Un Alcatraz sold-out accoglie PJ Harvey e la sua banda, dieci persone in tutto che, marciando, salgono sul palco e con poche parole ma tanta perizia, per un’ora e venti circa mettono in scena un grandissimo spettacolo.
I musicisti si spostano spesso, si scambiano gli strumenti, modificano la loro configurazione, così da ottenere un risultato davvero incredibile e unico in ogni pezzo. In alcuni brani ho davanti 4 sax, in altri un totale di 6 tra percussionisti e batteristi, in quello dopo 3 chitarre, e così via. Ovviamente tutto è suonato alla perfezione e con una precisione chirurgica che riesce anche a risultare coinvolgente, mai fredda, è davvero una delizia per le orecchie. Forse l’avrei gustato al 200% una situazione tipo teatro/auditorium, ma sono inezie che lasciano il tempo che trovano visto che nella posizione in cui ero vedevo e sentivo molto bene. Mi ha fatto piacere vedere sul palco Alessandro Asso Stefana e Enrico Gabrielli, quest’ultimo si è anche preso la più grossa ovazione di tutti quando PJ ha presentato la band, che bello.
E Polly Jean, con il suo vestito corto e le sue piume nere, è divina, fascinosa, magnetica e molto teatrale, non c’è più l’immobilismo riscontrato in quel concerto a Ferrara del tour di “Let England Shake”. Canta benissimo e con una facilità incredibile, cambiando continuamente registro e modo di interpretare i brani.
Scaletta ovviamente incentrata sull’ultimo disco (fatto tutto) e sul precedente (4 canzoni), con qualche pezzo vecchio, alcuni prevedibili (Down by the water è sempre presente e a questo giro avrei preferito qualcosa d’altro), altri molto meno (50ft. queenie mi ha sorpreso). E poi ha fatto To bring you my love quindi non ho niente di cui lamentarmi. La chiusura con Last living rose è stata splendida e da brividi.
Se davvero ce ne fosse stato bisogno, lo spettacolo di ieri è stato l’ennesima dimostrazione del perché PJ Harvey è sempre la migliore.

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