Ok, eccomi qui con uno dei miei dischi più attesi dell’anno: “The hope six demolition project” di Pj Harvey. È un album abbastanza difficile che va scoperto poco a poco. È anche la prosecuzione perfetta dell’irraggiungibile lavoro precedente. La cosa che mi ha colpito di più (come ogni volta anzi di più del solito, in ogni caso non riesco mai ad abituarmi) è la capacità di Polly di cambiare tantissimo lo stile di canto e l’utilizzo della voce da un pezzo e l’altro.
Il disco è una sorta di reportage di viaggi, quelli intrapresi da Polly negli ultimi anni a Washington D.C., in Afghanistan e in Kosovo. Un racconto fatto con uno sguardo prettamente da osservatore. A differenza di “Let England shake” qui è solo parzialmente partecipe di quello che succede, l’interesse è incentrato sul racconto di ciò che si vede e ciò che succede. Tutto questo in un calderone musicale in cui vengono cotti assieme folk, rock, cori gospel, musica etnica, suggestioni mediorientali. Gran lavoro comunque anche se alcune cose non sono totalmente la mia cup of tea (come direbbe un inglese del Dorset).
Per adesso tra i pezzi migliori direi i due singoli (The wheel e The confraternity of hope, quest’ultima l’ho rivalutata e inserita in apertura ci sta bene, la prima invece l’ho amata dal primo ascolto), The ministry of defence e The orange monkey.
Piccola nota: ai primi 4 pezzi hanno partecipato anche Enrico Gabrielli e Alessandro Asso Stefana.

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