La notizia di un disco nuovo di John Garcia (il suo secondo solista) dovrebbe essere considerata una cosa buona e condivisa febbrilmente in ogni dove ma l’uscita di “The coyote who spoke in tongues” (2017) non l’ho vista molto pubblicizzata sull’internet tutto. Sarà perché parlare di Garcia nel 2017 sembra di essere fuori tempo massimo? O perché l’omonimo del 2014 non è stato molto apprezzato (tranne da me anche se ne riconosco alcuni problemi)? Probabilmente entrambe le cose ma non solo: alla fine bisogna ammettere che questo nuovo lavoro ha sì delle cose buone, ma anche dei limiti e sicuramente non fa gridare al miracolo.
L’album è acustico e comprende in totale 9 tracce, ma abbiamo:
-3 canzoni inedite (Kylie, Give me 250ml, The Hollingsworth session)
-1 inedito strumentale (Court order)
-4 cover acustiche dei Kuyss (Green machine, Space cadet, Gardenia, El Rodeo)
-1 reprise del disco precedente (Argleben II)
Il problema è essenzialmente questo: le cose più interessanti sono le 4 cover (alcune molto distanti dalle originali ma comunque valide, altre si discostano meno), il resto convince meno anche se non si tratta di brutti pezzi. Da una parte c’è un po’ la solita “operazione nostalgia”, dall’altra sembra che non avesse voglia di scrivere altro.
Questo il video (non proprio memorabile) di Kylie, la traccia di apertura e primo singolo:

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