Mooc!

Per una serie di motivi mi sono addentrato nel mondo dei Mooc, un acronimo per Massive Open Online Course (qui un interessante articolo di Wired). Si tratta di corsi che possono venir fatti su alcuni siti (i principali sono Coursera, eDx, Udacity e da poco per l’Italia c’è Eduopen). I video di tali corsi vengono fatti dalle università di tutto il mondo e sono sostanzialmente gratis, se si vuole un certificato ufficiale però si paga. Sono un’ottima cosa per una serie di motivi:
-vengono fatti dalle università di tutto il mondo
-coprono tantissimi argomenti, da quelli umanistici, a quelli scientifici, a quelli più tecnici (programmazione, ad esempio).
-sono un ottimo modo per fare formazione a costo zero (o comunque ridotto)
-stuzzicano la curiosità e la voglia di imparare
-ti costringono a tenere ripassato l’inglese (i corsi in italiano sono pochi, la quasi totalità è in inglese con i sottotitoli in inglese)
-basta un pc connesso alla rete e nient’altro (a volte si possono scaricare le lezioni e farle anche offline)
Certo, ci vuole anche un po’ di costanza ma è il prerequisito minimo.
Come dicevo, gli argomenti sono tanti e la musica è uno di questi per cui, assieme ad alcuni mooc a tema “lavorativo” a cui ho partecipato, ne ho aggiunti alcuni su questo amato argomento e in particolare ecco quelli fatti o almeno testati (tra parentesi la piattaforma su cui sono caricati, l’Università che li ha fatti e la “durata” in settimane):
*“Today’s music industry” (Coursera – West Virginia University – 5 settimane): si tratta di un corso relativo alla legislazione sulla musica: diritti, licenze, copyright. Una parte storica e poi tutto quello che c’è da sapere se volete addentrarvi in questo triste mondo malaaato. Il problema è che ovviamente si parla solo di legislazione americana. Interessante ma troppo particolare per me, per cui l’ho abbandonato dopo la prima settimana.
*“The art of music production” (Coursera – Berklee College of Music – 4 settimane): prima parte di un trittico di corsi (gli altri due sono “The Technology of Music Production” e “Pro Tools Basics”), composto da video molto brevi che non approfondiscono mai l’argomento. Siamo ad un livello ultrabase e non ha molto senso vedersi 50 video che alla fine dicono molto poco.
*“Understanding the Music Business: What is Music Worth?” (Coursera – Vanderbilt University – 7 settimane): per ora direi che è il mooc migliore. Più che un corso si tratta di una serie di video informativi sui tanti aspetti del music business (Registrare in studi professionali vs home recording, Mayor vs indie label, Copyright, Musica e media, Il mondo delle live performances, Le tendenze odierne nel music business), con tante interviste interessanti agli addetti del settore. Si spiega senza troppi giri di parole chi fa cosa, come può essere fatto e si sentono le varie campane. Davvero niente male.

Girl with no band

Ma torniamo all’argomento Kim Gordon: la musicista, oramai tornata a vivere a L.A., ha fatto uscire per Matador un nuovo pezzo e le novità sono due: questa volta è suo nome ed è diversissimo dal solito. I due progetti post Sonic Youth non mi avevano convinto più di tanto: il duo Body/Head era una roba inascoltabile (anche dal vivo), Glitterbust l’ho sentito poco ma non mi ha preso più di tanto (e infatti nemmeno me lo ricordo più bene).
Qui siamo di fronte ad una canzone che ha anche una gestazione tutta particolare, nata dalla collaborazione con il produttore Justin Raisen (uno che ha prodotto, scritto e arrangiato per Ariel Pink, Sky Ferreira, Charli XCX, Santigolds, Kylie Minogue) e qui potete leggervi una bella intervista.
Insomma, tutta un’altra storia e mi piace. Sarei anche più soddisfatto se sapessi dell’esistenza di un album vero e proprio in uscita.

Teenage kicks

Chissà come dev’erre stato essere un giovane punk a Stoccolma nel 1982. Ce lo racconta il regista Lukas Moodysson in “We are the best!” (2013), la storia di Bobo e Klara, due ragazzine tredicenni svedesi che si uniscono alla altrettanto emarginata Hedvig (sebbene per altri motivi e con un background estremamente diverso, fatto di musica cristiana e ballate da chiesa ma compensa tutto con una tecnica chitarristica invidiabile) per formare una band punk, in risposta alle tante pressioni che quotidianamente ricevono (a scuola, a casa, dai ragazzi più grandi, dalle delusioni d’amore) e, perché no, per dedicarsi a quello che amano di più.
Un film molto autentico, senza troppi voli di fantasia, con situazioni e dialoghi realistici, che parla benissimo di musica e amicizia.

Spiccioli d’Islanda

È da un po’ che ricevo scarse notizie musicali Islandesi e quindi anche i miei post sull’argomento si sono fatti decisamente più radi. Però due notizie possiamo anche darle:
-Qualche mese fa i Kimono hanno messo su Soundcloud un pezzo intitolato Lee Harvey Oswald (comprensivo di testo). Ho scoperto che non è però nuovo: ci sono sulla rete anche delle versioni caricate precedentemente: su Vimeo ad aprile 2014 (ora non più presente) e una versione live all’Iceland Airwaves di novembre 2014 (da notare il bassista con la maglietta dei conterranei Oyama). In ogni caso di un nuovo disco nemmeno a parlarne e ciò mi rattrista.
-Da poco è uscito il nuovo disco dei Pascal Pinon (o delle Pascal Pinon? Alla fine il progetto fa capo alle due sorelle Ásthildur and Jófrídur Ákadóttir), intitolato “Sundur”: pop rock molto tranquillo, minimalista, rilassante. La folktronica (sic) del gruppo di Reykjavik è piacevole. Alcune tracce si possono ascoltare sul loro bandcamp.

About a girl (in a band)

Chi ha definito “Girl in a band”, autobiografia di Kim Gordon, come un capolavoro probabilmente non l’ha letto. Non è un brutto libro ma nemmeno una grande opera di letteratura. “La gente mi dice che sul palco sono opaca, misteriosa, enigmatica, addirittura fredda” scrive nel primo capitolo, e questa descrizione si può anche applicare alla Gordon scrittrice.
La storia parte dall’infanzia per continuare a raccontare di tutta la vita della Gordon e le cose che più l’hanno fatta diventare quello che è: l’amore per l’arte, la California (e in generale i continui traslochi: Rochester, Los Angeles, Hawaii, Hong Kong, Toronto, New York, Northampton) e i due uomini che le hanno cambiato (o rovinato?) la vita: il fratello schizofrenico Keller (che caratterizza la prima parte) e naturalmente Thurston Moore (nella seconda). In mezzo a tutto ciò ci sono viaggi, emozioni, lavori, maternità, Coco, punti di svolta. E anche la musica, ovviamente: i Sonic Youth vengono descritti come quasi un’unica entità, il riferimento diretto rimane Thurston, gli altri due membri con cui la Gordon ha condiviso anni e anni di esperienze lavorative e tour in ogni dove sono ridotti a due mere figure di sfondo o a comparse occasionali, e vengono citati solo in due o tre frasi buttate lì (Lee Ranaldo come un perfezionista confusionario, Steve Shelley come una persona a cui lei non stava a genio, a quanto sostiene l’autrice). Forse con loro Kim Gordon ha tenuto un rapporto che si potrebbe definire strettamente lavorativo (il che, secondo me, sarebbe davvero una brutta cosa se siete mai stati in una band e pensate alle dinamiche che si creano).
Uno dei motivi per cui il libro ha fatto così parlare di sé è stata ovviamente la parte in cui vengono raccontati i problemi che hanno portato al divorzio della famosa coppia (su tutto il tradimento di Thurston, a suo dire plagiato da una scaltra manipolatrice mangiauomini) e un po’ dispiace vedere i loro fatti più intimi e delicati buttati in faccia a tutti: mi è sembrata una grossa caduta di stile da parte di una donna che fino a quel momento ne ha sempre dimostrato tantissimo, su e giù dal palco.
Per gli amanti del gossip e dei retroscena tra artisti ci sono delle frecciatine (anzi badilate) dedicate a Courtney Love: “incredibilmente egocentrica” che impersonava il “ruolo che la stampa bramava da sempre: una principessa punk, eccitante e tenebrosa, che si rifiutava di rispettare le regole”. E ancora: “Capivo che aveva una personalità borderline o comunque un qualche tipo di energia folle e contagiosa, e cerco sempre di evitare quel genere di tragedie nella mia vita, “avevo sempre l’impressione che stesse recitando”. Insomma una persona “ambiziosa e manipolatrice” che si muove solo per interesse o per follia: “con me e Don (Fleming, produttore con la Gordon di “Pretty on the inside”) era sempre gentilissima perché sperava che l’avremmo portata da qualche parte, migliorandole la vita, ma con tutti gli altri urlava in continuazione”. Anche come gruppo in sé le Hole vengono demolite e l’unico a salvarsi è il chitarrista Eric Erlandson: “era un ottimo chitarrista, la colonna vertebrale dissonante del gruppo. Se non fosse stato per lui, il disco sarebbe stato da buttare”. Non viene risparmiato anche il love affair della Love all’epoca: “Ho pensato: Bleah!, al solo sentire nominare Billy Corgan, che non piaceva a nessuno perché non faceva che frignare, e gli Smashing Pumpkins si prendevano decisamente troppo sul serio. […] Certo, tutti prendevano la propria musica sul serio, ma c’era qualcosa di fastidioso in Billy Corgan e negli Smashing Pumpkins – erano troppo pretenziosi? troppo atteggiati e fissati con la loro immagine? – che irritava la gente”.
Nota a margine: ho letto l’edizione di Minimum Fax e sono rimasto infastidito dai tanti refusi, alcuni anche gravi. Così non va bene.

Banana e krankenwagen

Una seconda colazione a Lindau. Il traffico bavarese. Mêlée esiste davvero! Luoghi sperduti in cui giovani tedesche non sanno una parola di inglese. Goslar e la Bismark baguette (aringhe e cipolla, yum!). Lubecca, bellissima e accogliente. Pomerania senza volpini (saranno stati tutti nel parlamento di Schwerin). Stralsund: ma siamo in Germania o in Svezia? Il popolo germanico non è capace di mettere le indicazioni stradali come si deve. L’isola di Rugen è più grande del previsto. Stare a nord e vertigini. Spiagge di tempi andati. La meravigliosa e incredibilmente emozionante machine from hell. Dresda spacca! E anche il parco Alaunplatz (con il suoi sport medievale per mazzularsi con armi gonfiabili?) e la cena da Lila Sosse. Il Walhalla sotto la pioggia e un pranzo sovrabbondante. I tedeschi non hanno voglia di lavorare, è palese. Il lago per i ricchi di Monaco e le cameriere con le grazie in bella mostra. Tedeschi che anche se sanno che non capisci la loro lingua continuano a parlarti così, ma sorridendo. Zuppa di pesce e vino bianco.

Spin the black circle

Sicuramente avrete sentito parlare di “Vinyl”, la serie prodotta per HBO da Mick Jagger, Terence Winter e Martin Scorsese (che ha diretto anche il primo episodio): si svolge nel 1973 e il protagonista è il discografico Richie Finestra. La prima stagione è composta da 10 puntate ma qualche settimana fa è stato comunicato che non ne verrà fatta una seconda stagione.
Forse è un bene.
La parte strettamente musicale/lavorativa è la migliore (vendere l’etichetta/non venderla, rinnovare l’immagine, trovare nuovi gruppi, farli firmare, cercare di fare promozione, intortarsi gli artisti grossi ecc. ecc.) ed è un aspetto del mondo musicale che è stato spesso ignorato fino ad ora (anche se spesso sembrava di vedere una copia minore e più anni ’70 di Mad Men). Il problema semmai è stato inserire alcune altre storyline meno interessanti o gestite proprio male:
-la storia trita e ritrita del personaggio che finisce per ammazzare un tizio e non deve farsi scoprire (quanti film e serie abbiamo già visto? Dai ditene una? Fargo? Ok).
-la storia di lui che divorzia con la moglie, utile per i flashback ma piantata lì a tre puntate dalla fine.
-la storia della sua dipendenza da droga e alcool che lo fa mandare in vacca amici, colleghi e famiglia.
-la mafia italiana. Che palle, era il caso di tirarla dentro a tutti i costi anche qui?
Per non parlare di tantissimi personaggi monodimensionali, tutto ciò in un’alternanza di buone puntate e puntate noiose piene di cliché. Per critiche più approfondite anche su altri aspetti potete leggere questo buon articolo, oppure a rivolgervi al sempre ottimo Alan Sepinwall che ne ha parlato qui definendolo HBO’s one of its biggest tv disappointments.
Insomma, anche per me poteva venire decisamente meglio ed è stata un’occasione mancata.

Insalatone italiane #5

Avevo lasciato Black Eyed Dog agli inizi, con dischi di cantautorato semiacustico. Non erano male, adesso invece lo ritrovo con un progetto evoluto (autodefinitosi Punkromanticpsychoblues), maturo, più centrato e dal mio punto di vista molto più interessante: “Too many late nights” esce nel 2012, l’ho scoperto tipo l’anno scorso ma è uno dei casi in cui si dice “meglio tardi che mai”. Poi sono passato all’Ep del 2013 intitolato “Early morning dyslexia”. Eccoci poi al 2015 con il nuovo “Kill me twice” che va in direzioni più post post-punk e meno psychoblues e che non è male anche se mi piace meno.
Passiamo oltre: ho sempre pensato che Zippo fosse un rapper, colpa sicuramente del nome. Invece è un gruppo di Pescara che fa hard stoner metal. Ma pensa te quante cose si scoprono. Questo è il suo/loro ultimo disco intitolato “After us” che non è male ma non mi fa impazzire questo tipo di proposta però dalla loro bio sulla pagina testè linkata leggo: “There is one thing you can say about Zippo’s albums – They all sound different to each other.”. Qualcuno mi consiglia un loro altro disco da ascoltare?
Chiudiamo con il torinese Paolo Spaccamonti e il suo fantastico lavoro “Rumors” (2015), completamente strumentale, affascinante, cinematografico, intenso, coinvolgente. Un disco di cui ci si innamora e che sarebbe sicuramente rientrato nella lista del meglio del 2015 se l’avessi saputo prima. Lo potete ascoltare in streaming, fatelo!

Memory of a i-days festival

Era da tanto tempo che non andavo al festival dell’Indipendente, una volta Indipendent Days Festival, oggigiorno solo i-Days. L’ultima volta è stato il lontano 2007. Cosa è cambiato da allora? Innanzitutto la location e l’autodromo di Monza per me è decisamente più comodo di Bologna. Non sono cambiate invece le pessime abitudini da festival italiota: ingresso consentito solo alle bottiglie senza tappo e prezzi assurdi: 3 € per mezzo litro d’acqua è una cosa su cui non si può tacere e etichetta senza pietà questa gentaglia al livello di merda. Peccato perché per il resto non è andata male.
Dei tre giorni in programma ho visto gli ultimi due, non sto qui a parlare dei gruppi minori su cui non avrei molto da dire (ok, solo due cose: Shura = electropop noioso e inutile, Eagulls = troppo derivativi) anche perché il caldo l’ha fatta da padrone e mi ha tolto qualsiasi voglia di vedermi dei set sotto un tendone invivibile (e senz’acqua, non dimenticatevelo, nemmeno per lavarsi le mani o bagnarsi la testa, maledetti!), vediamo i gruppi principali:
*Stereophonics: confermano di essere un gruppo con tanta esperienza, che nella dimensione live è rodatissima e fila via dritto come un treno. Alcuni pezzi belli, altri meno, il loro rock è piacevole ma innocuo. Ciononostante in un festival fanno la loro porca figura.
*Sigur Ros: sicuramente il punto più alto dei due giorni a cui ho partecipato. In tre sul palco, una coreografia di luci eccellente, un set spietato, intenso, duro e suonato senza dire una parola. Gran scaletta (solo 12 pezzi ma sembravano di più) e bellissimi gli arrangiamenti. Pezzi migliori: la versione malvagia di Ný Batterí e la chiusura con Popplagið.
*Biffy Clyro: in tanti dicevano che il gruppo scozzese rendeva molto di più dal vivo che su disco (su cui sono piuttosto mosci) ed effettivamente hanno fatto un buon set, tirato e dando il massimo. Ancora non capisco il grande entusiasmo che la scena hipster ha per loro (se non l’amore per cantare ritornelli/cori da stadio tutti assieme) ma non ci può lamentare della performance che hanno offerto ad un pubblico sempre partecipativo e ai limiti dell’invasato. Lo stesso pubblico che se ne è andato in massa dopo il set dei loro beniamino alla stregua di una versione 2.0 dei fan di Vasco.
*Suede: è difficile parlarne con cognizione di causa. Il gruppo di trova a suonare con poco pubblico e con una marea di problemi tecnici che ne hanno condizionato la resa. È successo di tutto e quello che segue ha trasformato un set andato subito in vacca in una delle cose più punk rock, surreali e involontariamente divertenti che io abbia mai visto:
– secondo pezzo (Trash) e Brett getta già via il microfono – Scompare dietro le quinte per farsi cambiare l’auricolare/spia che non funziona (nel frattempo il pezzo finisce muto)
-altri pezzi cantati a sprazzi tra monitor che non si sentono, auricolari scagliati in giro, microfoni lasciato per terra
-battibecchi con il pubblico ( “Abbiamo qualche problema tecnico, come potete vede… Cos’hai detto? COS’È CHE HAI DETTO?!? VUOI CANTARLA TU? CANTALA TU!” – Gelo nel pubblico – Tizio del pubblico canta meglio di Brett Anderson e non vuole ridargli il microfono – Brett s’incazza come una biscia “Bravi, bravi, visto che avete una lunga tradizione cantate con me” + Cantata collettiva, ci amiamo tutti)
-Fonici che corrono
-Spia di un chitarrista che salta (sì, anch’essa), panico a bordo palco
-Bagni di folla a più riprese, abbracci sudati tra frontman e pubblico
-Il chitarrista suona per finta
-Centordicesima spia che salta, il panico continua
-Mossa del microfono fatto roteare,  allungando sempre di più il cavo + sventagliata a tanto così dalla testa del fonico che fa per alzarsi, ma viene placcato dal chitarrista (l’altro, quello che suonava davvero) e gli salva la vita in stile scena da film ambientato in Vietnam
– Altri fonici che corrono, altre spie che saltano
-Bagno di folla sulla conclusiva Beautiful ones, Brett fa per tornare sul palco dalla scaletta, si incastra il cavo del microfono – Lo getta via ancora una volta + Finisce chiamando il battimani e poi possiamo andare tutti affanculo dopo un bis stranamente senza drammi
Buonanotte.

La distanza

Al polo opposto di Glen Hansard (vedi post precedente) c’è Damien Jurado: l’esibizione di ieri (sempre al Carroponte) è stata davvero buona tecnicamente ma non coinvolgente. Insomma bravo ma freddo e distante. Non dico che uno deve per forza essere un intrattenitore o fare il simaticone sul palco, ma da un live mi aspetto qualcosa di più, cerco una serie di sensazioni che mi facciano capire che quel momento, quel luogo, quello che vedo e quello che sto ascoltando sono un insieme di sensazioni importanti, speciali e uniche, che mi facciano dire “Ma che bello essere qui”. Ieri invece decisamente meno.

Irish blood, big big heart

Bastano davvero pochissimi minuti di concerto per capire che Glen Hansard è uno di quelli che ci mette tantissimo cuore in quello che fa. L’altra sera non è stato da meno: davanti al pubblico del Carroponte, su un palco gremito da tanti altri musicisti che lo hanno accompagnato, ha tirato fuori un concerto di quelli speciali, agrodolce e variopinto, in cui il continuo scambio di emozioni col pubblico è stata la costante.
Però diciamolo: sta meglio con la barba.

L’angolo delle uscite

*Arnoux – “Mandalas”: tre pezzi di elettronica ambient che si spingono verso il minimalismo spinto. Mi piaceva molto di più prima però.
*Nick Cave & The Bad Seeds – “Skeleton tree”: non mi aspettavo un disco così presto ma a quanto pare i primi lavori dell’album risalgono addirittura alla seconda metà del 2014. Il disco uscirà il 9 settembre e verrà anticipato dal film “One More Time With Feeling”, che uscirà al cinema il giorno prima. Sono curiosissimo.
*Don Turbolento: il duo bresciano ha deciso di passare alla lingua italiana con due brani intitolati Non solo cellule (hm, carino) e Sotto l’incenso (meno carino). Per ora non c’è ancora un seguito a “Poli voks” uscito l’anno scorso, sempre che io abbia capito bene eh, non è che il loro sito aiuti molto. A tal proposito bisognerà mettersi un promemoria e fare prima o poi un bel post sui siti dei gruppi fatti male e  inutili che non aiutano chi ci va in cerca delle info basilari e importanti (news aggiornate, discografia fatta bene con i dettagli e i pezzi, ecc. ecc.) come se non volessero dirti nulla o sia obbligatorio fare fatica a tutti i costi (oh, eppure siamo nel 2016 eh, vi interessa che la gente vi segua o no?) che se va bene c’è wikipedia, discogs o rateyourmusic per i gruppi un po’ più grossi altrimenti ciao.
*Library Tapes – “Escapism”: da loro si sa già cosa aspettarsi ma quello che fanno è sempre eccellente. Ascoltatevi tutto il disco nuovo (uscito a febbraio) sul loro bandcamp, dura meno di mezz’ora!
*Sigur Ros: anche per loro nessun disco all’orizzonte ma solo un nuovo pezzo, Óveður, in attesa di vederli dal vivo tra un paio di settimane.
*Sonic Youth – “Spinhead sessions”: si tratta di 40 minuti di registrazioni strumentali e rumorose fatte nel 1986. Probabilmente le rate del college di Coco iniziano a costare (cit.).