Insalatone italiane #6

Sudden step” (2016) del duo romano Blauss è un bel disco rock/dream rock/shoegaze/lowcore che parte alla grande e poi poco a poco cala. Però davvero niente male.
I Dags! (mi raccomando il punto esclamativo) invece fanno emo lento e vengono da Milano: il loro disco “Snowed in / Stormed out” (2016) può piacere a molti ma bisogna essere nel mood adatto. E, sempre parlando di mood, “Underrated Glances At The Edge Of Town” (2016) del chitarrista barbuto J.H. Guraj è adattissimo a un pomeriggio piovoso di novembre.
Per risollevarci un po’ il morale chiudiamo con il trio mantovano Plastic Light Factory e con il loro ep “Hype” (2016) che sembra uscito direttamente dalla prima metà degli anni 2000: derivativi a manetta (Strokes-Franz Ferdinand-Arctic Monkey su tutto) ma divertenti e danzerecci al punto giusto.

Burro a sorpresa

Siamo nel 2016, quasi 2017 direi, e ho scoperto solo da qualche giorno che nel lontano 1996 è uscito un disco fatto da un gruppo composto da membri di altre band che in passato ho seguito. Non so perché non mi sono mai imbattuto in questo side project ma è bello avere questa piccola sorpresa a vent’anni di distanza.
Il gruppo di chiama Butter 08, così come il lavoro omonimo, ed è composto dalle due Cibo Matto Yuka Honda e Miho Hatori, dal dinamitardo blues Russel Simins, dall’altro Mike Mills e da Rick Lee degli Skeleton Key. Uscito per la Grand Royal dei Beastie Boys, il disco contiene 12 tracce e la sua miscela schizofrenica delle diverse influenze che si scontrano e scoppiettano fa sì che l’ascolto sia un gran piacere. E chiude col botto con  un pezzo come Butterfucker, come a dire che non c’era più bisogno di tornarci sopra.

Hey critichino!

L’altro giorno ho visto “Complimenti per la festa”, il film/documentario di Sebastiano Luca Insinga uscito a febbraio dopo la chiusura del tour fatto dai Marlene Kuntz per festeggiare l’anniversario di “Catartica” e che difatti racconta la storia del gruppo fino all’uscita del loro primo lavoro.
È stata una visione interessante: ci sono tanti vecchi filmati di loro giovincelli e il montaggio offre pareri spassionati di gente del giro (oltre a loro tre anche a Ferretti, Maroccolo, Alberto Campo, Guglielmi, Fiumani e i due membri marlenici della prima ora Franco Ballatore e Alex Astegiano), il tutto incrociato con spezzoni live degli ultimi concerti (dei quali vengono fatte sentire ovviamente solo le canzoni del primo disco).
In realtà la cosa che fa un po’ ridere (è anche un senso di stranezza) è che è sì fatto bene, il montaggio è molto bello, le parti girate adesso sono validissime e riesce benissimo a spiegare la nascita dei Marlene e il loro primo successo in maniera documentaristica, però da come è presentato sembra quasi che il primo bassista (il già citato Franco Ballatore, che se ne è andato prima di “Catartica”) sia stato sostituito da chi suona adesso il basso con loro (Luca “Lagash” Saporiti). Non viene detto esplicitamente, saremmo infatti davanti ad un falso storico, ma sembra una cosa lasciata intendere e i meno smaliziati o i meno informati cadrebbero nell’interpretazione fallace. È una cosa voluta? Sì. Ad esempio Gianluca Viano non è stato nemmeno citato: in realtà era prevedibile, Godano ne ha sempre parlato poco e malissimo (ricordo interviste in cui diceva cose infuocate su Viano), però boh. Ovviamente Paolo Enria e Dan Solo non compaiono ma posso anche capirlo (per stavolta passi) perché la linea temporale del film si ferma al 1994. A parte questo, “CPLF” rimane un documentario che risulterà più che piacevole per i fan di vecchia data.

Insalatone #6

Raccogliamo così, a mo’ di insalatona, le cose ascoltate negli ultimi tempi.
Partiamo dall’ultimo dei Drones intitolato “Feelin kinda free” (2016), che è bello, vario, a tratti schizofrenico, completo. Li avevo persi di vista dopo “Gala Mill” (mi mancano quindi due dischi tra quello e quest’ultimo) ma vedo con piacere che sono in formissima.
Il nuovo disco delle Coathangers intitolato “Nosebleed weekend” (2016) non è niente di sconvolgente, però è allegro, leggero e estivo quindi va bene per allietare un pomeriggio accaldato. Molto meglio però il divertente ritorno delle Veruca Salt, “Ghost notes” (2015) per cui se dovete fare una scelta dirigetevi senza esitazione su quest’ultimo.
“Celebrate” (2016) dei Tiny Moving Parts è un bell’emocore di tempi andati, decisamente valido e interessante.
Infine è uscita una raccolta di Ep, b-side, rarità e pezzi mai pubblicati dai Math & Physics Club, intitolata “In this together” (2016): niente di nuovo ovviamente, ma il loro indie pop rimane piacevolissimo e i 16 pezzi scorrono via che è un piacere.

The black swan

Un Alcatraz sold-out accoglie PJ Harvey e la sua banda, dieci persone in tutto che, marciando, salgono sul palco e con poche parole ma tanta perizia, per un’ora e venti circa mettono in scena un grandissimo spettacolo.
I musicisti si spostano spesso, si scambiano gli strumenti, modificano la loro configurazione, così da ottenere un risultato davvero incredibile e unico in ogni pezzo. In alcuni brani ho davanti 4 sax, in altri un totale di 6 tra percussionisti e batteristi, in quello dopo 3 chitarre, e così via. Ovviamente tutto è suonato alla perfezione e con una precisione chirurgica che riesce anche a risultare coinvolgente, mai fredda, è davvero una delizia per le orecchie. Forse l’avrei gustato al 200% una situazione tipo teatro/auditorium, ma sono inezie che lasciano il tempo che trovano visto che nella posizione in cui ero vedevo e sentivo molto bene. Mi ha fatto piacere vedere sul palco Alessandro Asso Stefana e Enrico Gabrielli, quest’ultimo si è anche preso la più grossa ovazione di tutti quando PJ ha presentato la band, che bello.
E Polly Jean, con il suo vestito corto e le sue piume nere, è divina, fascinosa, magnetica e molto teatrale, non c’è più l’immobilismo riscontrato in quel concerto a Ferrara del tour di “Let England Shake”. Canta benissimo e con una facilità incredibile, cambiando continuamente registro e modo di interpretare i brani.
Scaletta ovviamente incentrata sull’ultimo disco (fatto tutto) e sul precedente (4 canzoni), con qualche pezzo vecchio, alcuni prevedibili (Down by the water è sempre presente e a questo giro avrei preferito qualcosa d’altro), altri molto meno (50ft. queenie mi ha sorpreso). E poi ha fatto To bring you my love quindi non ho niente di cui lamentarmi. La chiusura con Last living rose è stata splendida e da brividi.
Se davvero ce ne fosse stato bisogno, lo spettacolo di ieri è stato l’ennesima dimostrazione del perché PJ Harvey è sempre la migliore.

Disegni a tempo di musica

Due breve graphic novel ad argomento musicale che ho letto di recente:
*“Dieci giorni da Beatle” di Sergio Algozzino (Tunué, 2013): è la storia di Jimmie Nicol, batterista inglese che nel giugno del 1964 ha sostituito per 10 giorni Ringo Starr, ammalato, in una tournè mondiale con i Beatles. Un’esperienza che è passata come un uragano nella sua vita e, finito il breve periodo, un ritorno alla normalità non è mai stato tanto duro. Un libro interessante soprattutto per chi questa storia non la conosce così bene.
*“Kurt Cobain – Quando ero un alieno” di Danilo Deniotti e Toni Bruno (Edizioni BD, 2013): una storia sulla crescita di Kurt Cobain fino alle incisioni di “Nevermind”, la particolarità è che (semplificando) il buon Kurt del fumetto “riconosce” tutte quelle persone affini a lui perché in qualche modo alieni (quindi rappresentati fugacemente con la classica faccia da essere dell’Area 51) nel senso di differenti dal modo tradizionale e tradizionalista di pensare e comportarsi). Da qui il titolo ovviamente citazionistico e l’idea è buona ma in generale  ho sentimenti contrastanti: il problema maggiore è che le cose raccontate le so bene, fin troppo bene e che il tutto viene raccontato molto velocemente, per cui purtroppo non mi ha preso come avrebbe dovuto. Però complimenti per i disegni di Toni Bruno.

Appunti per le prossime uscite

Nuovi dischi in arrivo per:
*Amiina: si intitolerà “Fantomas” e uscirà il 25 novembre per Mengi, un progetto interessante di cui conoscevo poco. Si possono ascoltare delle preview di ogni pezzo qui e l’impressione è ottima.
*Lee Ranaldo: nuovo disco entro fine anno intitolato “Electric trim” (di cui non ho capito la data di uscita esatta né l’etichetta) e nuova band di accompagnamento in tour (El Rayo), formata dallo spagnolo multistrumentista Raul ‘Refree’ Fernandez (anche produttore del disco assieme a Lee) e Cayo Machancoses. Nel disco invece ci sono contributi del vecchi e validi compari dei Dust (Steve Shelley, Alan Licht, Tim Luntzel), ma anche di Nels Cline, Sharon Van Etten e Kid Millions.
*Crystal Fairy: è un supergruppo formato da Buzz Osborne e Dale Crover (Melvins) + Omar Rodriguez-Lopez (At The Drive-In, Mars Volta e mille altri progetti) e Teri Gender Bender (Le Butcherettes) che pubblicherà a febbraio 2017 un omonimo disco d’esordio. Per adesso si può ascoltare Drugs on the bus, un ottimo pezzo che promette benissimo.

Dischi, ricordi, classifiche

Due articoli, una lista e una classifica:
*Noisey ha chiesto ai Massimo Volume di fare una classifica dei loro album. La cosa interessante non è la classifica in sé (sì beh, anche quella), ma i pareri e gli aneddoti dei 3 intervistati (Mimì, Egle e Vittoria) su ogni singolo loro disco. A sorpresa al primo posto c’è “Cattive abitudini” (ma Egle avrebbe messo “Aspettando i barbari”).
*Rockit ha chiesto a Daniele Rumori, uno dei fondatori dell’indimenticata etichetta Homesleep Music, di scegliere i suoi 10 dischi preferiti da lui pubblicati e di commentarli. Uno sguardo nostalgico e appassionato agli anni zero e alle cose pregevoli uscite dalla scens/non-scena italiana.

Ah ecco

Qui non si riesce a chiudere un post che c’è sempre una sorpresa. Meno di un mese fa mi lamentavo delle poche notizie dall’Islanda. Ovviamente adesso ce ne sono almeno 3 da dire:
*A maggio del 2015 avevo parlato dei Gangly, misteriosa band trip hop che a fine 2014 aveva fatto uscire la sola Fuck with someone else scatenando un bel po’ di interesse. Ebbene, adesso si sa qualcosa in più: il gruppo è formato da Jófríður Ákadóttir (dei Samaris), Sindri Már Sigfússon (aka Sin Fang e cantante dei Seabear) e Úlfur (degli Oyama) e hanno rilasciato un altro pezzo intitolato Holy grounds (lo embeddo sotto).
*E a proposito di Sin Fang, è uscito il nuovo disco intitolato “Spaceland” e composto da 9 tracce in cui tra gli ospiti anche Jonsi, Alex Somers e Soley. Not my cup of tea ma potete ascoltarlo in streaming qui.
*Mugison ha presentato sul suo profilo FB una nuova canzone intitolata I’m a wholf, bella e totalmente nel suo stile. La buona notizia è anche la conferma che sta lavorando anche al disco.

Mooc!

Per una serie di motivi mi sono addentrato nel mondo dei Mooc, un acronimo per Massive Open Online Course (qui un interessante articolo di Wired). Si tratta di corsi che possono venir fatti su alcuni siti (i principali sono Coursera, eDx, Udacity e da poco per l’Italia c’è Eduopen). I video di tali corsi vengono fatti dalle università di tutto il mondo e sono sostanzialmente gratis, se si vuole un certificato ufficiale però si paga. Sono un’ottima cosa per una serie di motivi:
-vengono fatti dalle università di tutto il mondo
-coprono tantissimi argomenti, da quelli umanistici, a quelli scientifici, a quelli più tecnici (programmazione, ad esempio).
-sono un ottimo modo per fare formazione a costo zero (o comunque ridotto)
-stuzzicano la curiosità e la voglia di imparare
-ti costringono a tenere ripassato l’inglese (i corsi in italiano sono pochi, la quasi totalità è in inglese con i sottotitoli in inglese)
-basta un pc connesso alla rete e nient’altro (a volte si possono scaricare le lezioni e farle anche offline)
Certo, ci vuole anche un po’ di costanza ma è il prerequisito minimo.
Come dicevo, gli argomenti sono tanti e la musica è uno di questi per cui, assieme ad alcuni mooc a tema “lavorativo” a cui ho partecipato, ne ho aggiunti alcuni su questo amato argomento e in particolare ecco quelli fatti o almeno testati (tra parentesi la piattaforma su cui sono caricati, l’Università che li ha fatti e la “durata” in settimane):
*“Today’s music industry” (Coursera – West Virginia University – 5 settimane): si tratta di un corso relativo alla legislazione sulla musica: diritti, licenze, copyright. Una parte storica e poi tutto quello che c’è da sapere se volete addentrarvi in questo triste mondo malaaato. Il problema è che ovviamente si parla solo di legislazione americana. Interessante ma troppo particolare per me, per cui l’ho abbandonato dopo la prima settimana.
*“The art of music production” (Coursera – Berklee College of Music – 4 settimane): prima parte di un trittico di corsi (gli altri due sono “The Technology of Music Production” e “Pro Tools Basics”), composto da video molto brevi che non approfondiscono mai l’argomento. Siamo ad un livello ultrabase e non ha molto senso vedersi 50 video che alla fine dicono molto poco.
*“Understanding the Music Business: What is Music Worth?” (Coursera – Vanderbilt University – 7 settimane): per ora direi che è il mooc migliore. Più che un corso si tratta di una serie di video informativi sui tanti aspetti del music business (Registrare in studi professionali vs home recording, Mayor vs indie label, Copyright, Musica e media, Il mondo delle live performances, Le tendenze odierne nel music business), con tante interviste interessanti agli addetti del settore. Si spiega senza troppi giri di parole chi fa cosa, come può essere fatto e si sentono le varie campane. Davvero niente male.

Girl with no band

Ma torniamo all’argomento Kim Gordon: la musicista, oramai tornata a vivere a L.A., ha fatto uscire per Matador un nuovo pezzo e le novità sono due: questa volta è suo nome ed è diversissimo dal solito. I due progetti post Sonic Youth non mi avevano convinto più di tanto: il duo Body/Head era una roba inascoltabile (anche dal vivo), Glitterbust l’ho sentito poco ma non mi ha preso più di tanto (e infatti nemmeno me lo ricordo più bene).
Qui siamo di fronte ad una canzone che ha anche una gestazione tutta particolare, nata dalla collaborazione con il produttore Justin Raisen (uno che ha prodotto, scritto e arrangiato per Ariel Pink, Sky Ferreira, Charli XCX, Santigolds, Kylie Minogue) e qui potete leggervi una bella intervista.
Insomma, tutta un’altra storia e mi piace. Sarei anche più soddisfatto se sapessi dell’esistenza di un album vero e proprio in uscita.

Teenage kicks

Chissà come dev’erre stato essere un giovane punk a Stoccolma nel 1982. Ce lo racconta il regista Lukas Moodysson in “We are the best!” (2013), la storia di Bobo e Klara, due ragazzine tredicenni svedesi che si uniscono alla altrettanto emarginata Hedvig (sebbene per altri motivi e con un background estremamente diverso, fatto di musica cristiana e ballate da chiesa ma compensa tutto con una tecnica chitarristica invidiabile) per formare una band punk, in risposta alle tante pressioni che quotidianamente ricevono (a scuola, a casa, dai ragazzi più grandi, dalle delusioni d’amore) e, perché no, per dedicarsi a quello che amano di più.
Un film molto autentico, senza troppi voli di fantasia, con situazioni e dialoghi realistici, che parla benissimo di musica e amicizia.