Si è appena conclusa la ventesima edizione del No Silenz Festival. È stata anche l’ultima edizione, non so perché questa meraviglia finisca, non ho trovato notizie (chi sa, parli!), ma di certo non per poco successo o mancanza di partecipazione.

Su 20 edizioni (suddivise in varie location) ho partecipato alla metà, e non è poco. In 10 edizioni (ma molte più serate) ho scoperto gruppi nuovi, goduto di quelli che già conoscevo, visitato posti sperduti nella bassa bresciana, mi sono stupito di un festival con un’atmosfera unica, con un’organizzazione impeccabile e con una cucina buonissima. Ho anche un poster attaccato in camera con la locandina di una vecchia edizione. Per anni ho continuato a dire che si trattava del miglior medio/piccolo festival italiano e la sua fine mi provoca un magone che non potete capire (o forse sì se ci siete stati).

Anche quest’anno sono andato per due serate, i gruppi principali sono stati:

* Massimo Volume: passano gli anni, cambiano leggermente le formazioni, la sostanza rimane la stessa. Si sta parlando del miglior gruppo italiano, lo dimostrano anche questa volta. Una scaletta incentrata sull’ultimo lavoro e una serie di assaggi di quelli precedenti. Mimì parla molto, è la prima volta che lo vedo così ciarliero sul palco, tanto che ad un certo punto dice Mi dicono di parlare tra un pezzo e l’altro e io lo faccio. Però dopo mi dicono “Ma che cazzo hai detto?”. Immensi come sempre.

* Art Brut: Eddie Argos è un trascinatore nato, un mattatore supercarismatico e dal vivo il gruppo è una macchina da guerra. Sono passati 12 anni dall’ultima volta che li ho visti ma non hanno perso minimamente smalto, anzi, forse li ho trovati ancora più in palla e trascinanti di allora. Hanno reso il parco del Palazzo Cigola Martinoni ancora più una festa, al grido di Top of the pops! e One more year!

* Toy: forse la scelta sbagliata per chiudere. Se gli Art Brut poco prima erano stati trascinanti, divertenti, coinvolgenti e frizzanti, i loro compaesani sono statici, freddi e ripetitivi, poco adatti per un finale. Ammetto di averci davvero provato, ma dopo 45 minuti del loro psych rock mischiato a post punk non ce l’ho più fatta e così per l’ultima volta mi sono avviato verso casa.

E l’anno prossimo come faremo? Mi mancheranno le strade tra i campi, il panino Machebù, il pirlo, le bancarelle, la voglia di star bene, l’amore per la musica, le magliette con gli animali, quella ricorrenza imperdibile che rendeva speciale ogni estate.

Sigh.

Annunci