Sul blog MySpiace (nome geniale), che leggo sempre con interesse, Paolo Plinio ha scritto un bellissimo articolo sull’Ep (leggetelo qui, subito!). Sì, quel formato che sembrerebbe una via di mezzo tra il singolo e l’album ma che brilla di luce propria e che regala spesso delle chicche fenomenali.
È un formato molto fascinoso che ho sempre apprezzato molto. Mi ero anche messo a fare una lista dei miei ep preferiti ma finiva per diventare davvero troppo lunga. Per cui ne citerò alcuni, non sono necessariamente i migliori (alcuni sì), ma quelli a cui sono legato in qualche modo (e so già che tra un anno la rifarei sicuramente in modo diverso):
* Alice In Chains – “Jar of flies” (1994): probabilmente il più bel Ep di sempre, compost e registrato nel giro di una settimana (un po’ come quando hai i compiti delle vacanze da finire e accumuli tutto negli ultimi giorni). L’ho ascoltato tantissimo, è stato indispensabile per la mia formazione musicale e lo amo ancora oggi. Questo fa coppia con l’altro notevolissimo Ep della band, “Sap” (1992).
* Pearl Jam – “Merkin Ball” (1995): se Jof è un Ep piuttosto lungo (quasi 31 minuti), all’altro lato dello spettro c’è questo piccolo gioiello di sole due canzoni che potrebbe non essere considerato un Ep (è di nemmeno 11 minuti) ma viene esplicitamente chiamato così nel titolo quindi accattattev’illo, anche perché contiene I got id che è una delle mie canzoni del cuore dei PJ.
* Cave In – “Tides of tomorrow” (2002): l’immediatezza qui regna sovrana. Quando nel lontano 2003 ho intervistato i Cave In dal vivo (solo il batterista per la verità), alla domanda del perché di un Ep poco prima dell’uscita di un disco (“Antenna” è del 2003) ha proprio detto che “sentivamo il bisogno di pubblicare qualcosa”. Sospetto che il motivo sia anche di carattere discografico (è stata l’ultima uscita su Hydra Head all’epoca prima del passaggio su major), ciò non toglie che ToT è ancora una gran bella bomba sentito oggi.
* Ed Harcourt – “Maplewood” (2000): esordire con un Ep è sempre un ottimo modo per iniziare, come essere discreti ma nonostante tutto fare un’entrata ad effetto.
* Guillemots – “From the cliffs” (2006): un altro esordio contenente tante idee, tanti modi di intendere la musica, tanti arrangiamenti per realizzarli. Un piccolo gioiello in 8 tracce e 40 minuti (forse l’Ep più lungo del lotto)
* Mark Lanegan Band – “Here comes that weird chill” (2003): primo Ep di Lanegan con la dicitura Band nel nome, una banda di gente di alto livello (tra cui Joshua Homme, Nick Oliveri, Chris Goss, Dave Catching) che accompagna quella voce in un viaggio di 30 minuti oscuro, malvagio e crepuscolare. Bomba.
* Silversun Pickup – “Pikul” (2005): l’unico Ep della band losangelina che possiedo. Infatti i dischi seguenti li ho ascoltati senza esserne conquistato. Con questo esordio in 7 tracce invece la storia è stata diversa ed è stato amore a primo ascolto.
* Slo Burn – “Amusing the amazing” (1996): 4 pezzi totalmente amusing e pure amazing. Senza dubbio il miglior lavoro di John Garcia (esclusi i Kyuss, ovviamente).
Menzione onorabile: Radiohead – “My iron lung” (1994) + At The Drive-In – “Vaya” (1999)
E gli italiani?
* Paolo Benvegnù – “14-19” (2007): ricordate la prima volta che avete ascoltato La distanza? Io sì, ero a casa, appena rientrato dopo il mio consueto shopping alla Fnac dei bei tempi. Ho messo subito l’Ep nel lettore, è partito quel pezzo, l’ho riascoltato altre volte di fila, subito. Lo adoro e adoro questa versione ancora di più di quella che c’è su “Le labbra” (2008).
* Disco Drive – “Very Ep” (2006): quanto mi mancano i Disco Drive. Soprattutto mi manca vederli dal vivo, magari eseguendo due pezzoni presenti su questo lavoro, e cioè A factory of minds e My party.
* Don Turbolento – “Spent the night on the floor” (2007): la storia dietro a questo Ep all’epoca divenne nota. Riassunto: il duo bresciano aveva mandato un demo alla Dischord, la quale ha declinato l’offerta (per ovvi motivi) ma ha al contempo elogiato il gruppo, tutto ciò tramite una bella cartolina che poi è stata messa sulla copertina di questo lavoro d’esordio. La title track effettivamente spacca tantissimo.
* Vessel – “Tales of Memento island” (2010): 7 canzoni che ho consumato. I Vessel erano un trio composto da Corrado Nuccini e Emanuele Riverberi (Giardini Di Mirò) e Alessandra Gismondi (Pitch) e questo è stato il loro primo e favoloso lavoro. All’epoca ci ero rimasto sotto, ascoltarlo oggi è ancora un’emozione.
Menzione onorabile: Marlene Kuntz – “Cometa” (2001)
Ho escluso dalla classifica tutti quelli dei Motorpsycho perché meriterebbero una storia a parte e forse un giorno la scriverò.

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