Love, love, love

“The hazards of love” (2009) dei Decemberists è uno di quei dischi che potrei ascoltare più volte a ripetizione, senza stancarmi. Si tratta di una specie di opera rock in cui Colin Meloy e soci riversano tutto il loro lato più hard blues elettrico, spietato e tagliente. Spero che in futuro si ributtino ancora in una cosa del genere visto che gli riesce benissimo. I pezzi sono tutti belli ma ce ne sono due che ogni volta mi causano un tuffo al cuore, The rake’s song (link wink wink) e The wanting comes in waves/Repaid (nella parte Repaid ci canta anche Shara Worden dei My Brightest Diamond e vince tutto):

Insalatone italiane #8

Iniziamo con uno dei dischi italiani più divertenti del 2016 e cioè “The great maybe” dei Labradors. Perché parlarne adesso? Boh, ma l’importante è ribadire che si tratta di un lavoro da ascoltare.
“Pansonica” dei Marlene Kuntz è un Ep del 2014 contenente delle nuove versioni riregistrate di 7 vecchi pezzi scritti nei primi tempi (dagli esordi a “Il Vile”) e mai entrate nei dischi. Se sono sempre state lasciate fuori dai dischi ufficiali ci sarà un perché, direte voi ed effettivamente a parte l’iniziale Sig. Niente (bella) le altre non mi esaltano (Donna L ha una storia a parte ma preferisco la versione di “Come di sdegno”).
I This Makes Us Human vengono da Roma e fanno ambient/post rock: è un genere in cui oramai è difficile smarcarsi o brillare di luce propria e nemmeno loro riescono a sottrarsi a questa maledizione con il loro disco omonimo (2017), però sono comunque bravini e si spera in una bella crescita.
Chiudiamo con i Fine Before You Came, “Il numero sette” è uscito a fine febbraio e si può definire solamente cosi: spreco totale. Sì perché musicalmente è una bomba, i pezzi sono davvero belli e i suoni pure. La voce invece va a rovinare tutto (sia per il modo di cantare oramai stra-noioso del Lietti, sia per gli effetti che ci hanno messo su). Anche loro rientrano nella mia personale categoria del “Che bello se quel disco fosse cantato da qualcun altro”.

Essere John

Il Centro Sulè di Agrate ha il suo perché ma ammettiamolo: non è proprio il posto adatto per giudicare il live di un gruppo, a causa dell’acustica tutt’altro che perfetta (almeno un paio di teli sul soffitto inclinato sopra la batteria però metteteli, sarebbe già d’aiuto per tagliare il casino riflesso dei piatti, eh). Però il concerto dei Malkovic è stato comunque molto bello e hanno dimostrato di saper suonare alla grande. Le canzoni ci sono, le capacità e l’energia pure. Se il loro Ep di 4 pezzi aveva acceso l’interesse, dopo il live sono convinto che il trio deve far uscire un disco vero e proprio quanto prima!
E sarebbe anche bello rivederli e risentirli, magari in qualche bel festival estivo.

Space is the place

The permanent rain press” è un blog che tratta della scena musicale della Cascadia (British Columbia + Washington + Oregon) e a volte sconfina anche nelle altre zone del Canada. Lo seguo da qualche mese e ho trovato alcune cose che mi sono piaciute (alcune sono finite nel post sulle insalatone oltreoceaniche), altre meno ma lo consulto oramai con costanza (e anche con Costanzo, Maurizio).
Ok, scusate.
Anyway, una delle ultime scoperte sono i Sad Birthdays, quartetto di Montreal, che a fine gennaio hanno fatto uscire “Space race”, il loro primo disco che è anche 100% DIY. E mi è piaciuto subito, con quel misto di Pavement, Elliot Smith, Lemonheads ma con l’aggiunta di tanta altra roba, in modo però intelligente e ben riuscito. Ecco il bandcamp!
Pronostico: sarà uno dei miei dischi dell’anno.

Let’s dance

I Julie’s Haircut hanno fatto uscire il loro settimo disco oramai più di un mese fa e io non ho scritto nulla. Insomma rimediamo subito dicendo che “Invocation and ritual dance of my demon twin” è uscito per l’etichetta inglese Rocket Recording dopo anni di militanza su label italiane (Gamma Pop, Homesleep, A Silent Place e Woodworm).
Mi sono approcciato all’ascolto in maniera un pochino fredda ma devo ammettere che sembra un disco molto bello e mi ha già preso sicuramente di più dei due lavori precedenti. C’è un bel misto del kraut-rock strumentale dell’ultimo periodo (ovviamente questa rimane la loro strada attuale più battuta) con qualche reminiscenza vecchia del periodo “After dark my sweet” e sta cosa mi è piaciuta molto. Ora necessito di qualche altro ascolto prolungato e attento. Fatelo anche voi, il disco è sul loro bandcamp!

Braccia rubate all’agricoltura

Forse sul blog non sto scrivendo con costanza come un tempo, però è anche perché ho tante altre cose da fare (non è vero ma crediamoci). Per esempio mi sono dato alla coltivazione dell’orto di famiglia, sperando che la passione compensi la poca esperienza.
E visto che una cosa tira l’altra, ecco anche un nuovo blog dedicato a questa cosa: si chiama Orti Della Brianza, l’idea è sua e in quella pagina terremo traccia dei nostri tentativi di coltivare cose buone e delle nostre esplorazioni nei dintorni, alla ricerca di posti belli. Sarà anche l’occasione per buttarci dentro qualche post musicale a tema molto scanzonato (e infatti ho già iniziato senza farmi troppo pregare) quindi fateci un giretto se vi va.
Abbiamo anche un profilo instagram, se qualcuno è interessato.
In ogni caso qui non si chiude!

Single, single, tutti mi vogliono (cit.)

Nuova rubrica a caso (come al solito!):
*Afghan WhigsDemon in profile: buon pezzo che anticipa il nuovo disco intitolato “In spades” che uscirà il 5 maggio. Bentornato Greg!

*Paolo BenvengùSe questo sono io: il 3 marzo è uscito “3H+” (che non ho ancora ascoltato). Questa canzone non è male, ma è una di quelle in cui sembra che il buon Paolone no abbia voluto rischiare proprio nulla.

*Blonde RedheadGolden Light: i tre hanno pubblicato a inizio marzo “3 O’clock”, un ottimo Ep di 4 pezzi, tutti interessanti. La mia preferita non è il singolo (che comunque è buono) ma Where your minds want to go.

*Fleet FoxesThird of May / Ōdaigahara: un singolo insolitamente lungo per anticipare “Crack up”, il terzo disco che arriverà il 16 giugno.

Insalatone #8

Sottotitolo di questa puntata: l’angolo oltreoceanico di bancamp!
E allora catapultiamoci a Vancouver (BC) per il bravo Noah Derksen: definisce la sua musica come contemplative folk e nel suo primo LP “In search of the way” (2016) infila una serie di folk ballad cantautorali riuscendo a evitare le trappole di un genere in cui si è oramai detto e fatto anche l’impossibile.
Rimaniamo nella città della British Columbia per ascoltare “Another meal Ep” (2016) degli Old Confetti: 4 pezzi pop rock/indie pop leggerini ma piacevoli.
Spostiamoci a Philadelphia (Pennsylvania) con i Neutral Shirt ma senza variare di troppo le coordinate musicali: in “2016” (uscito però fresco fresco nel 2017) siamo in ogni caso ad un livello qualitativo molto più alto rispetto agli Old Confetti e i 6 pezzi sono eccellenti, sia come composizione, sia come suoni, sia come arrangiamenti!
Potevamo saltare New York? Ovviamente no. Per la città ci accompagnano i Pills, giovane band con tanta voglia di rivivere il punk grezzo degli anni ’80, la no-wave e il post punk. Sono pure bravi, sfrontati e con voglia di rischiare e il loro “Convenience” (2016) è un buon debutto.
Chiudiamo a Washington DC con i Flasher e il loro omonimo Ep del 2016: post punk (ma non solo, ci si sente dentro tante cose ma non in modo spudorato è questo è bello) di pregevole fattura, nervoso e deciso.

L’angolo delle notizie soniche

Le news di questo periodo:
*Il primo  marzo Thurston Moore ha presentato un pezzo nuovo intitolato Cease fire. Il pezzo è da compitino ma la band che collabora con lui è ancora la stessa di “The best day” (Steve Shelley, Deb Googe e James) quindi potrebbe essere tranquillamente un pezzo vecchio scartato dall’album (e infatti i ben informati dicono che in realtà è già un anno che viene proposto dal vivo). Nessuna notizia su un possibile nuovo disco.
*Kim Gordon invece inizia un nuovo progetto chiamato Self Esteem con il musicista Mikal Cronin. I due hanno scritto e registrato un pezzo intitolato War/Golden god per la compilation anti-Trump “Our first 100 days”. Potete ascoltare la canzone nella pagina bandcamp dell’iniziativa assieme ai contributi degli altri gruppi (tra cui figurano nomi anche interessanti come Califone, Speedy Ortiz, Suuns, Angel Olsen, Toro Y Moy, A Place To Bury Strangers, solo per dirne alcuni).

17 anni dopo

Il 5 maggio uscirà il nuovo disco degli At The Drive-In. Il lavoro si intitolerà “in•ter a•li•a”, sarà pubblicato da Rise Records e conterrà 11 pezzi (per 41 minuti in totale) tra cui Governed by contagions (uscita a inizio dicembre) e il nuovo singolo Incurably innocent. La formazione sarà quella dell’ultimo periodo, quindi con Keeley Davis al post di Jim Ward.
Il gruppo verrà in Europa ad agosto per girarsi i festival ma nessuna data in Italia, evabé.
Ora godetevi questo gran bel pezzo:

The colors and the shape

Se il disco di Emiliana Torrini assieme alla Colorist Orchestra non mi aveva convinto, ieri al Santeria Social Club la situazione è stata completamente ribaltata: gli otto coloristi belgi suonano bene e mischiano con talento e maestria strumenti e arrangiamenti. A volte sembrerebbe di avere di fronte una qualche esibizione live di Tom Waits per quell’uso intenso di tanti tipi di percussioni, ritmi intensi e rumori vari. La loro unione con la voce della cantante islandese mi ha davvero convinto e alcuni pezzi sono stati davvero eccezionali, con un impatto e un’atmosfera incredibile (Blood red e Gun su tutti). Sì ok, Emiliana Torrini aveva qualche problema di voce e di respirazione, cosa perdonabile e comprensibile visto lo stato molto avanzato di gravidanza (boh, settimo mese?) che le faceva costantemente venire il fiatone. Ma la sua radiosità e le sue capacità hanno ben compensato.
Interessante il fatto, come raccontato ieri proprio da lei, che due anni e mezzo fa la Torrini abbia avuto una crisi esistenziale/musicale, che l’ha portata a provare un’estrema stanchezza e disinteresse a quello che aveva fatto fino a quel momento e a cercare di reinventarsi suonando in giro per l’Europa con qualsiasi persona avesse intenzione di rifare, anche in modo totalmente diverso, le sue canzoni. Come per dire: non mi interessano più, fatene quello che volete, io se volete ci canto sopra. Una cosa che, o ti rovina la carriera o ti crea nuove possibilità: per fortuna l’incontro con i Colorists ha portato questo periodo di sbando verso la seconda possibilità. Tiriamo quindi un sospiro di sollievo e riteniamoci fortunati perché ci hanno regalato un concerto ricco di tantissime sfumature e sensazioni.

Notturno americano

Già da “Blues funeral” (2012) si era capito che Mark Lanegan voleva intraprendere una nuova strada. Forse “nuova strada” è un concetto troppo esagerato per quello che fa lui, nondimeno si sono viste una serie di elementi diversi o almeno un tentativo di evoluzione. Con “Phantom radio” (2014) ha portato avanti la cosa seppur con scarsi risultati (il disco purtroppo non era niente di che). Il 28 aprile uscirà “Gargoyle” ma è già disponibile il primo singolo Nocturne che conferma la vianda intrapresa ma non è neppure un pezzo proprio da buttar via.
Il rischio delusione è davvero altissimo, così come i dubbi sul fatto che Lanegan sia oramai in grado di tirar fuori dal cilindro qualcosa di veramente memorabile (“Houston publishing demos 2002” era favoloso ma si tratta di roba scritta e registrata negli anni d’oro), però attendo di ascoltare il disco intero per dire definitivamente la mia.

Predicare nel deserto

La notizia di un disco nuovo di John Garcia (il suo secondo solista) dovrebbe essere considerata una cosa buona e condivisa febbrilmente in ogni dove ma l’uscita di “The coyote who spoke in tongues” (2017) non l’ho vista molto pubblicizzata sull’internet tutto. Sarà perché parlare di Garcia nel 2017 sembra di essere fuori tempo massimo? O perché l’omonimo del 2014 non è stato molto apprezzato (tranne da me anche se ne riconosco alcuni problemi)? Probabilmente entrambe le cose ma non solo: alla fine bisogna ammettere che questo nuovo lavoro ha sì delle cose buone, ma anche dei limiti e sicuramente non fa gridare al miracolo.
L’album è acustico e comprende in totale 9 tracce, ma abbiamo:
-3 canzoni inedite (Kylie, Give me 250ml, The Hollingsworth session)
-1 inedito strumentale (Court order)
-4 cover acustiche dei Kuyss (Green machine, Space cadet, Gardenia, El Rodeo)
-1 reprise del disco precedente (Argleben II)
Il problema è essenzialmente questo: le cose più interessanti sono le 4 cover (alcune molto distanti dalle originali ma comunque valide, altre si discostano meno), il resto convince meno anche se non si tratta di brutti pezzi. Da una parte c’è un po’ la solita “operazione nostalgia”, dall’altra sembra che non avesse voglia di scrivere altro.
Questo il video (non proprio memorabile) di Kylie, la traccia di apertura e primo singolo: