Iniziamo con “Of gold” (2010) dei Bars Of Gold che non mi è dispiaciuto: estivo, piacevole (e infatti l’ho ascoltato in estate e adesso non me lo ricordo più). “The dirt of luck” (1995) degli Helium è invece un disco di mezza stagione in cui Mary Timony non canta veramente ma canticchia a mezza voce (tipo quando hai mal di gola e non vuoi sforzare la voce) per tipo 12 pezzi quindi boh ma sempre meglio del nuovo lavoro di Erlend Oye intitolato “Legao” (2014) che m’è parso invece interamente noioso.
Ho riascoltato “Maker” (2009) e “Living” (2010) dei Pontiak, confermo che hanno buoni pezzi ma nel complesso non riescono a prendermi sebbene lo SGRATTOA (cit.) mi stuzzichi. Dei due comunque molto meglio il secondo, è meno altalenante e più deciso. Dopo quello mi sono fermato.
“Hisingen blues” (2011) dei Graveyard fa parte di quella corrente di recupero dell’hard rock/rock zeppeliniano anni ’70, loro lo fanno molto bene.
Gli Adebisi Shank invece sono un trio strumentale irlandese che fa una roba simile al math rock e dopo aver ascoltato i primi due loro lavori (sono 3 in tutto) non sono comunque riuscito a capire se mi piacciano oppure no.
Finisco facendo ammenda: ho rivalutato alla grande “The savage heart” (2012) dei Jim Jones Revue. A differenza dei primi ascolti durante i quali non l’avevo apprezzato granché, posso dire che non sfigura di fianco ai primi due lavori e Where da money go? è un pezzone. Scopro solo adesso che hanno deciso di smettere quindi non avrò più la possibilità di vederli dal vivo e questo non è affatto bello.