The mouths of decadence

How Temple of the Dog Pioneered a New Genre of Music Videos in the ’90s”: un ottimo e interessante articolo scritto da Matt Giles su Longread che racconta e analizza l’evoluzione del videoclip all’inizio degli anni ’90 e come quello di Man in the box degli Alice In Chains (qui per chi non se lo ricorda) e soprattutto quello di Hunger strike del progetto Temple Of The Dog hanno cambiato il modo di girare i video. Soprattutto quest’ultimo ha avuto una grossa importanza andando a fissare dei parametri per quegli anni che hanno fatto da riferimento quasi obbligato (tra i quali possiamo ricordare: colori scuri, ombre e chiaroscuri, ambientazioni naturali, antropomorfismo, grafiche deformate, angoli di ripresa non convenzionali e, a quanto pare, gente che scrive sulla lavagna) così da smarcarsi totalmente dai cliché precedenti delle band rock anni ’80 (principalmente belle ragazze dappertutto e la band che suonava o in alternativa guidava una moto).
Del video di Hunger strike ne sono state fatte in totale tre versioni: la prima non fece particolare successo ma anzi venne trasmessa per molto poco tempo. Poi, dopo l’esplosione dei Pearl Jam, MTV stessa chiese di rimontarlo così da vedere più spesso on screen Gossard, Ament e Vedder ed è quello che alla fine tutti conosciamo, anche perché fece il botto così da trascinare anche le vendite del disco fino a farlo diventare disco di platino in tre settimane. La terza versione di montaggio è stata fatta nel 2016 prima dell’inizio del minitour dei Temple Of The Dog e utilizzava per la parte audio una versione malamente rimasterizzata per l’occasione e per il video scene inedite mai utilizzate prima e alcuni “dietro-le-quinte”, potete vedere il video qua.
A proposito del regista: è il newyorkese Paul Rachman, classe 1962, regista anche del già citato Man in the box. E non solo: ha iniziato negli anni ‘80 al servizio di band indipendenti come i Bad Brains e i Mission To Burma, ma poi lentamente l’hardcore ha iniziato a sparire lasciando spazio al metal, non certo il suo genere preferito. Dopo War inside my head dei Suicidal Tendencies, all’età di 29 anni è volato a Seattle per accettare la proposta si Susan Silver di dirigere il video degli Aic: era per lui il momento di fare qualcosa di diverso in una città che, con le sue radici e con il suo fermento in quel momento, gli ricordava i suoi trascorsi nel punk e nell’hardcore.
Tre curiosità da citare (tra le tante raccontate nell’articolo):
-Chris Cornell inizialmente non dava molta importanza a Hunger strike e la considerava giusto un filler da inserire nel disco. Questo fino a che non subentrò Vedder e le sue parti vocali: la combinazione e l’interazione dei due cantanti e delle due voci risultò obiettivamente meravigliosa, così Cornell si decise a riscriverne una versione definitiva.
-Eddie Vedder non aveva mai girato un videoclip prima e aveva difficoltà a sincronizzare le labbra al cantato anche perché gli sembrava tutto troppo finto. Il problema venne aggirato grazie al suggerimento dello stesso Rachman di non guardare mai in camera e di pensare ad altro. Questo il motivo per cui Vedder guarda sempre lontano in tutte quelle immagini in cui è nell’erba alta.
-La batteria di Matt Cameron è stata danneggiata da una grandinata durante il making of del video.
Ma ora rigustiamoci tutti assieme quel video:

Iceland my dear

Oggi si parla di:
* Þórir Georg: “Pantophobic” è uscito il primo gennaio del 2017, tra un botto e l’altro (dai filmati più che a Reykjavik sembrava di essere a Napule), è un gran bel disco in cui il nostro ex-punkhardcorer sfodera una serie di pezzi molto vari e mai banali. È il tipico disco che ci si aspetterebbe da lui ma stavolta il livello è più alto che in passato e l’ascolto è davvero coinvolgente.
*Mammut: sono un gruppo di cui ho parlato pochissimo ma ogni volta che ascolto i loro dischi ne rimango conquistato perché sono bravi, scrivono grandi pezzi e non si fanno mancare niente. Il loro quarto disco uscirà a luglio e si intitola “Kinder version”, mentre il primo singolo è Breathe into me.
*Soley: “Endless summer” è il suo terzo disco, esce proprio oggi su Morr Music e che potete ascoltare in streaming qui.
*Pornopop: si sono ufficialmente sciolti e la comunicazione è stata data tre giorni fa con un messaggio su facebook. Peccato.
*Gangly: oramai fanno uscire un pezzo alla volta, quando sarà il turno del disco le saprò già tutte, come succedeva tanto tempo fa con i dischi delle piccole band che già seguivo dal vivo o di cui collezionavo ep. In ogni caso il terzo pezzo è Whole again (accattatevillo qui sotto) il quarto è Blow out (qui il video)!

La coscienza di Thurston

Qualche giorno fa è uscito “Rock n roll consciousness”, nuovo disco di Thurston Moore, la formazione che lo accompagna è la stessa del precedente lavoro, l’etichetta invece è nuova: non più Matador Records ma Harvest Records/Caroline International.
Il disco comprende 5 tracce con un minutaggio piuttosto elevato (si va dai 6 minuti ai quasi 12). Il primo singolo in realtà è uscito a fine marzo e si intitolava Smoke of dreams: un pezzo tranquillo e piacevole (sebbene non sconvolgente).
Non l’ho ancora ascoltato tutto ma lo farò appena mi arriva in formato cd. Nel frattempo sono felice del fatto che il suo tour toccherà anche l’Italia: 23 agosto a Asolo (Tv) e il giorno seguente al Festival di Radio Onda d’Urto a Brescia.

Love, love, love

“The hazards of love” (2009) dei Decemberists è uno di quei dischi che potrei ascoltare più volte a ripetizione, senza stancarmi. Si tratta di una specie di opera rock in cui Colin Meloy e soci riversano tutto il loro lato più hard blues elettrico, spietato e tagliente. Spero che in futuro si ributtino ancora in una cosa del genere visto che gli riesce benissimo. I pezzi sono tutti belli ma ce ne sono due che ogni volta mi causano un tuffo al cuore, The rake’s song (link wink wink) e The wanting comes in waves/Repaid (nella parte Repaid ci canta anche Shara Worden dei My Brightest Diamond e vince tutto):

Insalatone italiane #8

Iniziamo con uno dei dischi italiani più divertenti del 2016 e cioè “The great maybe” dei Labradors. Perché parlarne adesso? Boh, ma l’importante è ribadire che si tratta di un lavoro da ascoltare.
“Pansonica” dei Marlene Kuntz è un Ep del 2014 contenente delle nuove versioni riregistrate di 7 vecchi pezzi scritti nei primi tempi (dagli esordi a “Il Vile”) e mai entrate nei dischi. Se sono sempre state lasciate fuori dai dischi ufficiali ci sarà un perché, direte voi ed effettivamente a parte l’iniziale Sig. Niente (bella) le altre non mi esaltano (Donna L ha una storia a parte ma preferisco la versione di “Come di sdegno”).
I This Makes Us Human vengono da Roma e fanno ambient/post rock: è un genere in cui oramai è difficile smarcarsi o brillare di luce propria e nemmeno loro riescono a sottrarsi a questa maledizione con il loro disco omonimo (2017), però sono comunque bravini e si spera in una bella crescita.
Chiudiamo con i Fine Before You Came, “Il numero sette” è uscito a fine febbraio e si può definire solamente cosi: spreco totale. Sì perché musicalmente è una bomba, i pezzi sono davvero belli e i suoni pure. La voce invece va a rovinare tutto (sia per il modo di cantare oramai stra-noioso del Lietti, sia per gli effetti che ci hanno messo su). Anche loro rientrano nella mia personale categoria del “Che bello se quel disco fosse cantato da qualcun altro”.

Essere John

Il Centro Sulè di Agrate ha il suo perché ma ammettiamolo: non è proprio il posto adatto per giudicare il live di un gruppo, a causa dell’acustica tutt’altro che perfetta (almeno un paio di teli sul soffitto inclinato sopra la batteria però metteteli, sarebbe già d’aiuto per tagliare il casino riflesso dei piatti, eh). Però il concerto dei Malkovic è stato comunque molto bello e hanno dimostrato di saper suonare alla grande. Le canzoni ci sono, le capacità e l’energia pure. Se il loro Ep di 4 pezzi aveva acceso l’interesse, dopo il live sono convinto che il trio deve far uscire un disco vero e proprio quanto prima!
E sarebbe anche bello rivederli e risentirli, magari in qualche bel festival estivo.

Space is the place

The permanent rain press” è un blog che tratta della scena musicale della Cascadia (British Columbia + Washington + Oregon) e a volte sconfina anche nelle altre zone del Canada. Lo seguo da qualche mese e ho trovato alcune cose che mi sono piaciute (alcune sono finite nel post sulle insalatone oltreoceaniche), altre meno ma lo consulto oramai con costanza (e anche con Costanzo, Maurizio).
Ok, scusate.
Anyway, una delle ultime scoperte sono i Sad Birthdays, quartetto di Montreal, che a fine gennaio hanno fatto uscire “Space race”, il loro primo disco che è anche 100% DIY. E mi è piaciuto subito, con quel misto di Pavement, Elliot Smith, Lemonheads ma con l’aggiunta di tanta altra roba, in modo però intelligente e ben riuscito. Ecco il bandcamp!
Pronostico: sarà uno dei miei dischi dell’anno.

Let’s dance

I Julie’s Haircut hanno fatto uscire il loro settimo disco oramai più di un mese fa e io non ho scritto nulla. Insomma rimediamo subito dicendo che “Invocation and ritual dance of my demon twin” è uscito per l’etichetta inglese Rocket Recording dopo anni di militanza su label italiane (Gamma Pop, Homesleep, A Silent Place e Woodworm).
Mi sono approcciato all’ascolto in maniera un pochino fredda ma devo ammettere che sembra un disco molto bello e mi ha già preso sicuramente di più dei due lavori precedenti. C’è un bel misto del kraut-rock strumentale dell’ultimo periodo (ovviamente questa rimane la loro strada attuale più battuta) con qualche reminiscenza vecchia del periodo “After dark my sweet” e sta cosa mi è piaciuta molto. Ora necessito di qualche altro ascolto prolungato e attento. Fatelo anche voi, il disco è sul loro bandcamp!

Braccia rubate all’agricoltura

Forse sul blog non sto scrivendo con costanza come un tempo, però è anche perché ho tante altre cose da fare (non è vero ma crediamoci). Per esempio mi sono dato alla coltivazione dell’orto di famiglia, sperando che la passione compensi la poca esperienza.
E visto che una cosa tira l’altra, ecco anche un nuovo blog dedicato a questa cosa: si chiama Orti Della Brianza, l’idea è sua e in quella pagina terremo traccia dei nostri tentativi di coltivare cose buone e delle nostre esplorazioni nei dintorni, alla ricerca di posti belli. Sarà anche l’occasione per buttarci dentro qualche post musicale a tema molto scanzonato (e infatti ho già iniziato senza farmi troppo pregare) quindi fateci un giretto se vi va.
Abbiamo anche un profilo instagram, se qualcuno è interessato.
In ogni caso qui non si chiude!

Single, single, tutti mi vogliono (cit.)

Nuova rubrica a caso (come al solito!):
*Afghan WhigsDemon in profile: buon pezzo che anticipa il nuovo disco intitolato “In spades” che uscirà il 5 maggio. Bentornato Greg!

*Paolo BenvengùSe questo sono io: il 3 marzo è uscito “3H+” (che non ho ancora ascoltato). Questa canzone non è male, ma è una di quelle in cui sembra che il buon Paolone no abbia voluto rischiare proprio nulla.

*Blonde RedheadGolden Light: i tre hanno pubblicato a inizio marzo “3 O’clock”, un ottimo Ep di 4 pezzi, tutti interessanti. La mia preferita non è il singolo (che comunque è buono) ma Where your minds want to go.

*Fleet FoxesThird of May / Ōdaigahara: un singolo insolitamente lungo per anticipare “Crack up”, il terzo disco che arriverà il 16 giugno.

Insalatone #8

Sottotitolo di questa puntata: l’angolo oltreoceanico di bancamp!
E allora catapultiamoci a Vancouver (BC) per il bravo Noah Derksen: definisce la sua musica come contemplative folk e nel suo primo LP “In search of the way” (2016) infila una serie di folk ballad cantautorali riuscendo a evitare le trappole di un genere in cui si è oramai detto e fatto anche l’impossibile.
Rimaniamo nella città della British Columbia per ascoltare “Another meal Ep” (2016) degli Old Confetti: 4 pezzi pop rock/indie pop leggerini ma piacevoli.
Spostiamoci a Philadelphia (Pennsylvania) con i Neutral Shirt ma senza variare di troppo le coordinate musicali: in “2016” (uscito però fresco fresco nel 2017) siamo in ogni caso ad un livello qualitativo molto più alto rispetto agli Old Confetti e i 6 pezzi sono eccellenti, sia come composizione, sia come suoni, sia come arrangiamenti!
Potevamo saltare New York? Ovviamente no. Per la città ci accompagnano i Pills, giovane band con tanta voglia di rivivere il punk grezzo degli anni ’80, la no-wave e il post punk. Sono pure bravi, sfrontati e con voglia di rischiare e il loro “Convenience” (2016) è un buon debutto.
Chiudiamo a Washington DC con i Flasher e il loro omonimo Ep del 2016: post punk (ma non solo, ci si sente dentro tante cose ma non in modo spudorato è questo è bello) di pregevole fattura, nervoso e deciso.

L’angolo delle notizie soniche

Le news di questo periodo:
*Il primo  marzo Thurston Moore ha presentato un pezzo nuovo intitolato Cease fire. Il pezzo è da compitino ma la band che collabora con lui è ancora la stessa di “The best day” (Steve Shelley, Deb Googe e James) quindi potrebbe essere tranquillamente un pezzo vecchio scartato dall’album (e infatti i ben informati dicono che in realtà è già un anno che viene proposto dal vivo). Nessuna notizia su un possibile nuovo disco.
*Kim Gordon invece inizia un nuovo progetto chiamato Self Esteem con il musicista Mikal Cronin. I due hanno scritto e registrato un pezzo intitolato War/Golden god per la compilation anti-Trump “Our first 100 days”. Potete ascoltare la canzone nella pagina bandcamp dell’iniziativa assieme ai contributi degli altri gruppi (tra cui figurano nomi anche interessanti come Califone, Speedy Ortiz, Suuns, Angel Olsen, Toro Y Moy, A Place To Bury Strangers, solo per dirne alcuni).

17 anni dopo

Il 5 maggio uscirà il nuovo disco degli At The Drive-In. Il lavoro si intitolerà “in•ter a•li•a”, sarà pubblicato da Rise Records e conterrà 11 pezzi (per 41 minuti in totale) tra cui Governed by contagions (uscita a inizio dicembre) e il nuovo singolo Incurably innocent. La formazione sarà quella dell’ultimo periodo, quindi con Keeley Davis al post di Jim Ward.
Il gruppo verrà in Europa ad agosto per girarsi i festival ma nessuna data in Italia, evabé.
Ora godetevi questo gran bel pezzo: