Quanti libri nell’acqua per non affogare

Vi capita mai che, ad un certo punto, vi parta in testa una canzone? Ma, diversamente da Mina, non uno zum zum zum zum zum, e quindi non un qualcosa che non sapete cosa sia, né dove e quanto l’avete sentita. Sto parlando di una canzone che conoscete bene e che parte, attivata da un input esterno.

Ecco, fare il bibliotecario è bello e mi piace un sacco. Però a volte succedono cose. Tipo che prendo in mano dei libri e, leggendo il titolo o l’autore, il mio jukebox mentale si metta prepotentemente in moto. Con alcuni classici è un problema, perché mi passano spesso tra le mani.

Volete un esempio?

Beh, se scorgo una copia di “La cognizione del dolore” dell’ingegner Carlo Emilio Gadda subito parte un

Ooooooh
È un bravo figlio, maaaaa
no, non è facileeeee
capacitarseneeeee.

E trattenersi dal cantare è difficile ma mi aiuta il contesto (lavorare in una biblioteca non ti mette la voglia di cantare a squarciagola, diciamo).

Hermann Hesse e il suo “Narciso e Boccadoro” stimolano subitaneamente un

Bacia il tuo destriero
ridi Boccadoro
cheeee
la foresta è tuaaah

E via andare. Impossibile ricordarmele tutte, citiamone solo un altro paio: John Updike ovviamente scatena Ricordo, sempre dei Marlene (Un giorno la tua voce mi chiamò per dirmi: “Ti ricordi di Updike? L’ho preso ed è magnifico”). Mentre “Giuda l’oscuro” di Thomas Hardy si accompagna con quel grandissimo pezzone che è Jude the obscene dei Theraphy?.

E quindi ditemi, a voi capita mai una cosa del genere?

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News varie

E tutte gustose:

* Il 25 ottobre usciranno le nuove Desert Sessions Volume 11 (Arrivederci despair) e 12 (Tightwads & Nitwits & Critics & Heels). Tutto confermato, l’etichetta sarà la Matador Records. Tra i musicisti coinvolti ci sono Billy Gibbons, Les Claypool, Stella Mozgawa (batterista delle Warpaint), Carla Azar (Autolux e tanti altri progetti), Mike Kerr (basso/voce dei Royal Blood) e Jake Shears (frontman dei Scissor Sisters). Speriamo tutti abbiano fatto abbondante uso di droga al momento delle registrazioni. E speriamo che anche questo doppio volume sia una bomba.

* Nick Cave ha annunciato su theredhandsfiles che settimana prossima uscirà il nuovo album. Si chiamerà “Ghosteen” ed è un doppio album che conterrà nella parte 1 otto canzoni e nella 2 invece tre pezzi (due canzoni normali ma lunghe e un pezzo in spoken word). Ha una copertina molto peculiare.

* Sempre ad ottobre (e più precisamente venerdì 11) uscirà il primo disco solista di Kim Gordon, intitolato “No home record”. Al suo interno nove pezzi tra cui i due recenti singoli Sketch artist (video qui sotto, ascoltatelo che è molto bello) e Air BnB (lo trovate qui) e anche quel pezzo di tre anni fa intitolato Murdered out di cui avevo parlato qui.

* Chiudiamo con un gruppo che non conoscevo per niente ma che ho scoperto tramite Kexp (oramai una delle mie migliori fonti). Si chiamano Big Thief, sono di New York, hanno già fatto uscire tre dischi e a breve uscirà il quarto (il secondo che buttano fuori nel 2019) che si intitola “Two hands” (sempre l’undici ottobre). Non ho altre info su di loro e per ora non ho nemmeno ascoltato i lavori precedenti ma mi sono comunque innamorato di questo pezzo intitolato Not:

Insalatone #19

Rieccoci qui, facciamo un po’ il punto sui tanti dischi stranieri che ho ascoltato ultimamente.

Partiamo ovviamente dall’elefante nella stanza, ovvero “Fear innocolum” (2019) dei Tool. Sinceramente io avevo aspettative bassissime e avevo paura di trovarmi davanti ad un lavoro terribile. Invece non è così male, ma soffre di tutti quei difetti già riscontrati con il singolo (e con i brani presentati live): troppo lungo, prolisso, menoso, autocelebrativo, con un Maynard sufficiente e il tutto senza quella verve che rende grande un disco. Insomma, piacevole da ascoltare un paio di volte, ma poi chi ha voglia di rimetterlo su se non come sottofondo mentre sto facendo altro?

Oggi i Wilco suonano a Milano, io non ci sarò e nemmeno ho ascoltato il nuovo disco “Ode to joy” (2019). Ho però scoperto che Jeff Tweedy ha registrato due dischi solisti contemporaneamente per poi farli uscire a qualche mese di distanza l’uno dall’altro: il primo si intitola “WARM” (pubblicato a novembre 2018), il secondo “WARMER” (uscito a luglio 2019). Si tratta dei suoi dischi solisti numero 2 e 3 (il primo era “Together at last” del 2017 ma conteneva materiale non inedito). Ho ascoltato il primo dei due ma boh, non so cosa dire, anche qui siamo dalle parti del “carino ma non lo riascolterò, comunque grazie”. Da quel punto di vista molto meglio allora “Clean” (2018) di Soccer Mommy: il disco è eccellente e lei è molto brava nel trovare belle melodie e ottimi arrangiamenti.

Tra gli album che mi sono piaciuti anche se non mi hanno fatto impazzire bisogna citare “Act surprised” (2019) dei Sebadoh e “Help us stranger” (2019) dei Raconteurs. Entrambi dei buoni lavori, onesti, apprezzabili.

Passiamo finalmente ai tre dischi che più mi sono piaciuti e che più sto ascoltando ultimamente: di “The center won’t hold” (2019) delle Sleater-Kinney non avevo dubbi, già i singoli mi avevano colpito. Ma ascoltandolo ho finalmente la conferma che è una bomba. Altro lavoro che è tra i migliori del 2019 è “This is not a safe place” dei Ride, grandissimo ritorno, in formissima e con un gran tiro. E poi oh, ma lo sapete che “Beneath the eyrie” dei Pixies mi ha stupito tantissimo? Finalmente dopo alcune uscite di dubbio gusto adesso hanno fatto davvero centro!

Chiudiamo con un recupero dei tempi andati (diciamo così): dopo millenni ho ascoltato “Flying away” (1997) degli Smoke City. Gran disco. I due singoloni Underwater love e Mr. Gorgeous già li apprezzavo tantissimo, la cover di Aguas de março è ottima e tutto il resto fila via benissimo. Straconsigliato per chi vuole un po’ di trip hop mischiato a tante altri sapori, con quell’indimenticabile retrogusto anni ’90.

Technology won’t save us

E niente, visto che oramai sono conscio che anche le auto a noleggio non hanno più il lettore cd, invece di preparare la solita compilescion estiva (pensata e organizzata con gusto e attenzione), ho preso una bella chiavetta usb e l’ho riempita di una marea di roba, un mistone da non crederci. Così da fare da sottofondo al nostro viaggio, tra una tappa e l’altra.

E infatti la macchina che ci hanno dato non aveva il lettore cd ma l’entrata usb. Mi sono dato una pacca sulla spalla da solo.

Poi il dramma.

Metto la chiavetta ed è subito “Dispositivo USB non riconosciuto”.

Non c’è stato modo di farla funzionare. Maledetta tecnologia.

Per fortuna che spesso riuscivamo a prendere una stazione chiamata Rock Fm (che nome originale eh), che ha la stessa programmazione di Virgin Radio ma senza la Maugeri, quindi decisamente meglio. Anzi, con pochissimo parlato dei dj e con pochissima pubblicità, quindi evviva. Cioè, le canzoni potete immaginarle ma almeno c’era rock senza resilienza. Ed è stato un sottofondo decente.

Ma la domanda è: la prossima volta che faccio?

Never trust a punk – Again

L’anno scorso è uscito un documentario autoprodotto intitolato “La scena (Il punk italiano degli anni ’90)”. Il trailer mi aveva lasciato sentimenti contrastanti e tanta, tanta paura. Mi aveva fatto sorgere domande e dubbi a cui ora posso rispondere poiché ho finalmente visto il film in questione. Potete farlo anche voi perché è tutto su youtube.

Prima rispondiamo ad alcune cose che avevo scritto allora come se fossero delle FAQ, poi vi dico in breve le mie impressioni sul documentario in sé.

Sembra che guardandolo bisognerà sorbirsi una serie di pipponi sul punk, il suo significato, cosa rappresenta per me, per te, per il cane, per mia nonna. Tutta roba che nel 2018 ne farei volentieri a meno visto che: 1) di documentari e libri sull’argomento ne sono stati già fatti e scritti e pure belli 2) il target di questo “La scena” è gente che di sta roba ne ha sentito parlare fin troppo (e solitamente si dicono sempre le stesse noiose cose).
I pipponi ci sono, soprattutto da parte di Marco Philopat (a sentir lui dopo il Virus è stata tutta una merda), ma in generale non sono così fastidiosi.

Spero che non la buttino troppo sulla nostalgia di quegli anni cercando di renderli più gloriosi di quello che erano (cioè poco) e esaltando i gruppi più di quello che erano (principalmente scarsi). Spero almeno in un po’ di senso critico e un bel po’ di sarcasmo.
Anche qui è andata meglio del previsto, il documentario è fatto bene, per cui vuol dire che ci sono i momenti nostalgia, ma è anche realistico, cinico e, in parte, cattivo.

Non ho capito se si parli solo di gruppi punkrock o si tiri dentro anche la scena hc italica. Direi la prima ipotesi, avrei tifato per la seconda, avrebbe reso il tutto più intrigante e variegato.
Al 90% si parla di punk rock, anzi, di alcune band selezionate (le mancanze sono molte ma non ne faccio una colpa). L’unico esponente della scena hc (e con conseguente qualche info su di essa) è Mayo dei Sottopressione e La Crisi.

Spero che nella durata finale i filmati di repertorio occupino un tempo decisamente maggiore rispetto alle interviste.

No, però c’è un buon mix tra le due cose (e ci sono le immagini di un concerto del 1996 degli Shandon al Bloom in cui suonano Videogame, Olly aveva ancora i capelli e indossava una maglietta dei Ragadi e IO C’ERO).

Spero che tali  interviste non siano fini a se stesse e non sia solo una cosa del tipo “ce la cantiamo e ce la suoniamo”.
Si sta nel mezzo, ci sono lodi e critiche.

Ma allora com’è questo “La Scena”? Ero altamente prevenuto ma si tratta di un documentario da vedere per capire almeno in parte quello che è successo in quegli anni e del perché la situazione di adesso è quella che è. È fatto bene, girato bene, e vengono dette cose notevoli (non tutte ma tante). Ci sono un paio di cose che mi sono piaciute molto, molto ciniche ma centrate:

-la divergenza di opinioni sulla scena punk degli anni 90: secondo alcuni c’era, secondo altri no. C’erano gruppi che si aiutavano amichevolmente, o forse no ma gli faceva comodo farlo e farlo credere. C’era sana competizione o forse no, alcuni si odiavano e c’era rosicamento mischiato a senso di superiorità. Le frecciate non mancano per fortuna.

-la verità sulla situazione attuale di quei gruppi: sono gente di 40/50 anni che suona una musica prettamente giovane, legata alla ribellione o comunque ad un moto giovanile contro il vecchiume, quindi provoca imbarazzo. Se ci pensate bene non hanno il minimo senso oggi, è una cosa totalmente non punk e decisamente triste. O forse c’è un altro scenario, ugualmente terrificante: il punkrock si è trasformato in una musica per adulti tendenti al vecchio, nostalgici e reazionari.

Una cosa che si poteva evitare? La serie di opinioni in stile “Vecchi che parlano dei giovani non tenendo conto che la situazione rispetto a 20 anni fa è totalmente cambiata”. L’unica cosa davvero sensata la dicono i Manges (ma non solo in questo caso, devo ammettere che in tutto il film loro si dimostrano quelli che esprimono le posizioni più interessanti e intelligenti): “Quello che adesso potrebbe essere è paragonabile a quello che è stato il punk all’epoca? Probabilmente io non ho la più pallida idea di quello che stia succedendo. Ci sono dei ragazzini che sicuramente stanno facendo qualcosa di strafigo contro il sistema e magari io me lo sentirò raccontare tra vent’anni quando sarà di patrimonio comune”.

Argh

Qualche giorno fa i Leeches hanno comunicato quanto segue sulla loro pagina fb:

Attenzione, dopo un lungo silenzio, siamo tornati per darvi una notizia.
Dopo 17 anni di concerti, dischi, amicizie e splendide serate in giro per l’Italia e l’Europa abbiamo deciso di prenderci una lunga pausa a tempo indeterminato. Questa decisione viene a causa di vari cambiamenti nelle nostre vite e scelte personali, nessun litigio o cose tragiche.
Al momento non sappiamo se e quando torneremo, ma ci teniamo a ringraziare tutte le persone che sono state coinvolte nella nostra storia, siete tante ed impossibile elencarvi tutti, grazie.
Noi per ora ci siamo divertiti ed è stato bellissimo, ci auguriamo che lo sia stato anche per voi.

E niente, ho il cuore a pezzi. Li ho visti 14 volte in 9 anni, il perché è chiaro e semplice: sono uno dei migliori gruppi italiani da vedere dal vivo. Jesus loves The Leeches and I know why!

In bocca al lupo a loro 4, sperando che tornino, prima o poi.

L’angolo delle nius

Che si dice di questi tempi?

*Mark Lanegan torna a due anni di distanza da “Gargoyle” (2017) con “Somebody’s knocking”, atteso per ottobre. Lui non riesce a stare fermo, la cosa sarebbe molto positiva senonché ultimamente la qualità ne stava risentendo. A che punto siamo adesso? Non ne ho proprio idea. Dei due nuovi pezzi Playing nero (video qui) non mi dice niente mentre Stitch it up (video fighissimo!) mi farebbe ben sperare. Chissà:

*I Messthetics sono già di ritorno a distanza di un anno dall’omonimo esordio del 2018, che gran notizia! Il nuovo disco è intitolato “Anthropocosmic Nest” ed è in uscita ad inizio settembre! In anteprima Better wings:

*Pixies: il nuovo lavoro “Beneath the eyrie” uscirà il 13 settembre. Ecco intanto On graveyard Hill, un pezzo che non dice nulla di nuovo (non è nelle loro intenzioni), però è bello e orecchiabile e con un video molto divertente:

*Sul fronte Sleater-Kinney è successo un po’ di tutto nelle ultime settimane. Viene comunicato che il disco uscirà il 16 agosto, nel frattempo viene presentato il nuovo singolo The future is here (da sentire qui) ma Janet Weiss lascia il gruppo (dopo ben 24 anni) con un comunicato di saluto il cui centro è “The band is heading in a new direction and it is time for me to move on”. Un duro, durissimo colpo perdere una batterista fenomenale come lei. Ancora non si sa chi la sostituirà in tour (e magari anche dopo), Carrie Brownstein commenta così e intanto esce anche il lyric video della title track (oh, per adesso tutte le canzoni presentate sono ottime):

*Concludiamo con i Wilco, il cui nuovo lavoro intitolato “Ode to joy” uscirà il 4 ottobre. Come sarà? Carino ma inconsistente come gli ultimi lavori? (Probabile) Torneranno ai fasti passati di tanti anni fa? (Ne dubito). Il primo pezzo in anteprima è Love is everywhere (Beware) e bisogna ammettere che non è affatto male:

Insalatone #18

Rieccoci qui.

Il primo disco dei seattleiani Honcho Poncho, uscito tre anni fa, è stato il mio disco preferito del 2016, quindi vedete un po’ voi. Ora sono tornati con “A good time”, i cui 10 pezzi sono ascoltabili sul loro bandcamp.

Il tanto atteso nuovo disco in comunione tra Calexico e Iron & Wine è arrivato. Il problema è che “Years to burn” mi scivola addosso come farebbe l’acqua sulle piume di un’anatra. Mezza delusione.

Il 7 giugno è uscito (ovviamente su HydraHead) “Final transmission”, nuovo (e sesto) lavoro dei Cave In. A quanto ho capito stavano lavorando sul disco già prima della morte di Caleb Scofield (avvenuta l’anno scorso), per cui si tratta di una specie di raccolta di demo e early take poi sistemate e mixate per farne un album vero e proprio. Era già stato annunciato (a quanto pare il gruppo aveva rilasciato un comunicato a febbraio di quest’anno) ma io lo scopro solo questi giorni. Dappertutto ne parlano benissimo, leggo recensioni molto positive e ad un primo ascolto anche a me è piaciuto.

Chiudiamo con gli Earth e i loro “Full upon her burning lips”, che è uscito già da qualche tempo (il 24 maggio) e si può ascoltare anche sul loro bancamp.  Già la copertina è un po’ una sorpresa, diversa da quelle precedenti, a sottolineare il fatto che in questo disco ci suonano solo loro due, ed infatti è solo chitarre e batteria. Se facciamo un confronto diretto con “Primitive and deadly” (2014) allora direi che non ci siamo, ma apprezzo il coraggio e alcune soluzioni. Diciamo che non è una di quelle cose che ascolterei a ripetizione.

Avere vent’anni

Si è appena conclusa la ventesima edizione del No Silenz Festival. È stata anche l’ultima edizione, non so perché questa meraviglia finisca, non ho trovato notizie (chi sa, parli!), ma di certo non per poco successo o mancanza di partecipazione.

Su 20 edizioni (suddivise in varie location) ho partecipato alla metà, e non è poco. In 10 edizioni (ma molte più serate) ho scoperto gruppi nuovi, goduto di quelli che già conoscevo, visitato posti sperduti nella bassa bresciana, mi sono stupito di un festival con un’atmosfera unica, con un’organizzazione impeccabile e con una cucina buonissima. Ho anche un poster attaccato in camera con la locandina di una vecchia edizione. Per anni ho continuato a dire che si trattava del miglior medio/piccolo festival italiano e la sua fine mi provoca un magone che non potete capire (o forse sì se ci siete stati).

Anche quest’anno sono andato per due serate, i gruppi principali sono stati:

* Massimo Volume: passano gli anni, cambiano leggermente le formazioni, la sostanza rimane la stessa. Si sta parlando del miglior gruppo italiano, lo dimostrano anche questa volta. Una scaletta incentrata sull’ultimo lavoro e una serie di assaggi di quelli precedenti. Mimì parla molto, è la prima volta che lo vedo così ciarliero sul palco, tanto che ad un certo punto dice Mi dicono di parlare tra un pezzo e l’altro e io lo faccio. Però dopo mi dicono “Ma che cazzo hai detto?”. Immensi come sempre.

* Art Brut: Eddie Argos è un trascinatore nato, un mattatore supercarismatico e dal vivo il gruppo è una macchina da guerra. Sono passati 12 anni dall’ultima volta che li ho visti ma non hanno perso minimamente smalto, anzi, forse li ho trovati ancora più in palla e trascinanti di allora. Hanno reso il parco del Palazzo Cigola Martinoni ancora più una festa, al grido di Top of the pops! e One more year!

* Toy: forse la scelta sbagliata per chiudere. Se gli Art Brut poco prima erano stati trascinanti, divertenti, coinvolgenti e frizzanti, i loro compaesani sono statici, freddi e ripetitivi, poco adatti per un finale. Ammetto di averci davvero provato, ma dopo 45 minuti del loro psych rock mischiato a post punk non ce l’ho più fatta e così per l’ultima volta mi sono avviato verso casa.

E l’anno prossimo come faremo? Mi mancheranno le strade tra i campi, il panino Machebù, il pirlo, le bancarelle, la voglia di star bene, l’amore per la musica, le magliette con gli animali, quella ricorrenza imperdibile che rendeva speciale ogni estate.

Sigh.

Pubblico? Zero!

Qual è il concerto di un gruppo internazionale a cui avete assistito e in cui c’era il pubblico più scarso? Io un paio di settimane fa ho settato il mio record a quota 13 persone (me compreso). Sul palco gli Autonomics, gruppo indierock di Portland con all’attivo due dischi e un terzo che verrà registrato in estate (a quanto pare).

Ora, la sala non era enorme, si parla di un locale medio/piccolo, ma tredici persone sono davvero pochissime. Se poi contate che la maggior parte di loro era seduta su dei pouff vicino ai muri, alla vista del gruppo si materializzava un vuoto cosmico. O quasi viste le sole due anime buone davanti al palco (tra cui il sottoscritto, ovviamente). Bisogna dire che la band ha reagito alla grande, dopo qualche pezzo di rodaggio hanno iniziato a macinare canzoni coinvolgenti suonate con passione e brillantezza. Non dev’essere stato semplice per loro quattro esibirsi di fronte al quasi-nulla ma gli Autonomics hanno fatto molto di più che un compitino, hanno portato a casa un concerto della madonna. Le canzoni nuove dimostrano una crescita e una maturità compositiva notevole e sono quelle che mi hanno colpito di più (quindi grande attesa per il nuovo lavoro). La chiusura, con una inaspettata ma magistrale Seek and destroy, è stata grandiosa.

Io non li conoscevo prima di quella sera se non per un paio di pezzi ma ammetto di essermi divertito un sacco. Andare a scambiare due chiacchiere con loro al banchetto dopo la loro esibizione mi sembrava cosa buona e giusta, almeno per far capire loro che noi abbiamo apprezzato. Comprare cd e spilletta è stato il minimo, soprattutto per supportare una band che si autofinanzia per tutto.

Soddisfatti per il concerto, rimane un po’ di tristezza per come è andata: la band meritava decisamente di più, più pubblico, più partecipazione, più applausi.

E, da dovunque la guardiate, tredici persone rimangono davvero poche.

Fermi tutti!

L’altroieri Josh Homme ha messo sull’instagram dei Queens Of The Stone Age un post sibillino in cui lancia frecciatine relative ai nuovi volumi delle Desert Sessions, le numero 11 e 12.
Se fosse vero ne sarei super felice.
Se dovessero però poi rivelarsi una delusione come gli ultimi dischi dei Qotsa piangerei lacrime amare.
Ah quanto amo le Desert Sessions, è un peccato che quel favoloso e caotico progetto sia fermo al 2003, anno di uscita del volume IX/X.

Insalatone #17

Rieccoci qui.
È Pasqua.
La primavera è ormai inoltrata.
Sul balcone si sta da dio, gli uccellini cinguettano, i calabroni mi assalgono e quindi rieccomi immantinente in casa a scrivere di quello che ho ascoltato in questi mesi.
Così potete ascoltarvi qualcosa mentre cercate di digerire il pranzo.

Partiamo con “Remind me tomorrow” (2019) di Sharon Van Etten. Avevo delle perplessità all’inizio ma a poco a poco il disco mi sta piacendo molto anche se, a dirla tutta, il pezzo che preferisco meno è ancora quel primo singolo. I due singoli seguenti sono Seventeen (video qui) e Jupiter 4:

Passiamo a John Garcia e al suo “John Garcia and The Band Of Gold” (2019): sapete già cosa aspettarvi, il lavoro è buono, lui è in forma ma il tutto è prevedibilissimo, peccato.

Lo sapevate che l’anno scorso John Parish ha fatto uscire un disco intitolato “Bird Dog Dante” (2018)? A quanto pare è passato sotto silenzio (almeno nelle mie eminenti fonti), chissà perché. Magari perché Parish non fa più notizia nemmeno se nell’album c’è un brano intitolato Sorry for your loss, dedicato a Mark Linkous (ci manca tantissimo) e interpretato da Pj Harvey alla voce:

Ed ecco il momento casualità.

Per caso1 (ascoltando BBC6) ho scoperto gli Skint & Demoralised, gruppo a me totalmente sconosciuto fino a pochi giorni fa. Però il pezzo che ho ascoltato mi è piaciuto subito e sono quindi andato ad informarmi un pochino: si tratta di un gruppo inglese che ha già fatto 3 dischi, l’ultimo dei quali risale al 2013. A quanto pare nel 2019 (in autunno) torneranno con un nuovo lavoro dal titolo “We are humans”. Il singolo che me li ha fatti conoscere invece si intitola Boro Kitchen 4am:

Per caso2 (ascoltando ancora BBC6) ho conosciuto anche i Black Box Recorder, gruppo inglese, oramai discioltosi, e il loro esordio “England made me” (1998). Elegante e fascinoso, come la loro title track:

Per caso3 (aka mi hanno aggiunto a caso loro su instagram) ho scoperto i Coastlands, gruppo che si descrive come “instrumental sad rock from Portland, Oregon”. Ovviamente sono debole e quando leggo quelle cose (hanno azzeccato tutto ciò che mi potrebbe interessare in questo momento) vado di corsa a sentire di che si tratta. Nel 90% dei casi mi pento della decisione ma in questo caso no. La band ha all’attivo una caterva di uscite ascoltabili sul loro bandcamp, io per adesso ho sentito solo l’ultimo “The further still” (2018) e mi è sembrato piuttosto figo. Insomma, poi a me quella roba (post-rock/post metal/post sludge/post quel che è) piace sempre un botto anche se non va più di moda.

Chiudiamo con un blast from the past: sono in ritardo di mille anni ma alla fine ho ascoltato l’unplugged degli Stone Temple Pilots del 1993. Premessa: dalla loro esibizione non è mai stato fatto un disco, un po’ come è successo come i Pearl Jam, e, sempre come in quel caso, il gruppo aveva fatto uscire solo il lavoro d’esordio. Che spreco, eh? Vi immaginate  che roba avrebbe potuto essere un Mtv Unplugged dei PJ e degli STO qualche anno e qualche album dopo? In ogni caso non avevo nemmeno mai visto tutta l’esibizione che si compone di 7 pezzi (5 tratti da “Core”, un inedito intitolato Andy Warhol poi utilizzato come b-side del singolo di Vasoline, e in anteprima la meravigliosa Big empty da “Purple” che all’epoca non era appunto ancora uscito). Mi viene da piangere a pensare a che punto siamo oggi, con Weiland Rip e una band con un nuovo cantante preso da X-Factor che è diventata la macchietta di se stessa. Sembrano passati eoni da allora ma schiacciando play mi emoziono sempre.

Listen to the wind blow

Ho riascoltato dopo tantissimi anni “Viaggio senza vento” (1993) dei Timoria. Non so perché ho deciso di metterlo su, per pura curiosità probabilmente. E allora, com’è riascoltare quel disco a più di 25 dalla sua uscita?
Beh, direi che le sensazioni sono rimaste più o meno le stesse di allora: a parte i singoloni e un paio di altre buone canzoni rimane un concept album bruttarello. Insomma, 21 tracce sono decisamente troppe e ascoltarlo oggi forse è ancora peggio perché quello che si salvava all’epoca (mood e riferimenti) oggi non ha davvero più senso.
Quindi la conseguenza rimane logica: via quell’album e metto su “2020 Speedball” (1995). Che rimane un lavoro sicuramente più interessante anche se tamarrissimo. E infatti lo so ancora tutto a memoria.
Perché è più interessante? Beh, è un misturotto (come diceva mia nonna) di una quantità abnorme di influenze, suoni, riferimenti diversi che però male si amalgamano tra loro: ballatone strutturate sempre con un crescendo di pathos esplosivo, uberprodezze metal rubate a qualche gruppaccio che suona nelle bettole bresciane, qualche pasticcio equo-solidale (che precede di gran lunga i Negrita). Tutte queste cose, unite alla volontà del gruppo di voler mostrarsi fieramente avanti coi tempi, già allora facevano di “2020 Speedball” un disco che nel 1995 sapeva di vecchio. Questo suo essere vetusto già alla nascita ha fatto però in modo che dopo tutto questo tempo sia rimasto sostanzialmente lo stesso.
Oppure la spiegazione è un’altra: e se i Timoria avessero voluto prenderci tutti per il culo? Ma certo, ora è tutto chiaro! Suvvia, non è assolutamente credibile un disco del genere. La loro è per forza un’enorme, gigantesca commedia dell’assurdo: prendono per il culo il celodurismo e purismo del metal e dell’hard rock (Europa 3, la strofa di Mi manca l’aria, la sbrodolata/assolo in Guru), nonché i cantanti finto rock, i ligabue e i vascorossi (Senza far rumore, Via padana superiore). Sbertucciano il punk (Brain machine, Week end), giocano col funk (No money, no love), si buttano sul rock melodico (Fino in fondo) e su quello demenziale (la super improbabile Dancing queen). Prendono in giro soprattutto loro stessi con questo voler essere avanti, con i siparietti plasticosi (Fare i duri costa caro) ma soprattutto con simpatici calembour autocitazionisti: cos’è Guru se non il ribaltamento (anche musicale) di una Verso oriente?
Geniale. Incredibilmente geniale.
Il disco perfetto da cantare a squarciagola (e male) viaggiando in autostrada.
Ovviamente l’anno prossimo sarà fisso nel mio lettore.

Insalatone italiane #12

Si capisce che non ho molta voglia di scrivere? Ma il dubbio è: sono poco ispirato perché ascolto musica poco interessante o la maggior parte della musica che ascolto mi sembra poco interessante perché sono poco ispirato io?
Quindi DISCLAIMER: il mio ascolto è stato pesantemente influenzato da questo spleen.
Evabé dai, partiamo dai Riah, un gruppo emiliano di post-rock/math-tock “pesante” che ha pubblicato un disco d’esordio intitolato “Auturnalia” (2018). Oltre al loro bandcamp linkato qualche parola addietro, potete ascoltarlo anche su Spotify e su Youtube (nell’ultimo caso il link è questo) e io ve lo consiglio!
Rimaniamo nell’anno appena conclusosi: “Different times” (2018) dei Giardini Di Mirò mi è piaciucchiato ma l’ho ascoltato troppo poco. Mi sembra in linea con il disco prima che, anche in quel caso, ho apprezzato senza troppa euforia (e che infatti ho ascoltato troppo poco). Un altro lavoro che non mi è dispiaciuto è il secondo ep dei Malkovic, intitolato “Buena sosta” (2018): 5 pezzi piacevoli, ma le bellissime sensazioni che avevo provato vedendoli dal vivo tanto tempo fa qui non ci sono.
Passiamo al 2019: i Gomma sono un gruppo post-punk/punk/quella roba lì proveniente da Caserta e hanno da poco fatto uscire il loro secondo album intitolato “Sacrosanto” (2019). Io non li conoscevo proprio e il lavoro non è male. Alcune cose belle, tante carine ma già sentite.
Finiamo con il supergruppo di cui stanno parlando tutti in questo periodo (forse): gli I Hate My Village sono formati da Adriano Viterbini (chitarra nei Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (batterista di Calibro 35 e Afterhours) con Alberto Ferrari (Verdena) che fa da ospite fisso e la produzione affidata a Marco Fasolo (Jennifer Gentle). Il loro disco omonimo (2019) è un mischione di tante cose: interessante da ascoltare e pure corto. Uno di quei dischi che ti serve come aggancio per portarlo dal vivo e trasformare quegli spunti in composizioni più lunghe e folli e articolate (ma poi mica lo so se dal vivo fanno davvero così).