È uscito il nuovo disco degli Afterhours, “Folfiri o folfox”, da tutta la stampa incensato come il disco della rinascita (erano già dati per morti?) e capolavoro indiscusso. Lo salterò a piè pari come per “Padania” ma per motivi diversi.
Il fatto è che nelle scorse settimane sono usciti due pezzi del disco, uno peggio dell’altro (e non metto i link perché vi voglio bene):
Il mio popolo si fa è una cosa francamente inascoltabile, senza filo logico e con un testo ridicolo. Uno di quei testi che ogni tanto Agnelli tira fuori ma a volte gli vengono bene, a questo giro no. Frasi come “Per disegnare pressoché città piene zeppe d’avanguardie e sole che fanno di tutto senza un’idea dell’immensità” o “Il mio popolo si fa, Dio fortuna e trans, se l’orrore siamo noi, beh, l’orrore è quel che vuoi” o “Sei italiano, prima o poi sorridi, ride anche la tua disperazione, chiudi due persone a lungo in un box e prima o poi scopano” o “Sole mio sta in fronte a me, fatto d’anfe in un festino perché guardo quest’orrore e festeggio il mio destino” sono degne del mitico Generatore di Testi dei Verdena (se va bene) o di Alberto Ferrari stesso (se va male).
Non voglio ritrovare il tuo nome è una ballatona ma di quelle ultrabanalotte: arrangiamento da rock italico stinfio, batteria loffia, non c’è un guizzo, un po’ di sapore (anche il video è di un’inutilità estrema), senza tralasciare un testo che anche qui ci regala qualche perla come “Occhi blu tu non eri come me, non sei tu chi respira su di me, vedevo la tua luce sai come dentro ad un incantesimo, vedevo la tua luce sai? Ma ho fatto un incantesimo e tutto a un tratto non ci sei più”. Ma adesso nemmeno le ballate sanno fare? Mboh. Per fortuna che Stefano Pilia adesso suona con loro, ascoltando i pezzi non l’avrei mai detto (ma c’è davvero?).
Non so che dire, sembrano diventati una macchietta di se stessi.

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