Let’s dance

I Julie’s Haircut hanno fatto uscire il loro settimo disco oramai più di un mese fa e io non ho scritto nulla. Insomma rimediamo subito dicendo che “Invocation and ritual dance of my demon twin” è uscito per l’etichetta inglese Rocket Recording dopo anni di militanza su label italiane (Gamma Pop, Homesleep, A Silent Place e Woodworm).
Mi sono approcciato all’ascolto in maniera un pochino fredda ma devo ammettere che sembra un disco molto bello e mi ha già preso sicuramente di più dei due lavori precedenti. C’è un bel misto del kraut-rock strumentale dell’ultimo periodo (ovviamente questa rimane la loro strada attuale più battuta) con qualche reminiscenza vecchia del periodo “After dark my sweet” e sta cosa mi è piaciuta molto. Ora necessito di qualche altro ascolto prolungato e attento. Fatelo anche voi, il disco è sul loro bandcamp!

Braccia rubate all’agricoltura

Forse sul blog non sto scrivendo con costanza come un tempo, però è anche perché ho tante altre cose da fare (non è vero ma crediamoci). Per esempio mi sono dato alla coltivazione dell’orto di famiglia, sperando che la passione compensi la poca esperienza.
E visto che una cosa tira l’altra, ecco anche un nuovo blog dedicato a questa cosa: si chiama Orti Della Brianza, l’idea è sua e in quella pagina terremo traccia dei nostri tentativi di coltivare cose buone e delle nostre esplorazioni nei dintorni, alla ricerca di posti belli. Sarà anche l’occasione per buttarci dentro qualche post musicale a tema molto scanzonato (e infatti ho già iniziato senza farmi troppo pregare) quindi fateci un giretto se vi va.
Abbiamo anche un profilo instagram, se qualcuno è interessato.
In ogni caso qui non si chiude!

Single, single, tutti mi vogliono (cit.)

Nuova rubrica a caso (come al solito!):
*Afghan WhigsDemon in profile: buon pezzo che anticipa il nuovo disco intitolato “In spades” che uscirà il 5 maggio. Bentornato Greg!

*Paolo BenvengùSe questo sono io: il 3 marzo è uscito “3H+” (che non ho ancora ascoltato). Questa canzone non è male, ma è una di quelle in cui sembra che il buon Paolone no abbia voluto rischiare proprio nulla.

*Blonde RedheadGolden Light: i tre hanno pubblicato a inizio marzo “3 O’clock”, un ottimo Ep di 4 pezzi, tutti interessanti. La mia preferita non è il singolo (che comunque è buono) ma Where your minds want to go.

*Fleet FoxesThird of May / Ōdaigahara: un singolo insolitamente lungo per anticipare “Crack up”, il terzo disco che arriverà il 16 giugno.

Insalatone #8

Sottotitolo di questa puntata: l’angolo oltreoceanico di bancamp!
E allora catapultiamoci a Vancouver (BC) per il bravo Noah Derksen: definisce la sua musica come contemplative folk e nel suo primo LP “In search of the way” (2016) infila una serie di folk ballad cantautorali riuscendo a evitare le trappole di un genere in cui si è oramai detto e fatto anche l’impossibile.
Rimaniamo nella città della British Columbia per ascoltare “Another meal Ep” (2016) degli Old Confetti: 4 pezzi pop rock/indie pop leggerini ma piacevoli.
Spostiamoci a Philadelphia (Pennsylvania) con i Neutral Shirt ma senza variare di troppo le coordinate musicali: in “2016” (uscito però fresco fresco nel 2017) siamo in ogni caso ad un livello qualitativo molto più alto rispetto agli Old Confetti e i 6 pezzi sono eccellenti, sia come composizione, sia come suoni, sia come arrangiamenti!
Potevamo saltare New York? Ovviamente no. Per la città ci accompagnano i Pills, giovane band con tanta voglia di rivivere il punk grezzo degli anni ’80, la no-wave e il post punk. Sono pure bravi, sfrontati e con voglia di rischiare e il loro “Convenience” (2016) è un buon debutto.
Chiudiamo a Washington DC con i Flasher e il loro omonimo Ep del 2016: post punk (ma non solo, ci si sente dentro tante cose ma non in modo spudorato è questo è bello) di pregevole fattura, nervoso e deciso.

L’angolo delle notizie soniche

Le news di questo periodo:
*Il primo  marzo Thurston Moore ha presentato un pezzo nuovo intitolato Cease fire. Il pezzo è da compitino ma la band che collabora con lui è ancora la stessa di “The best day” (Steve Shelley, Deb Googe e James) quindi potrebbe essere tranquillamente un pezzo vecchio scartato dall’album (e infatti i ben informati dicono che in realtà è già un anno che viene proposto dal vivo). Nessuna notizia su un possibile nuovo disco.
*Kim Gordon invece inizia un nuovo progetto chiamato Self Esteem con il musicista Mikal Cronin. I due hanno scritto e registrato un pezzo intitolato War/Golden god per la compilation anti-Trump “Our first 100 days”. Potete ascoltare la canzone nella pagina bandcamp dell’iniziativa assieme ai contributi degli altri gruppi (tra cui figurano nomi anche interessanti come Califone, Speedy Ortiz, Suuns, Angel Olsen, Toro Y Moy, A Place To Bury Strangers, solo per dirne alcuni).

17 anni dopo

Il 5 maggio uscirà il nuovo disco degli At The Drive-In. Il lavoro si intitolerà “in•ter a•li•a”, sarà pubblicato da Rise Records e conterrà 11 pezzi (per 41 minuti in totale) tra cui Governed by contagions (uscita a inizio dicembre) e il nuovo singolo Incurably innocent. La formazione sarà quella dell’ultimo periodo, quindi con Keeley Davis al post di Jim Ward.
Il gruppo verrà in Europa ad agosto per girarsi i festival ma nessuna data in Italia, evabé.
Ora godetevi questo gran bel pezzo:

The colors and the shape

Se il disco di Emiliana Torrini assieme alla Colorist Orchestra non mi aveva convinto, ieri al Santeria Social Club la situazione è stata completamente ribaltata: gli otto coloristi belgi suonano bene e mischiano con talento e maestria strumenti e arrangiamenti. A volte sembrerebbe di avere di fronte una qualche esibizione live di Tom Waits per quell’uso intenso di tanti tipi di percussioni, ritmi intensi e rumori vari. La loro unione con la voce della cantante islandese mi ha davvero convinto e alcuni pezzi sono stati davvero eccezionali, con un impatto e un’atmosfera incredibile (Blood red e Gun su tutti). Sì ok, Emiliana Torrini aveva qualche problema di voce e di respirazione, cosa perdonabile e comprensibile visto lo stato molto avanzato di gravidanza (boh, settimo mese?) che le faceva costantemente venire il fiatone. Ma la sua radiosità e le sue capacità hanno ben compensato.
Interessante il fatto, come raccontato ieri proprio da lei, che due anni e mezzo fa la Torrini abbia avuto una crisi esistenziale/musicale, che l’ha portata a provare un’estrema stanchezza e disinteresse a quello che aveva fatto fino a quel momento e a cercare di reinventarsi suonando in giro per l’Europa con qualsiasi persona avesse intenzione di rifare, anche in modo totalmente diverso, le sue canzoni. Come per dire: non mi interessano più, fatene quello che volete, io se volete ci canto sopra. Una cosa che, o ti rovina la carriera o ti crea nuove possibilità: per fortuna l’incontro con i Colorists ha portato questo periodo di sbando verso la seconda possibilità. Tiriamo quindi un sospiro di sollievo e riteniamoci fortunati perché ci hanno regalato un concerto ricco di tantissime sfumature e sensazioni.

Notturno americano

Già da “Blues funeral” (2012) si era capito che Mark Lanegan voleva intraprendere una nuova strada. Forse “nuova strada” è un concetto troppo esagerato per quello che fa lui, nondimeno si sono viste una serie di elementi diversi o almeno un tentativo di evoluzione. Con “Phantom radio” (2014) ha portato avanti la cosa seppur con scarsi risultati (il disco purtroppo non era niente di che). Il 28 aprile uscirà “Gargoyle” ma è già disponibile il primo singolo Nocturne che conferma la vianda intrapresa ma non è neppure un pezzo proprio da buttar via.
Il rischio delusione è davvero altissimo, così come i dubbi sul fatto che Lanegan sia oramai in grado di tirar fuori dal cilindro qualcosa di veramente memorabile (“Houston publishing demos 2002” era favoloso ma si tratta di roba scritta e registrata negli anni d’oro), però attendo di ascoltare il disco intero per dire definitivamente la mia.

Predicare nel deserto

La notizia di un disco nuovo di John Garcia (il suo secondo solista) dovrebbe essere considerata una cosa buona e condivisa febbrilmente in ogni dove ma l’uscita di “The coyote who spoke in tongues” (2017) non l’ho vista molto pubblicizzata sull’internet tutto. Sarà perché parlare di Garcia nel 2017 sembra di essere fuori tempo massimo? O perché l’omonimo del 2014 non è stato molto apprezzato (tranne da me anche se ne riconosco alcuni problemi)? Probabilmente entrambe le cose ma non solo: alla fine bisogna ammettere che questo nuovo lavoro ha sì delle cose buone, ma anche dei limiti e sicuramente non fa gridare al miracolo.
L’album è acustico e comprende in totale 9 tracce, ma abbiamo:
-3 canzoni inedite (Kylie, Give me 250ml, The Hollingsworth session)
-1 inedito strumentale (Court order)
-4 cover acustiche dei Kuyss (Green machine, Space cadet, Gardenia, El Rodeo)
-1 reprise del disco precedente (Argleben II)
Il problema è essenzialmente questo: le cose più interessanti sono le 4 cover (alcune molto distanti dalle originali ma comunque valide, altre si discostano meno), il resto convince meno anche se non si tratta di brutti pezzi. Da una parte c’è un po’ la solita “operazione nostalgia”, dall’altra sembra che non avesse voglia di scrivere altro.
Questo il video (non proprio memorabile) di Kylie, la traccia di apertura e primo singolo:

Il post delle uscite da tenere d’occhio nei prossimi mesi

Ovviamente esclusi i Crystal Fairy di cui ho già parlato e che sono da me i più attesi!
Gli altri sono:
*Jens Lekman – “Life will see you now”: anticipato dal singolo What’s the pefume that you wear ecco il quarto album (o quinto se si considera anche la raccolta “Oh you’re so silent Jens”) del cantautore svedese nonché il primo di questa lista visto che sarà datato 17 febbraio.
*Paolo Benvegnù – “3H+”: il titolo è davvero pessimo e starebbe a significare che è la terza parte di una trilogia iniziata con “Hermann” e continuata poi con “Earth Hotel”, una sorta di (cito il sito Woodworm) viaggio a tre tappe all’interno dell’anima. Uscirà il 3 marzo e ha come tema portante (cito dal sito di Paolone) alla perdita, all’abbandono e alla rinascita, un’antologia di visioni, dove la grazia, la molecola alla base della vita, riempie gli spazi tra le emozioni, conservando la memoria di quello che siamo stati e quello che saremo, ma non ho ancora capito chi sono i musicisti che vi hanno partecipato.
*Why? – “Moh lhean”: torna il progetto experimental hip hop alternative pop indie (e altre etichette a vostra scelta) di Yoni Wolf, anche questo esce il 3 marzo e anche questo ha un titolo che… boh, nemmeno l’ho capito stavolta. Non ho nemmeno sentito il disco precedente del 2012 (manco sapevo che fosse uscito) però un’ascoltata gliela darò in ogni caso anche per riconoscenza ad un capolavoro come “Alopecia”. Vediamo che tirano fuori, intanto il primo singolo è This ole king.
*The Jesus & Mary Chain – “Damage and joy”: il 24 marzo ecco il ritorno atteso dopo quasi vent’anni. Il primo singolo è Amputation ed è bello.
*Spiral Stairs – “Doris and the duggers”: anche il secondo lavoro solista di Scott Kannberg esce il 24 marzo. Il disco è inciso con Justin Peroff (Broken Social Scene) e Matt Harris, ma ci sono ospitate di Kevin Drew (anche lui BSC), Matt Berninger (The National), Kelley Stoltz e Jason Lytle (Grandaddy). Proprio la collaborazione con quest’ultimo è contenuta nel primo singolo intitolato Dance (Cry wolf), embeddato qui sotto.
*Pontiak – “Dialectic of ignorance”: terzo disco di questo post che esce il 24 marzo, niente partenze intelligenti! In ogni caso è il settimo per i fratelli Carney e sono piuttosto curioso.
*Guided By Voices – “August by cake”: la cosa interessante di questo disco degli inossidabili GBV in uscita il 7 aprile è il traguardo dei 100 album fatti da Robert Pollard nella sua carriera, congratulazioni!
*BNQT – “Volume 1”: esordio datato 28 aprile per un supergruppo formato da Eric Pulido, McKenzie Smith, Joey McClellan e Jesse Chandler (tutti e 4 dei Midlake), Ben Bridwell (Band of Horses), Alex Kapranos (Franz Ferdinand), Jason Lytle (Grandaddy) e Fran Healy (Travis). E la madonna! direbbe Renato Pozzetto. Il primo singolo è Restart e non appaga per nulla le aspettative anche se è comunque un pezzo carino. Vedremo che ne esce fuori.

Touch me, I’m single

Il 19 maggio esce una nuova versione della colonna sonora di “Singles”, che conterrà un secondo cd pieno di inediti e tracce live. Non so il motivo di questa uscita, pensavo per i 25 anni del film ma poi ho scoperto che è uscito a settembre 1992 quindi boh.
La cosa che farà felici tutti è che finalmente avremo la celebre canzone dei Citizen Dicks, la mai dimenticata Touch me I’m dick.
L’altra cosa interessante è la presenza di una prima versione di Spoonman (intitolata Spoon Man) assieme ad altre tre tracce facenti parte di un mai pubblicato Ep di Chris Cornell registrato nel 1992 e intitolato “Poncier” (se ho ben capito è circolato solo come demo ma con dentro solo 3 pezzi su 4). Il titolo dell’Ep ovviamente deriva da Cliff Poncier, fantomatico cantante dei Citizen Dicks impersonato da Matt Dillon.
Oltre a ciò cosa contiene questo secondo cd di 18 tracce?
-alcune versioni diverse di canzoni contenute nella OST originale, per esempio live (Would? e It ain’t like that degli Aic, Birth ritual dei Soundgarden) oppure acustiche (Dyslexic heart e Waiting for somebody di Paul Westerberg) oppure in versione demo (Overblown dei Mudhoney)
-due pezzi non contenuti nella prima OST ma che, se ho ben capito, comunque si sentono durante il film (Heart and lungs dei Truly e Six foot under dei Blood Circus)
-5 tracce totalmente inedite (1 di Mike McCready, 2 di Paul Westerberg e 2 di Chris Cornell) che però dovrebbero essere tutte strumentali.

Insalatone italiane #7

Iniziamo da un disco di oramai due anni fa che mi ero sempre ripromesso di ascoltare, ovvero “Egomostro” (2015) di Colapesce. L’attesa non è stata ripagata e non ho apprezzato molto il lavoro del giovane siciliano: a parte una poca preferenza per un certo tipo di arrangiamenti (cosa comunque trascurabile), è proprio il modo di cantare monocorde e troppo identico a se stesso sempre che mi ha fatto davvero storcere il naso, le linee di cantato finiscono per confondersi tutte, appiattirsi e rendere noiosissimo una serie di canzoni che spesso meritavano una miglior fine.
I Kick (oppure Kick_ con l’underscore finale? Boh! Questa incertezza non va bene!) sono un duo bresciano e il loro primo e recentissimo full lenght “Mother” (2016) è un bel mix di dream pop, trip hop e indie pop.
Gli Scogli Di Zinco vengono invece da Macerata e il loro “Affiorano lenti come ricordi” (2016) è un lavoro che merita sicuramente un ascolto: quattro tracce, un cantato in italiano che riesce bene a raccontare e far immaginare e una parte musicale che si sposa bene e che fa da collante.
Chiudiamo in bellezza con il disco di questa turnata che più mi è piaciuto, quello omonimo (2016) del trio milanese Malkovic: alternative rock davvero di buon livello, con un cantato finalmente convincente. Sono solo 4 pezzi, ma dimostrano che fare un certo tipo di musica in italiano è possibile, senza scadere in banalismi, forzature o brutture. Bravi!

Insalatone #7

Solo qualche mese fa ho finalmente ascoltato per bene il disco di ritorno dei Libertines, “Anthem for doomed youth” (2015), anche perché il supersingolone Heart of the matter, una volta sentito, non esce più dalla testa per giorni interi (colpa o merito anche di quel maledetto fottutissimo splendido accento). Beh, il nuovo lavoro ha tanti pregi e ci riconsegna un gruppo in ottima forma che mi ha convinto nonostante partissi piuttosto sospettoso.
Gli Heron Oblivion sono una specie di supergruppo che ha fatto un disco di quella roba che va oggi (psichedelia anni ‘70) ma fatta davvero bene. Il disco omonimo (2016), ascoltabile anche su bandcamp, è un lungo e coinvolgente viaggio in sette pezzi, pieno di idee, bei suoni e tante distorsioni e wah wah, mano nella mano con Meg Baird che ammalia con la sua bellissima voce.
A novembre Lou Barlow ha fatto uscire un Ep di sole canzoni suonate con l’ukulele, si intitola “Apocalypse fetish” (2016) ed è composto da 5 pezzi (di cui i primi 4 molto belli): sentitevi qui sul suo bandcamp The breeze e Anniversary song, soprattutto questa seconda avrebbe meritato una super versione elettrica alla Sebadoh e ne sarebbe uscito un pezzone incredibile. In ogni caso Lou conferma di saper scrivere delle belle canzoni e di essere anche molto prolifico.
Chiudiamo con i Vapors Of Morphine, progetto figlio dei mai dimenticati Morphine. Un nuovo trio che in realtà è nato nel 2009 e inizialmente si chiamava Members Of Morphine and Jeremy Lyons (il primo disco era a questo nome). Attualmente i componenti sono Dana Colley (colonna portante di questo nuovo progetto e sax anche nella band originaria), Jerome Dupree (batteria, percussionista in “Good” e “Cure for pain”) e Jeremy Lyons (basso a due corde e voce) e nel 2016 hanno fatto uscire un disco intitolato “A new low” (ecco il bandcamp): una dozzina di pezzi che ripropongono canzoni dei Morphine (Sheila e The other side), alcune ballate tradizionali folk e tante altre cover (Brian Eno, Pink Floyd, Latin Playboys).