Chi ha definito “Girl in a band”, autobiografia di Kim Gordon, come un capolavoro probabilmente non l’ha letto. Non è un brutto libro ma nemmeno una grande opera di letteratura. “La gente mi dice che sul palco sono opaca, misteriosa, enigmatica, addirittura fredda” scrive nel primo capitolo, e questa descrizione si può anche applicare alla Gordon scrittrice.
La storia parte dall’infanzia per continuare a raccontare di tutta la vita della Gordon e le cose che più l’hanno fatta diventare quello che è: l’amore per l’arte, la California (e in generale i continui traslochi: Rochester, Los Angeles, Hawaii, Hong Kong, Toronto, New York, Northampton) e i due uomini che le hanno cambiato (o rovinato?) la vita: il fratello schizofrenico Keller (che caratterizza la prima parte) e naturalmente Thurston Moore (nella seconda). In mezzo a tutto ciò ci sono viaggi, emozioni, lavori, maternità, Coco, punti di svolta. E anche la musica, ovviamente: i Sonic Youth vengono descritti come quasi un’unica entità, il riferimento diretto rimane Thurston, gli altri due membri con cui la Gordon ha condiviso anni e anni di esperienze lavorative e tour in ogni dove sono ridotti a due mere figure di sfondo o a comparse occasionali, e vengono citati solo in due o tre frasi buttate lì (Lee Ranaldo come un perfezionista confusionario, Steve Shelley come una persona a cui lei non stava a genio, a quanto sostiene l’autrice). Forse con loro Kim Gordon ha tenuto un rapporto che si potrebbe definire strettamente lavorativo (il che, secondo me, sarebbe davvero una brutta cosa se siete mai stati in una band e pensate alle dinamiche che si creano).
Uno dei motivi per cui il libro ha fatto così parlare di sé è stata ovviamente la parte in cui vengono raccontati i problemi che hanno portato al divorzio della famosa coppia (su tutto il tradimento di Thurston, a suo dire plagiato da una scaltra manipolatrice mangiauomini) e un po’ dispiace vedere i loro fatti più intimi e delicati buttati in faccia a tutti: mi è sembrata una grossa caduta di stile da parte di una donna che fino a quel momento ne ha sempre dimostrato tantissimo, su e giù dal palco.
Per gli amanti del gossip e dei retroscena tra artisti ci sono delle frecciatine (anzi badilate) dedicate a Courtney Love: “incredibilmente egocentrica” che impersonava il “ruolo che la stampa bramava da sempre: una principessa punk, eccitante e tenebrosa, che si rifiutava di rispettare le regole”. E ancora: “Capivo che aveva una personalità borderline o comunque un qualche tipo di energia folle e contagiosa, e cerco sempre di evitare quel genere di tragedie nella mia vita, “avevo sempre l’impressione che stesse recitando”. Insomma una persona “ambiziosa e manipolatrice” che si muove solo per interesse o per follia: “con me e Don (Fleming, produttore con la Gordon di “Pretty on the inside”) era sempre gentilissima perché sperava che l’avremmo portata da qualche parte, migliorandole la vita, ma con tutti gli altri urlava in continuazione”. Anche come gruppo in sé le Hole vengono demolite e l’unico a salvarsi è il chitarrista Eric Erlandson: “era un ottimo chitarrista, la colonna vertebrale dissonante del gruppo. Se non fosse stato per lui, il disco sarebbe stato da buttare”. Non viene risparmiato anche il love affair della Love all’epoca: “Ho pensato: Bleah!, al solo sentire nominare Billy Corgan, che non piaceva a nessuno perché non faceva che frignare, e gli Smashing Pumpkins si prendevano decisamente troppo sul serio. […] Certo, tutti prendevano la propria musica sul serio, ma c’era qualcosa di fastidioso in Billy Corgan e negli Smashing Pumpkins – erano troppo pretenziosi? troppo atteggiati e fissati con la loro immagine? – che irritava la gente”.
Nota a margine: ho letto l’edizione di Minimum Fax e sono rimasto infastidito dai tanti refusi, alcuni anche gravi. Così non va bene.

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