I Cave In sono un gruppo con cui ho un rapporto strano: li ho seguiti solo per un breve lasso di tempo, giusto il tempo per un disco e un Ep, poi li ho abbandonati. Era un periodo in cui la band non era nemmeno ad inizio carriera, ma certamente in un momento di grosso cambiamento (poi diventata grossa confusione).
Sto parlando del periodo 2000/2003: dopo due dischi post-hardcore esce nel 2000 “Jupiter” e ne parlano in tanti, le recensioni che leggo in giro mi incuriosiscono anche se continuano a citare come riferimento gli U2 (cosa che non ci ho mai visto nemmeno di striscio, per fortuna). Il disco è oggettivamente una bomba, le 8 tracce sono tutte favolose e la band riesce a mischiare tante cose in modo egregio.
Da lì le cose si fanno rapide: nel 2002 esce l’Ep “Tides of tomorrow” (altro ottimo lavoro) ma i Cave In lasciano la Hydrahead e si accasano con la RCA. Nel 2003 li vedo da vivo, fanno un gran concerto anche se molto corto (un’ora circa) e Stephen Brodsky si giustifica dicendo che vocalmente non riesce a reggere di più. Va bene così anche perché:
1) ricordo di essermi divertito un casino,
2) hanno chiuso con una cover di Drain you dei Nirvana (eravamo al Bloom dopotutto)
3) dopo lo show ho intervistato il batterista.
A marzo dello stesso anno esce “Antenna” ed è un disco che non mi ha mai convinto. Più o meno consciamente decido di lasciarli perdere ma continuo a riascoltarmi quelle due uscite che mi sono piaciute tanto (lo faccio ancora, ci sono affezionatissimo). Nel frattempo ritornano rapidamente all’etichetta madre, fanno uscire dischi, si sciolgono, si riformano, continuano a fare cose.
E poi si arriva a mercoledì scorso, giorno in cui il bassista Caleb Scofield perde la vita in un incidente automobilistico: aveva 39 anni.

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