E almeno quelle mille persone, provenienti da ogni parte d’Italia e non solo, erano giovedì sera al Fabrique per l’attesissimo e unico concerto italiano degli At The Drive-In.
Aprono puntuali (e presto, come piace a noi giovani vecchi) Le Butcherettes: tutto lo show è sulle spalle di Teri Gender Bender che canta, grida, si agita, suona, scende tra il pubblico, balla. I suoi compagni al basso e batteria, vestiti tutti di rosso come lei, macinano basi ritmiche su cui lei aggiunge di tutto. Un buon set per scaldare il pubblico che a poco a poco riempie il locale.
E poi giunge il momento, dopo un’attesa che si portava avanti da troppi anni. Gli At The Drive-In hanno fatto un concerto bomba, senza risparmiarsi e dimostrando che fare una breve reunion con tour solo per soldi non è per forza una cosa negativa se si fanno degli show con così tanta passione. L’assenza di Jim Ward non è pesata, quello che ha fatto un po’ storcere il naso in molti è stata la resa acustica visto che i primi tre pezzi sono stati pessimi da quel punto di vista (ma poi la situazione per fortuna è migliorata). Sono inezie però di fronte a un’ora e venti di show incendiario e una scaletta perfetta (mancava solo Non-zero possibilities ma va bene così dai).
È stato il concerto delle braccia in alto, il dito al cielo e i testi urlati, tanta partecipazione e tanta gioia. Raramente ho sentito un’unione così stretta tra pubblico e band, un senso di appartenenza che è stato coltivato in tutti questi anni. Perché diciamolo, a parte qualche giovane o molto giovane, era un concerto sentito al 200% soprattutto da chi quel disco l’ha amato e vissuto dal primo momento, un sentimento coltivato per tanti anni  che è uscito prepotentemente l’altra sera.
Pezzo migliore della serata: Invalid litter dept. davvero da brividi.
Nota a margine: il banchetto ufficiale non vendeva musica (come è oramai di moda ai concerti), però aveva delle magliette davvero belle a cui non sono riuscito a resistere.

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