Ottobre!

Se i Dogleg sono state una delle belle sorprese di questo 2020, l’altra è sicuramente “Forever whatever” degli October Drift, giovane band inglese proveniente da Taunton, capoluogo del Somerset.

Il loro mix di alternative rock anni ’90 e post punk anni ’80 è pregevole e distante dal tanto citazionismo o ripetizione pedissequa che spesso sento in giro. In più viene sporcato e arricchito da sprazzi shoegaze, muri di chitarre e incursioni noise. Una miscela davvero incendiaria, un po’ come queste 10 tracce.

Un disco che mi ha stupito fin dal primo ascolto e, mentre girava nelle mie orecchie, cercavo di immaginarmi come potrebbero evolvere (se lo faranno) e che strada prenderanno nel futuro. Non mi sono dato una risposta ma mi è rimasta una grande curiosità e delle grandi aspettative (forse esagero?).

Volevo scegliere un video da mettere ma mi trovo in difficoltà: la band ha creato video ufficiali per 4 tracce del disco (Cinnamon girl, Losing my touchForever whatever e Oh, the silence) e sul canale Youtube vedo anche altre 6 canzoni precedenti non contenute nell’album d’esordio (sono All broken down, Whoever, Come and find me, You are, you are, Lost e Robots), erano forse su un demo o su un lavoro autoprodotto? O sono usciti solo come singoli? Sul loro sito ufficiale non v’è traccia ma leggendo qua e là il gruppo è in giro dal 2015, si sono fatti una discreta gavetta e in Inghilterra stavano tutti aspettando questo esordio coi fiocchi.

Vabbè, me la gioco facile con il pezzo che apre il disco:

Ripescaggio #1

Mentre facevo la challenge che mi ha occupato buona parte degli ultimi mesi, mi segnavo anche band e canzoni che volevo inserire ma che poi, per un motivo o per l’altro, ho messo da parte.

Mi dispiace però buttare completamente quel lavoro di ricerca, per cui ecco qualche ripescaggio.

Iniziamo con questa versione live e fighissima di Gouge away dei Pixies, con un intro di oltre un minuto e mezzo (Paz <3) che merita tutto (e per me avrebbe potuto andare avanti per ore e ore). Quel pezzo non mi stanca mai quindi avrebbe potuto stare benissimo al numero #11 “A song you never get tired of”.

 

Insalatone #22

Andiamo ancora di recuperi e partiamo con un disco di due anni fa: “The further still” (2018) dei Coastlands, band post rock di Portland, Oregon. Bello anche se avrete quella famosa sensazione di aver già riascoltato queste soluzioni mille altre volte. In ogni caso, se siete fan del genere, è su bandcamp assieme a tanta altra roba che hanno fatto uscire in precedenza. EDIT: ne avevo già parlato due anni fa, non me li ricordavo minimamente (ecco cos’era quella sensazione di deja-vu!).

E dischi nuovi ne abbiamo? Certo! Per esempio l’eccellente “Melee” dei Dogleg, band punk-hadrcore di Detroit che sforna un debutto esplosivo, viscerale, esaltante. Un inizio coi fiocchi! Ascoltatelo sul già linkato bandcamp che merita.

Citiamo velocemente “Stray” (2020) dei Bambara, un disco molto nickcaveiano, postpunk e notturno, per gli amanti del genere.

Conoscevo gli Heliocentrics solo di nome e per curiosità ho ascoltato il loro ultimo disco intitolato “Future of now” (2020), uscito a febbraio. Ci sono cose che mi piacciono molto (Venom è davvero bella e mi ricorda gli Zero 7), altre meno. Voi che ne pensate di questa band londinese? C’è qualche disco nella loro discografia (vedo ben 10 dischi in studio) che dovrei assolutamente recuperare perché di altissimo livello?

A proposito degli Zero 7: ho ascoltato “The garden” del 2006. Non male anche se il disco d’esordio “Simple things” del 2011 secondo me resta inarrivabile! Ora però ditemi: come sono “When it falls” del 2004 e “Yeah ghost” del 2009? Meritano di essere recuperati?

Ho scoperto solo adesso che nel 2015 i Motorpsycho hanno fatto uscire un best of in doppio cd intitolato “Supersonic scientists – A Young Person’s Guide To Motorpsycho” (come al solito è su Stickman Records). Ho letto i pezzi scelti per la tracklist e mi sembrava una roba fatta un po’ a caso, con pochissimo senso visto quello che sono i Motorpsycho. Poi sono finito sulla recensione di Ondarock (la trovate qui) e concordo totalmente con loro quando scrivono: Mai come in questo caso le rinunce sono tante e dolorose, basti pensare alle drammatiche assenze delle fondamentali “S.T.G.” e “Kill Some Day”, in favore di brani meno indispensabili (cito “Cloudwalker” e “Cornucopia”), oppure di tracce decisamente prescindibili: “In Our Tree” non è certo il migliore estratto possibile da “Black Hole/ Blank Canvas”, “Toys” è un singolo riempitivo dello scorso anno, “Dominoes” (dal recente “The Motorpnakotic Fragments”) è robetta per maniaci iper-completisti.

Un ascolto veloce lo meritano anche i Fu Manchu e il loro Ep intitolato “Fu30, Pt​.​1” (2020), di una serie di Ep fatti per celebrare i 30 anni della band. In questo qui ci sono due pezzi nuovi e una cover di una canzone dei Doobie Brothers.

Passiamo a Zelma Stone (vero nome Chloe Zelma Studebaker) è una giovane cantautrice della Bay Area di San Fancisco che ha recentemente rilasciato un Ep intitolato “Dreamland” (2020), in cui affronta i numerosi lutti che hanno costellato in breve tempo la sua vita. La ragazza è brava e merita un ascolto. Mi ricorda fortemente qualcuno nel modo di cantare (non certamente originale) ma al momento non ricordo chi, magari aiutatemi a ricordare.

Chiudiamo con gli Einsturzende Neubauten, il cui nuovo lavoro “Ten grand goldie” è in uscita proprio settimana prossima. In teoria a settembre dovrebbero essere in tour anche in Italia (a Milano il 15/09) ma chissà che succederà. Intanto ecco i due singoli per adesso usciti, entrambi belli.

La title track:

Alles in allem:

#30 The end is the beginning is the end

Ed eccoci alla fine, con una delle challenge più difficili ma anche la più meh, e cioè #30 “A song that reminds you of yourself”.

Le 29 canzoni (anzi di più) precedenti non andavano bene? Ce n’è una che mi rappresenta più di altre? Forse ma è il loro complesso a definirmi e a spiegare chi sono, nelle mille sfaccettature. Insomma, mi sembra che quello che ho postato sia già un radioso mix di tutti “noi” che combini un me ideale a “voi”, un radioso mix per cui vivere di riflesso, senza remore.

Quindi aggiungo un petalo: sono uno che a volte mi faccio delle domande. Domande come quelle della canzone di oggi. Il suo autore, un certo Brian Wilson, l’ha spiegata così: “It expresses the frustrations of youth, what you can’t have, what you really want and you have to wait for it. The need to have the freedom to live with somebody. The idea is, the more we talk about it, the more we want it, but let’s talk about it anyway”. Io forse non sono proprio così giovane. E forse ho già deciso come passare la mia vecchiaia. Ma di un grandissimo pezzo così ce n’è sempre bisogno.

Non trovo una cover decente e dubito che ce ne siano (smentitemi se potete!), ecco l’originale:

#29 Canzone di ieri

Scusate l’assenza ma anche voi state lavorando di più (in casa e fuori), male e con più confusione del solito (e pagati uguale se non meno)? Oggi riposiamoci e andiamo diretti al numero #29 “A song you remember from your childhood”.

Già in passato avevo parlato della situazione musicale in cui sono cresciuto a Casa Felson quindi non penso vogliate leggerla ancora (nel caso ditemelo che vi cerco il post). Quindi senza indugio buttiamoci su Yesterday dei Beatles, che mio padre canticchiava spesso ma in una modalità che era una via di mezzo tra l’originale e quella cantata da Troisi in “Non ci resta che piangere”.

Io per chiudere questo post ne scelgo un’altra ancora, una cover fatta da Marianne Faithfull e spero sia di buon auspicio visto che a inizio aprile è stata ricoverata in ospedale, a Londra, per coronavirus ma di cui non ho altre notizie recenti.

#28 I heard your voice on the radio lost in to the night

A passo spedito ci stiamo avvicinando verso la fine di questa challenge. Oggi è il numero #28 “A song by an artist whose voice you love”.

Di voci belle ce ne sono tante. Di voci belle e allo stesso tempo molto emozionanti un po’ meno. Nella canzone di oggi ci sono due voci bellissime, che stanno benissimo insieme, che mi provocano sempre i brividi. La canzone poi è meravigliosa anche se la scelta non è poi così originale, lo ammetto. Si tratta di Hunger strike di quel meraviglioso progetto/supergruppo dal nome Temple Of The Dog. Le voci sono ovviamente di Chris Cornell e Eddie Vedder.

 

#27 Hits for broken hearts

Dolori allo stomaco, disperazione e cuori spezzati al numero #27 “A song that breaks your heart”.

Despair and deception, love’s ugly little twins cantava Nick Cave in I let love in. Calza a pennello, vero? E invece no, non è di quel bellissimo pezzo che voglio parlare.

Un’altra canzone secondo me rappresenta e racconta benissimo quello che è un amore disperato (no, non quell’altro pezzo che negli anni novanta è stato coverizzato anche dai Super B). Ma non fatemi divagare che poi perdo il punto. Il punto è che Send his love to me di Pj Harvey mi spezza il cuore ogni volta.

Ogni
singola
volta
che l’ascolto.

How long must I suffer?
Dear God, I’ve served my time
This love becomes my torture
This love, my only crime
Oh, lover, please release me
My arms too weak to grip
My eyes too dry for weeping
My lips too dry to kiss

Scusatemi, devo asciugarmi le lacrime.

Che dire? Cosa vogliamo aggiungere? Niente, sentiamocela live in questa esibizione del 1995 da David Letterman, con Polly in tutto il suo splendore (vabbè, ma lei è sempre splendida) e con tutto il carisma possibile. Poi, visto che non ne ho mai abbastanza di lei, rivediamocela sotto ospite da Conan O’Brien nello stesso anno.

#26 Ever fallen in love

Oggi ci tocca il tema più usato (e spesso abusato) nelle canzoni di tutti i tempo: l’ammmore. Eccoci a #26 “A song that makes you want to fall in love”.

Mi sono già giocato tante cartucce ottime in precedenza e non voglio usare gruppi e artisti già citati. Di scelta ne ho ancora, ovvio. E qui mi gioco la carta Paolo Benvegnù, lui che ha scritto tantissime frasi mai banali che esaltano le varie sfaccettature dell’amore, come “Il tuo viso, le mie mani, sono la stessa gioia immensa” (da Cerchi nell’acqua) o “Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti” (da Io e te), solo per citarne due a caso.

La scelta di oggi però va a La schiena, bellissima canzone che apre il disco “Le labbra” del 2008. Ecco per voi la versione dal vivo tratta suo disco live “Dissolution” (2010):

#25 I wish you were here

Oggi si piange, vi avverto: #25 “A song you like by an artist no longer living”.

Come possiamo non iniziare con Elliott Smith, scomparso nel 2003 a 34 anni? E quanto è perfetta Waltz #2 anche in questa versione dal vivo del 1997?

Il vostro cuoricino è già spezzato? Siamo solo all’inizio, fatevi forza. Continuiamo con i Morphine. Mark Sandman ci ha lasciati mentre era sul palco, a Roma, nel 1999. Aveva 46 anni. Ancora oggi la sua musica rimane splendida, emozionante, potente. Ecco il gruppo in una tv francese (1994 o 1995) in cui suonano due pezzi (Radar e The only one). Anche qui la mia scelta era inizialmente indirizzata su altre loro composizioni ma va bene così.

Chiudiamo con un altro grosso sospirone. Quanto ci manca anche Mark Linkous e i suoi Sparklehorse! Sono oramai 10 anni che se né andato, era il 2010 e lui aveva 47 anni. Avrei voluto mettere Cow perché è meravigliosa. Però non c’è un video live a differenza di Saturday, di cui esistono varie versioni. E visto che anche quel pezzo mi fa sempre commuovere, eccolo qui eseguita a febbraio 2007 in un set per Spin.

#24 Falling into pieces

Divorzi e rotture è l’argomento di oggi, infatti siamo a #24 “A song by a band you wish were still together”.

C’è un gruppo che mi ha dato tanto come i Sonic Youth nel modo di approcciarsi alla musica, di non essere rigido nelle soluzioni, di provare strade nuove e accordi inventati, nel mettere in primo piano le dissonanze?

Negli anni in cui suonavo (male) e giocavo con pedali e ampli loro sono stati di ispirazione. Quante soluzioni ho provato a rubare (male) dalla loro lunghissima discografia, quante loro idee ho tentato di replicare (male)!

Lo scioglimento (e anche la rottura dei coniugi Moore-Gordon) del 2011 è stato un duro, durissimo colpo al cuore.

Si potrebbe quasi pescare un pezzo a caso, tra i mille che hanno registrato. Io ho scelto Schizophrenia, era in uno dei miei loro dischi preferiti, e questa versione live all’Art Rock Show 2005 è ultra emozionante e molto intensa.

Tutto quello che c’è da dire è in quel video, in quel pezzo, in quella musica.

#23 If you’re listening, come in

La challenge di oggi mi ricorda un po’ il tema libero alle elementari. Infatti siamo a #23 “A song you think everybody should listen to”.

Quelle prima non bastavano? Vogliamo un altro pezzone? Vogliamo un’altra canzone che adoro?

Bastava dirlo.

È arrivato il momento dei Motorpsycho? Dopotutto non li avevo ancora citati. Per me sono stati un gruppo fondamentale. Alcune loro canzoni sono nella lista delle mie hit personali ma oggi la scelta ricade su Plan #1, contenuta in “Demon box” del 1993.

Vi propongo questa grandiosa versione live del 2000, registrata a Trondheim (è sempre più bello quando giochi in casa) in cui li vediamo giovini e sbarbati e con ancora Geb alla batteria.

#22 Moving, just keep moving, till I don’t know what’s sane

Siamo a #22 “A song that moves you forward”.

Che significato diamo a quel “moving forward”? Un pezzo che ti fa andare avanti nel senso che ti sprona? Che ti fa dire “Ok, adesso mi ci metto e vedrete”? Un pezzo che ti fa dice “Adesso scoprirete di che pasta sono fatto”? Un pezzo che ti fa dire “Vita mia, a noi due”?

E allora ecco Vita mia de Il Teatro Degli Orrori. Sono passati tredici anni oramai da quel primo disco ed è ancora meraviglioso come una volta (versione da studio perché non c’è un filmato live minimamente decente o che renda giustizia alla canzone).

#21 Hi, my name is

Ogni tanto salto qualche giorno, abbiate pietà di me. In ogni caso oggi siamo alla puntata numero #21 “A song you like with a person’s name on the title”.

Andiamo dritti al punto e parliamo di John (o Joao?), per cui ecco una monumentale versione di Regular John (o Joao Regular, come è anche indicata nei credits del booklet del cd) dei Queens Of The Stone Age dal vivo al Bizarre Festival. Sono passati anni sia dall’uscita dell’omonimo esordio dei Qotsa (era il 1998) sia da quel concerto, ma quella canzone spacca come il primo giorno.

#20 Ossessione/Senso

Ridendo e scherzando (si fa per dire) siamo già arrivati a #20 “A song that has many meanings for you”.

Anche qui scelta abbastanza obbligata per me: Quello che non c’è degli Afterhours è una canzone (meravigliosa) a cui sono legatissimo, per tantissimi motivi e per altrettanto numerosi significati che ci sono dietro al pezzo in sé e ai suoi correlati. Godetevela in questa versione del 2002 presa da quel bellissimo programma che era Mtv Supersonic; ah, quante cose sono cambiate da allora, anche solo a guardare in quel video la line up del gruppo (a parte Agnelli, tutti gli altri non sono più nella band) e i capelli di Manuel: