tautology”
  • October Drift – “Forever whatever”
  • Routine – “And other things” (Ep)
  • Slow Pulp – “Moveys”

Altri dischi del 2020 che ho ascoltato con piacere:

  • Fiona Apple – “Fetch the bolt cutters”
  • Birthh – “Whoa”
  • Isobel Campbell – “This is no other”
  • Isobel Campbell – “Voices in the sky” (Ep)
  • The Dining Rooms – “Art is a cat”
  • Flamingo – “Komorebi”
  • Hallelujah! – “Wanna dance”
  • PJ Harvey – “Dry demos”
  • PJ Harvey – “To bring you my love demos”
  • The Heliocentrics – “Infinity of now”
  • Alain Johannes – “Hum”
  • Hugo Kant – “Far from home”
  • Paul McCartney – “McCartney III”
  • Thurston Moore – “By the fire”
  • Nana Grizol – “South Somewhere Else”
  • Porridge Radio – “Every bad”
  • Nadine Shah – “Kitchen sink”
  • Soccer Mommy – “Color theory”
  • White Hills – “Splintered metal sky”
  • Worm Is Green – “Loops, Cuts & Lost Clues: Volume Four”

Dischi del 2020 nemmeno male ma che per un motivo o per un altro finiscono nella categoria “un ascolto e via” (valgono anche i dischi che ho ascoltato due volte):

  • Bee Bee Sea – “Day ripper”
  • Califone – “Echo mine”
  • Jarv Is – “Beyond the pale”
  • Khruangbin – “Mordechai”
  • Lowrider – “Refractions”
  • Stephen Malkmus – “Traditional techniques”
  • Nine Inch Nails – “Ghosts V: Together”
  • Pearl Jam – “Gigaton”
  • Alexandra Savior – “The archer”

Gente che sarebbe pure entrata in classifica (o forse no) se avessi avuto modo di ascoltarli o ascoltarli un po’ di più rispetto a quello che ho fatto (lista che mi serve anche come promemoria per il futuro):

  • All Them Witches – “Nothing as the ideal”
  • The Avalanches – “We will always love you”
  • Paolo Benvegnù – “Dell’odio e dell’innocenza”
  • The Bobby Lees – “Skin suit”
  • Brant Bjork – s/t
  • Phoebe Bridgers – “Punisher”
  • Car Seat Headrest – “Making a door less open”
  • The Cribs – “Night network”
  • Deftones – “Black stallion”
  • Disq – “Collector”
  • Greg Dulli – “Random desire”
  • Bob Dylan – “Rough and rowdy ways”
  • Einsturzende Neubauten – “Alles in allem”
  • Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo – “Superotto”
  • Haim – “Women in music Pt. III”
  • Damien Jurado – “What’s new, tomboy?”
  • The Kills – “Little bastards”
  • Mark Lanegan – “Straight songs of sorrow”
  • Le Butcherettes – “Don’t bleed” (Ep)
  • Metz – “Atlas vending”
  • Kevin Morby – “Sundowner”
  • Bob Mould – “Blue hearts”
  • Sophia – “Holding on / Letting go”
  • The Strokes – “The new abnormal”
  • Travis – “10 songs”
  • Yo La Tengo – “We have amnesia sometimes”

Il gruppo che “Ma perché non l’ho ascoltato (bene) prima?” (l’ormai noto Premio Bianconiglio):

  • Toe

Il disco italiano che più mi ha fatto esultare:

  • Hallelujah! – “Wanna dance”

Il disco che pensavo davvero peggio ma alla fine è inutile lo stesso:

  • Eels – “Earth to Dora”

Il disco che non ho capito se lo salvo oppure no:

  • Deftones – “Ohm”

Il disco che a quanto pare è piaciuto a tutti tranne a me”:

  • Fontaines D.C. – “A hero’s death”

Il disco con il miglior titolo + concept + artwork + dell’anno:

  • Mariposa – “Liscio Gelli”

L’uscita più inutile del 2020

  • Subsonica – “Mentale strumentale”

Il disco che “Grazie ma no, preferisco non ascoltarlo”:

  • Motorpsycho – “The all is one”

Il concerto (l’unico) del 2020:

  • Massimo Volume @ Santeria Toscana

Buon anno e che sia un 2021 pieno di grandi canzoni!

Un post di fine anno un po’ diverso

Siamo oramai alla fine di questo 2020. Il classico post a tema album sarà domani come di consueto, non temete. Oggi lasciatemi tirare le fila di quest’anno assurdo in cui e parole più pronunciate da tutti sono state pandemia, lockdown, mascherine, tampone, covid, dpcm (più svariate bestemmie).

In un anno in cui la maggior parte della gente è rimasta chiusa in casa, io mi sono trovato a lavorare sempre di più e soprattutto all’esterno. Marzo e aprile sono stati messi irreali, in cui uscivo di casa alle 6 per andare in una Milano deserta accompagnato da un senso di sicurezza pari allo zero. Le cose sono migliorate, ho cambiato mansioni, lavoro di più ma (forse) meglio.

Il fatto di aver lavorato come un ossesso si è riflettuto sulle mie abitudini di ascolto: ho avuto molto meno tempo da dedicare alla musica, meno dischi su cui concentrarmi bene, meno possibilità di approfondire e soprattutto meno concerti.

Anche la mia vita social ha dovuto adattarsi: ho disdetto l’abbonamento Flickr Pro dopo circa 10 anni, Tumblr è completamente abbandonato e almeno cerco di postare quando posso qui su questo blog. L social che ho usato molto di più di tutti (e anche di più rispetto al passato) è stato Instagram, in cui sono riuscito  a crearmi a poco a poco una “bolla” in cui sto bene.

Quindi ecco una lista di instagrammer a tema musicale che vi coniglio e che mi hanno aiutato ad andare avanti in questo 2020. Sì, lo so, queste cose dovrei fare direttamente su IG, magari nelle stories, chiamando in causa le persone coinvolte, menzionandole, sfruttando il vero lato social ma, come ben sapete, io sono uno di quelli che preferisce starsene leggermente defilato e quindi la lista finisce qui sul blog, sperando magari di incuriosire qualche persona che su Instagram non conosce i profili di cui parlerò, tutti caratterizzati da una grandissima passione e una voglia di parlare di musica in modo sano ed emozionante.

* Myspiace: Paolo non ha bisogno di presentazioni (qui ho già parlato del suo blog), il suo profilo è una fucina di idee, un turbine infinito di rubriche diverse e tutte da seguire. La parola chiave è “coinvolgimento”: difficilmente mi metto a partecipare alle proposte di altri, a rispondere alle stories, a dare consigli o a commentare al volo ma con lui è tutto facile e mi viene naturale. Mi piace tantissimo il suo modo di parlare di musica assieme agli altri, inserendoli in un discorso più ampio e non prendendosi sul serio pur parlando seriamente. Sembra quasi di tornare ai tempi in cui c’era una scena (di blogger oppure di utenti al tempo del MySpace, non a caso), in cui è facile conoscere altre persone accomunate dallo stesso amore e con cui è bello interagire, fare rimandi, citare, scherzare e c’è un senso intimo della comunità.

* La Mia Vita in 400 Dischi: non scopro certo oggi della capacità di Luca di raccontare e raccontarsi. In questo suo progetto di recensioni sentimentali sta raccogliendo tutti i consensi che merita. Perché alla fine un disco non è solo un elenco di tracce, ma è soprattutto un insieme di piccole storie che diventano universali, e le sue sono sempre bellissime.

* Onde Podcast: io ho dei problemi con i podcast, soprattutto con quelli che non posso scaricare. È però innegabile che le sue chiacchierate siano sempre piacevoli e strapiene di spunti e di entusiasmo. Ogni ospite porta la propria visione della musica e la sua storia personale come ascoltatore. Altro che podcast e basta, Marco meriterebbe una trasmissione vera e propria su una radio musicale seria, una di quelle che purtroppo in Italia non esiste. Se volete saperne di più questo è il suo linktree.

* Music Coffee Shop: non trovate bellissimo fare colazione e svegliarvi poco a poco ascoltando della buona musica? Il profilo di MCS è una favolosa collezione di mattine sonore, ognuna diversa dall’altra, in cui il gusto di un buon caffè va ad accompagnare il gusto musicale e quello della brioche. Non è semplice collezionismo musicale, è un breakfast club.

* Puck1e: lo diciamo subito, è un profilo in cui le foto non sono a tema prettamente musicale. Però è stato grazie al suo insta che ho scoperto le sue playlist mensili intitolate NoizyPills di cui sono diventato dipendente e che potete trovare su Spotify. Mi rendo conto che oramai, se apro Spotify, è soprattutto per ascoltare le sue “cassettine”, scoprendo cose nuove e riascoltando, un po’ a sorpresa, quelle vecchie.

Ok, sono solo spunti e spero che non si offendano quelli che non ho citato (sapete chi siete e grazie per avermi tenuto compagnia), verranno chiamati in causa la prossima volta. Al prossimo giro parleremo anche dei profili Instagram di band e artisti che non ci fanno cadere le braccia, che non sono solo roba promozionale ma che soprattutto sono piacevoli da seguire (accetto suggerimenti fin da ora).

High & dry

Voglio parlarvi del mio nuovo gruppo preferito: i Dry Cleaning, un quartetto inglese che qualcuno ha definito art post-punk spoken-word. Mi ricordano un mix tra (prendetelo con le pinze) i Life Without Building e i Sonic Youth di Tunic.

Sono giovani e hanno fatto uscire un paio di Ep interessanti che vi consiglio di ascoltare (sono sul loro profilo bandcamp).

Io adesso sto aspettando il disco vero e proprio a cui stanno lavorando, anticipato da questo gran pezzo intitolato Scratchcard Lanyard (e accompagnato da un bel video):

E soprattutto guardatevi questo mini-live in 4 pezzi registrato a novembre per Kexp, ma quanto sono meravigliosi?