Ho riascoltato dopo tantissimi anni “Viaggio senza vento” (1993) dei Timoria. Non so perché ho deciso di metterlo su, per pura curiosità probabilmente. E allora, com’è riascoltare quel disco a più di 25 dalla sua uscita?
Beh, direi che le sensazioni sono rimaste più o meno le stesse di allora: a parte i singoloni e un paio di altre buone canzoni rimane un concept album bruttarello. Insomma, 21 tracce sono decisamente troppe e ascoltarlo oggi forse è ancora peggio perché quello che si salvava all’epoca (mood e riferimenti) oggi non ha davvero più senso.
Quindi la conseguenza rimane logica: via quell’album e metto su “2020 Speedball” (1995). Che rimane un lavoro sicuramente più interessante anche se tamarrissimo. E infatti lo so ancora tutto a memoria.
Perché è più interessante? Beh, è un misturotto (come diceva mia nonna) di una quantità abnorme di influenze, suoni, riferimenti diversi che però male si amalgamano tra loro: ballatone strutturate sempre con un crescendo di pathos esplosivo, uberprodezze metal rubate a qualche gruppaccio che suona nelle bettole bresciane, qualche pasticcio equo-solidale (che precede di gran lunga i Negrita). Tutte queste cose, unite alla volontà del gruppo di voler mostrarsi fieramente avanti coi tempi, già allora facevano di “2020 Speedball” un disco che nel 1995 sapeva di vecchio. Questo suo essere vetusto già alla nascita ha fatto però in modo che dopo tutto questo tempo sia rimasto sostanzialmente lo stesso.
Oppure la spiegazione è un’altra: e se i Timoria avessero voluto prenderci tutti per il culo? Ma certo, ora è tutto chiaro! Suvvia, non è assolutamente credibile un disco del genere. La loro è per forza un’enorme, gigantesca commedia dell’assurdo: prendono per il culo il celodurismo e purismo del metal e dell’hard rock (Europa 3, la strofa di Mi manca l’aria, la sbrodolata/assolo in Guru), nonché i cantanti finto rock, i ligabue e i vascorossi (Senza far rumore, Via padana superiore). Sbertucciano il punk (Brain machine, Week end), giocano col funk (No money, no love), si buttano sul rock melodico (Fino in fondo) e su quello demenziale (la super improbabile Dancing queen). Prendono in giro soprattutto loro stessi con questo voler essere avanti, con i siparietti plasticosi (Fare i duri costa caro) ma soprattutto con simpatici calembour autocitazionisti: cos’è Guru se non il ribaltamento (anche musicale) di una Verso oriente?
Geniale. Incredibilmente geniale.
Il disco perfetto da cantare a squarciagola (e male) viaggiando in autostrada.
Ovviamente l’anno prossimo sarà fisso nel mio lettore.

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