Kill your idols” è un documentario del 2004 di Scott Crary che vorrebbe focalizzarsi sulla scena sperimentale di New York e la sua evoluzione nel corso degli anni. Intento lodevole e argomento più che interessante, peccato che il risultato finale sia un documentario molto confuso nella sua realizzazione, poco approfondito, montato male e in generale molto raffazzonato. Perché dico così? Beh, ecco i filoni trattati e poi tirate le vostre somme:
– una prima parte in cui si parla brevemente dei Suicide, della scena No Wave del ‘77/’78 (Theoretical Girls di Glenn Branca, Dna di Arto Lindsay, i Teenage Jesus di Lydia Lunch, Foetus ecc.), dei Sonic Youth e Swans con brevi spezzoni di vecchi concerti e ottime interviste ai musicisti. Tutti cercano di spiegare che non si trattava solo di musica, ma di idee, di arte, di abbattere i cliché: “Si trattava di energia ed emozione” dice Lee Ranaldo. E fin qui tutto bene.
– si salta subito al 2002, ignorando più di 20 anni di musica newyorkese. I gruppi presi in considerazione sono i cosiddetti eredi degli artisti della prima parte. E quindi ecco la spocchia e la supponenza degli A.R.E. Weapons, gli Yeah Yeah Yeahs con Karen O che finisce ogni frase con you know. E poi Black Dice, Liars, Flux Information Sciences e Gogol Bordello. Tra tutti non fanno una gran bella figura né dicono qualcosa degno di nota.
– gli artisti del 77 demoliscono la musica di quelli del 2002, bollando il tutto come moda. L’esempio più lampante citato è quello degli Strokes (sì ok, troppo facile) ma in generale l’idea supportata è la forte presenza di sedicenti musicisti che diventano pompatissime icone della moda prima ancora che esca il primo disco. Inoltre la critica è circa il recupero pedissequo di idee e concetti e soluzioni musicali già affrontate in passato, senza possibilità o voglia di evoluzione e crescita: “è musica accattivante presa dagli anni ’80, riconfezionata e ripresentata” dice J. G. Thirlwell dei Foetus. Sintomatico in questo caso il discorso di Eugene Hutz dei Gogol Bordello: “Ci vorrebbe più coraggio artistico, […] come può qualcosa di forte e progressivo avere come base un revival anni ’80?”. L’ironia non voluta di questo rifiuto della nostalgia o delle influenze passate e della necessità di guardare avanti sta ovviamente nel fatto che lo dice uno che (citando un commento su imdb) “ha un intero outfit del 1982 e dei baffi del 1912”.
Insomma, cosa voleva mostrare Crary con questo documentario? Qual è il senso di tutto? Se pensate che a quello che vi ho detto (grossi limiti a livello di idea) si deve aggiungere anche un montaggio troppo spezzettato e che rende davvero difficile la comprensione (non tanto delle parole ma del senso di tutto) bisogna ammettere che “Kill your idols” rappresenti un po’ un’occasione mancata. Il fatto invece che abbia vinto dei premi e venga considerato uno dei migliori documentari mai fatti mi lascia più che perplesso.
Ma forse tutto ciò è dovuto al mio punto di vista ancora più esterno, il è vedere il tutto da un’ottica ancora diversa e più lontana, a quasi 40 anni dalla no wave (che continua ad avere senso) e a più di 10 dai gruppi “giovani” (che hanno smesso in pochissimo tempo di averlo. E a me il primo degli YYYs piace ancora un sacco. Così come apprezzo i Liars). Ad un certo punto uno dei Liars dice: “Spero davvero che il nostro genere vada avanti, spero che non svanisca per diventare una cosa del passato. Le persone che ne fanno parte faranno ancora questa musica e spero che la gente non li guardi dicendo ‘Oh, voi siete quelli della scena musicale del 2002’”. Purtroppo per lui oggi la gente dice davvero così.

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