Insalatone italiane #9

Iniziamo con i Werner, duo perugino, e il loro terzo disco (ma li scopro solo adesso) intitolato “Way to the ice” (2017). Le parole Werner e ghiaccio a me fanno venire in mente “Sentieri nel ghiaccio”, l’allucinante libro di Werner Herzog (sì, proprio quel Werner Herzog) che vi consiglio di leggere. Vi consiglierei anche di fiondarvi sul disco del duo perugino ma su bandcamp si possono ascoltare solo 4 pezzi su 10 ed è un buon antipasto ma alla fine non se ne esce saziati.
Gli Amp Rive hanno registrato nel lontano novembre 2015 quattro pezzi strumentali che sono stati pubblicati solo a gennaio di quest’anno in un Ep initolato “Sixteen Reflections Define Years” (2017): un po’ shoegaze, un po’ post-rock, di quello tranquillo, godibile, non sperimentale o troppo crudele.
Visto che fa caldo chiudiamo velocissimamente con i Bennett che non ho capito di dove sono, però a giugno 2017 per To Lose La Track hanno fatto uscire un disco omonimo di 6 pezzi. Interessante!

While his guitar

Ho visto “George Harrison: Living in the Material World” (2012), il film documentario di Martin Scorsese (non di certo l’ultimo arrivato): dura tre ore e mezzo ma la visione è fortemente consigliata, ne esce un ritratto fantastico di Harrison sia come uomo, sia come musicista, grazie anche all’utilizzo di filmati d’archivio di proprietà di Olivia Harrison mai trasmessi fino a quel momento. Tante interviste, tante immagini d’epoca e non, completo e godibilissimo (anche se ammetto di averlo visto in due parti).
Le cose più interessanti:
1- George Harrison era amico di tutti e di gente di tutte le tipologie e i campi di interesse (Jackie Stewart, ad esempio. O i Monty Phyton).
2- A proposito dei Monty Phyton: in veste di produttore cinematografico li ha aiutati finanziariamente a fare “Brian di Nazareth”. Cito direttamente da Wikipedia: Quando i dirigenti della Warner lessero lo script, ritirarono improvvisamente la loro parte di finanziamento. George Harrison, venuto a sapere che forse il film non si sarebbe fatto, finanziò con entusiasmo il progetto con 4 milioni di dollari, ipotecando la sua casa. Per produrre il film George Harrison fondò apposta una sua casa di produzione cinematografica, la HandMade Films. Con questa produsse poi svariate pellicole (incluse quelle dirette da Terry Gilliam) sino al 1994, quando fu costretto a venderla. George Harrison compare anche in un cameo nel ruolo del “sig. Papadopoulis” che, vestito di rosso in mezzo a una folla durante una festa, non fa altro che guardare in camera e salutare.

The hammer of the gods

E niente, oggi ho riascoltato “Above” dei Mad Season e volevo solo dire che oltre ad essere un capolavoro e il disco della vita ha anche dei suoni incredibili: la produzione è accreditata al gruppo e a Brett Eliason (già sound engineer dei Pearl Jam) e il lavoro fatto è davvero eccellente. I diversi strumenti si miscelano benissimo, basso e chitarre sono ai poli opposti (il primo rotondo e morbido, le seconde acide e ispide) ma è stata la batteria ad aver conquistato totalmente la mia attenzione, con quel rullante che quando entra è come se fosse stato percosso usando Mjöllnir.

See no evil

A maggio 2016 i Ronin hanno fatto uscire un Ep intitolato “I see them” che raccoglie il materiale registrato con Francesca Amati (Amycanbe e Comaneci) nel corso degli anni. Quindi abbiamo: 1 pezzo già apparso su un disco dei Ronin, 3 scritti per colonne sonore, 2 mai rilasciati prima.
Perché ne parlo solo ora? Perché lo sto ascoltando con un anno di ritardo ed è fantastico! Senza dubbio sarebbe entrato nella mia classifica dei dischi dell’anno e un po’ mi pento di esserci arrivato con così tanto ritardo.
È possibile ascoltare i 6 pezzi su bandcamp.

News news news

Notizie sparse:
*A maggio è uscita una nuova canzone di Courtney Barnett per un’iniziativa della sua etichetta (sua nel senso che è la co-fondatrice) Milk! Records con la Bedroom Suck Records, entrambe sono etichette indipendenti australiane. La serie si intitola “Split Singles Club” (altre info qui) e il brano in questione si intitola How to Boil an Egg (ascoltatela qui).
*Il 25 agosto uscirà il nuovo disco dei Queens Of The Stone Age. Si intitolerà “Villains” e la vera novità è che è stato prodotto da Mark Ronson. Il primo singolo è The Way You Used to Do e mi aspettavo davvero qualcosa di meglio (e anche un po’ di diverso) invece i Qotsa sono fermati a una sorta di via di mezzo che non è né carne né pesce (e quindi la mia angoscia, ascoltando il pezzo, non descresceva). Tipo la batteria, che è suonata come se dovesse essere in un pezzo pestone ma mixata come in un pezzo pop rock, così non dice niente. Altro problema è il minutaggio: arrivare a 4 minuti per me è stata una fatica. Insomma, sembra che si siano arcticmonkeyzzati ma cercando di tenere un piede in due scarpe.
*A settembre ecco invece il nuovo disco dei Foo Fighters dal titolo “Concrete and gold”, anticipato dal singolo (moscio) Run. Il gruppo ha annunciato che tutta la storia sulla pausa che avevano piantato in piedi un anno fa circa era solo una finta così da preparare il disco in tutta calma. Boh.
*I Mudhoney hanno fatto uscire una nuova canzone! Non ho capito per cosa è uscita (una compilation? un evento?), però si intitola Hey Neanderfuck ed è un pezzone!

Donkey Kong

La trasmissione di RadioUno King Kong ha deciso di festeggiare i 20 anni di “Ok Computer” dei Radiohead con una compilation di artisti nostrani e completamente in free download intitolata coraggiosamente (diciamo così) “KO Computer”. È un’iniziativa non certo originale (vedasi la stessa cosa fatta da Stereogum per i 10 anni di quel disco) ma comunque apprezzata. Come tutte le compilation di tributo di questo tipo il risultato è più o meno sempre lo stesso: tanti pezzi inutili, qualche chicca. Qui succede la stessa cosa anche perché è onestamente un disco difficile da rivisitare e devi essere bravo, avere talento e prenderti dei rischi per tirare fuori il coniglio dal cilindro:
*Sì: sono tutte di fila e sono Electioneering del BSBX Adriano Viterbini, Climbing up the walls di Iosonouncane e No Surprises di Nada. Tre pezzi che riescono a dire qualcosa sia del la canzone originale, sia dell’artista che la sta rifacendo.
*Ni: Qui finisce la gente che “è bravo ma non si applica”, e cioè Niccolò Fabi con Subterrenean Homesick Alien (che rimane la migliore di questa categoria), la Karma police dei Marlene Kuntz, Lucky di Cristina Donà e infine Paolo Benvegnù che chiude con The tourist.
*No: i rimanenti sono pezzi noiosi o troppo simili all’originale o davvero con poche idee. E quindi ecco Francesco Motta e Andrea Appino con Airbag, Diodato che riduce Paranoid Android ad una sciacquatura per piatti, Colapesce che non ha idee per Exit music (for a film), la Let down di Dimartino e Cammarata e la Fitter Happier buttata lì dal progetto Spartiti (Max Collini e Jukka Reverberi) con un terribile inglese da italiano di provincia in vacanza.

Dodici!

And when I was twelve years old
My daddy took me to the circus
The greatest show on earth
And there were clowns
And elephants
Dancing bears,
And a beautiful lady in pink tights flew high above our heads
And as I sat there watching
I had the feeling that something was missing
I don’t know what
But when it was all over
I said to myself
Is that all there is to the circus?
Questo blog compie gli anni, auguri!

Does Lee dream of electric sheep?

Adesso è ufficiale: “Electric trim”, nuovo disco di Lee Ranaldo, uscirà per la Mute Records il 15 settembre. Sarà composto da 9 tracce e vi partecipano i tre Dust che l’hanno accompagnato nel precedente lavoro (Steve Shelley ovviamente alla batteria, Alan Licht alla chitarra, Tim Luntzel al basso) e soprattutto Raül ‘Refree’ Fernandez che la fa da padrone: sul sito della Mute è indicato come produttore e come multistrumentista (acoustic & electric guitars, keyboards, electronics and programming, bass, drums, backing vocals… apperò).
Altri ospiti graditissimi sono Sharon Van Etten (voce), Nels Cline dei Wilco (chitarre), Kid Milions degli Oneida (batteria) e anche Cody Ranaldo (sì, suo figlio) che contribuisce a inserti elettronici.
Vedremo poi di capire, booklet alla mano, chi suona cosa e in che pezzo.
Intanto il primo singolo è Circular (Right as rain):

What if

Ho già citato l’omonimo esordio dei Crystal Fairy come uno dei dischi del 2017, ma non è il solo. Da parte mia metto tra le grandi uscite dell’anno “Doris & the daggers” di Spiral Stairs, album che in questi mesi ho ascoltato tantissimo senza ma essermene stancato.
Scott Kannberg ha tirato fuori davvero un discone, ma come descriverlo? Beh, immaginate una realtà parallela in cui i R.e.m., negli anni ’80, decidono di non passare alla Warner, rimangono a girarsi gli Stati Uniti in furgone, scrivendo pezzi e suonando in ogni angolo della provincia più sperduta e poi qualche anno dopo intraprendono una collaborazione con dei neonati Pavement con i quali incidono degli split.
Suona bene?

Insalatone #9

Togliamoci subito un sassolino velocissimo: “Gargoyle” (2017) di Mark Lanegan, anzi della Mark Lanegan Band, è noioso. Meglio del precedente lavoro (non che ci volesse poi molto), però insomma dai.
Ho scoperto i Saroos come spalla ai Notwist in un concerto del lontano 2008. A tanti anni di distanza scopro che hanno già fatto 3 dischi, di cui l’ultimo proprio l’anno scorso. “Tardis” (2016) è un buon disco di elettronica strumentale, magari non innovativo ma un album che gli appassionati del genere sicuramente potranno apprezzare.
“Annabel dream reader” (2104) è stato il disco d’esordio degli inglesi Wytches ed è un buon lavoro. L’anno scorso è pure uscito il secondo album intitolato “All your happy life” (2016) ma se vado avanti con questi ritmi lo sentirò tra due o tre anni, sigh.
A proposito di gruppi inglesi, gli Slaves sono un duo che nel 2016 ha fatto uscire un disco intitolato “Take control” e prodotto da Mike D (Beastie Boys). È il loro secondo lavoro e non ho sentito il primo del 2015, ma questo è abbastanza una bomba e un ascolto è più che dovuto, tuttalpiù che la loro musica è stata descritta come british punk with harsh bluesy garage riffs.
“Wilderness of love” (2017) è un buon disco psychedelic folk degli americani Shadow Band. Parte benissimo (la doppietta iniziale Green riverside e Endless night è davvero bella) poi cala un po’ alla distanza, forse per colpa mia, forse per colpa degli insopportabili flautini in alcuni pezzi come Morning star e Illuminate.
Ho scoperto i neozelandesi Wulrd Series grazie a Enzo di Polaroid che li definisce adatti a “tutti i fan dei Pavement e dei Guided By Voices” e infatti “Air goofy” (2017) mi è piaciuto.
Chiudiamo con i Gone Is Gone, un supergruppo formato da Troy Sanders (basso e voce dei Mastodon), Troy Van Leeuwen (chitarra nei Qotsa e in mille altri progetti), Tony Hajjar (batterista degli At The Drive-In) e il mustistrumentista Mike Zarin. Sulla carta il progetto dovrebbe spaccare di brutto ma hanno fatto uscire un ep omonimo a giugno 2016 che non è piaciuto molto in giro. A gennaio 2017 è uscito il primo full lenght intitolato “Echolocation” ma è un disco davvero innocuo e solo pochi pezzi sono riusciti a risvegliarmi dal torpore (forse il migliore è Resurge ma chi si ricorda, è passato del tempo dall’ultimo ascolto).

Psichedelia portami via

Sabato sera al Bloom c’è stata una serata intitolata “Sonic Ritual Fest” e organizzata dalle etichetta nostrane Heavy Psych Sounds Records e Go Down Records. Il tutto è stato organizzato molto bene: 8 gruppi divisi su due palchi, livello molto alto, tanto entusiasmo, banchetti con roba interessante e anche una bella compilation su cd fatta dalla Heavy Psych Sounds e omaggiata al pubblico che in ogni caso fa piacere.
Non sono riuscito a vedere tutti i gruppi della serata: ho saltato i primi 3 (Ananda Mida, The Clamps, Doctor Cyclops) perché arrivato a metà del set dei Giobia che, da quel che ho sentito, mi è piaciuto molto. Interessanti anche i concerti degli scatenati Ecstatic Vision (hanno compensato benissimo qualche problema tecnico a inizio set) e dei Duel, un po’ meno quello dei Cosmic Dead.
Ma principalmente ero lì per vedermi dal vivo gli Yawning Man (a circa 10 anni di distanza dall’ultima volta): hanno iniziato alla 1:20 circa e sono resistito fino alle 2:00 dopo di che, vinto dalla stanchezza, ho ceduto. Peccato davvero perché i 4 sul palco stavano suonando alla grandissima però non sono più il ghepardo di una volta.
Speriamo di rivederli presto senza lasciar passare ancora così tanto tempo.

How would I know that this could be your fate?

La notizia di ieri mattina della morte di Chris Cornell ha sconvolto tutti per l’imprevedibilità della cosa e la giovane età di Cornell. La notizia arrivata nella sera che ha ricondotto le cause ad un suicidio mi ha fatto ancora più male.
Se nei casi passati (Wood, Cobain, Staley, Weiland) c’era da qualche parte l’idea di un destino vagamente segnato dall’autodistruzione, ho sempre pensato invece che avrei visto Chris Cornell suonare e cantare fino a cent’anni, con quel suo modo di fare da persona che sapeva esattamente cosa fare e dove andare, con quella voce che sapeva davvero emozionare.
Come ha scritto ieri Carrie Brownstein in un tweet: Those of us who grew up in&around Seattle are acutely aware that we’ve lost nearly an entire generation of local music heroes. È la stessa cosa anche per chi, con quella generazione di music heroes, ci è cresciuto.

Cristalli

Uno dei miei dischi di questo 2017 è senza dubbio l’omonimo album dei Crystal Fairy. Lo sto ascoltando a ripetizione da qualche mese e continua a non calare minimamente. Le canzoni sono grandiose, la parte musicale è un bel macigno esaltante e nemmeno per un secondo risulta pesantemente troppo statica, merito della bella amalgama tra i due Melvins (Dale Crover e Buzz Osborne, ricordiamo) e Omar Rodriguez-Lopez. Dal punto di vista del cantato Teri Gender Bender è riuscita a inserirsi perfettamente nella logica delle canzoni trovando delle soluzioni ottime e variegate, alternando i registri e mischiando le lingue (inglese e spagnolo): riesce a far esplodere le canzoni col suo modo di interpretarle, un po’ punk, un po’ pazzo, un po’ in acido.
Qualcuno ha bollato questo lavoro come un semplice divertissement ma se anche così fosse che c’è di male? Il risultato è sincero, onesto, divertente e qualitativamente altissimo. Negli ultimi anni raramente ricordo un supergruppo capace di fare un disco così riuscito.
Nel caso non l’aveste ancora ascoltato, potete rimediare andando di filata sul loro bandcamp.

The mouths of decadence

How Temple of the Dog Pioneered a New Genre of Music Videos in the ’90s”: un ottimo e interessante articolo scritto da Matt Giles su Longread che racconta e analizza l’evoluzione del videoclip all’inizio degli anni ’90 e come quello di Man in the box degli Alice In Chains (qui per chi non se lo ricorda) e soprattutto quello di Hunger strike del progetto Temple Of The Dog hanno cambiato il modo di girare i video. Soprattutto quest’ultimo ha avuto una grossa importanza andando a fissare dei parametri per quegli anni che hanno fatto da riferimento quasi obbligato (tra i quali possiamo ricordare: colori scuri, ombre e chiaroscuri, ambientazioni naturali, antropomorfismo, grafiche deformate, angoli di ripresa non convenzionali e, a quanto pare, gente che scrive sulla lavagna) così da smarcarsi totalmente dai cliché precedenti delle band rock anni ’80 (principalmente belle ragazze dappertutto e la band che suonava o in alternativa guidava una moto).
Del video di Hunger strike ne sono state fatte in totale tre versioni: la prima non fece particolare successo ma anzi venne trasmessa per molto poco tempo. Poi, dopo l’esplosione dei Pearl Jam, MTV stessa chiese di rimontarlo così da vedere più spesso on screen Gossard, Ament e Vedder ed è quello che alla fine tutti conosciamo, anche perché fece il botto così da trascinare anche le vendite del disco fino a farlo diventare disco di platino in tre settimane. La terza versione di montaggio è stata fatta nel 2016 prima dell’inizio del minitour dei Temple Of The Dog e utilizzava per la parte audio una versione malamente rimasterizzata per l’occasione e per il video scene inedite mai utilizzate prima e alcuni “dietro-le-quinte”, potete vedere il video qua.
A proposito del regista: è il newyorkese Paul Rachman, classe 1962, regista anche del già citato Man in the box. E non solo: ha iniziato negli anni ‘80 al servizio di band indipendenti come i Bad Brains e i Mission To Burma, ma poi lentamente l’hardcore ha iniziato a sparire lasciando spazio al metal, non certo il suo genere preferito. Dopo War inside my head dei Suicidal Tendencies, all’età di 29 anni è volato a Seattle per accettare la proposta si Susan Silver di dirigere il video degli Aic: era per lui il momento di fare qualcosa di diverso in una città che, con le sue radici e con il suo fermento in quel momento, gli ricordava i suoi trascorsi nel punk e nell’hardcore.
Tre curiosità da citare (tra le tante raccontate nell’articolo):
-Chris Cornell inizialmente non dava molta importanza a Hunger strike e la considerava giusto un filler da inserire nel disco. Questo fino a che non subentrò Vedder e le sue parti vocali: la combinazione e l’interazione dei due cantanti e delle due voci risultò obiettivamente meravigliosa, così Cornell si decise a riscriverne una versione definitiva.
-Eddie Vedder non aveva mai girato un videoclip prima e aveva difficoltà a sincronizzare le labbra al cantato anche perché gli sembrava tutto troppo finto. Il problema venne aggirato grazie al suggerimento dello stesso Rachman di non guardare mai in camera e di pensare ad altro. Questo il motivo per cui Vedder guarda sempre lontano in tutte quelle immagini in cui è nell’erba alta.
-La batteria di Matt Cameron è stata danneggiata da una grandinata durante il making of del video.
Ma ora rigustiamoci tutti assieme quel video: