Antefatto: è da luglio che ho in bozza questo post.
Ho scoperto l’australiana Courtney Barnett da un articolo di Rumore, qualche mese fa. Il giornale ne parlava bene e l’intervista era divertente, la ragazza sembrava spiritosa, spontanea e originale. Non che la simpatia sia un attributo essenziale per far buona musica, è però una cosa che mi mette voglia di ascoltare i dischi.
“Sometimes I sit and think, and sometimes I just sit” è davvero un buon disco, canzoni belle e quasi tutte di ottima fattura. La scrittura della Barnett è davvero brillante e coinvolgente. C’è chi lo considera uno dei migliori lavori del 2015 e sono d’accordo, entrerà sicuramente nella mia classifica finale. Se non l’avete ancora fatto, concedetegli un ascolto anche se qualche pezzo probabilmente l’avete già sentito, i 3 singoli Pedestrian at best, Dead fox e Nobody really cares if you don’t go to the party (che finalmente chiarisce il celebre dilemma morettiano) si sentono in giro.
Ho anche ascoltato il precedente “The Double EP: A Sea of Split Peas” (2013) che è la raccolta dei suoi due ep: “I’ve got a friend called Emily Ferris” (2011) + “How to carve a carrot tinto a rose” (2013). Il primo segue lo stile del LP ma le canzoni non hanno ancora raggiunto quella fluidità. Si distingue alla grande Avant gardener (anche per il titolo delizioso). Il secondo è più interessante e comprende pezzi più lunghi e complessi (la mia canzone preferita del lotto è Porcelain).

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