Ho letto il bellissimo “Our band could be your life” di Michel Azerrad. In italiano il titolo è diventato “American indie – 1981-1991 Dieci anni di rock underground” ma posso capire i problemi della citazione.
Per chi non lo sapesse è composto da 13 articoli riguardanti alcune tra le più importanti band americane indipendenti del periodo citato. L’ho gustato prendendomi tutto il tempo necessario da una storia all’altra. E quindi con questo primo post accennerò brevemente e molto alla buona quali sono stati i capitoli che reputo migliori:
* Black Flag: erano pazzi ed esagerati ma con una voglia di lottare senza fine. Sono stati una forza propulsiva incredibile e il fatto che è da loro che sia nata la SST (indispensabile per la musica indipendente americana) non è stato un caso.
* minutemen: se Azerrad ha usato una frase di una loro canzone per intitolare il libro ci sarà un perché. E infatti i minutemen rivestono un ruolo unico. La loro storia è bellissima e tragica allo stesso tempo.
* Minor Threat: Ian MacKaye e la sua capacità di fare musica con lo stomaco e con la testa, la sua amicizia con Rollins, la sua voglia di fare. I Minor Threat anno abbattuto barriere e portato avanti benissimo un’evoluzione dell’hardcore che poteva perdersi nel nulla.
* Fugazi: che ve lo dico a fare? Sono stati una cosa davvero speciale e hanno dimostrato come si possono portare avanti le cose con attitudine, intelligenza, passione senza minimamente svendersi. Un discorso non limitato a una band o  un’etichetta (la Dischord) ma a tutto quello che si fa.
* Mudhoney: un capitolo special che intreccia la storia dei Mudhoney con quella della Sub Pop. Da una parte la musica e l’ironia di Mark Arm e di Steve Turner, dall’altra la capacità di Bruce Pavitt di portare in alto un’etichetta creata dal nulla.

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