Burning the Bloom down.

Ritmi sfrenati, ciuffi impomatati, chitarre in aria, musicisti saltanti, sudore, gente che continua a salire sul palco per ballare, pettinature afro, volumi esagerati, braccia al cielo. Questo in breve ciò che è accaduto l’altra serata in un doppio concerto tra i migliori dell’anno.
Aprono gli americani Bellrays, trio punk rock (il cui chitarrista è innegabilmente Garth di Wayne’s World oramai cresciuto) + una fantastica cantante soul con una grandissima grinta e una pettinatura afro ugualmente potente. Coinvolgono, divertono, Lisa Kekaula scende anche tra il pubblico a cantare regalando qualche brivido (il suo sguardo potrebbe uccidere). Scopro poi che i Bellrays hanno inciso qualcosa come 13 dischi, dal 1990 a oggi. Complimenti.

Il concerto d’apertura sarebbe difficile da replicare, ma non per il gruppo headliner della serata: la Jim Jones Revue rende il Bloom una bolgia incendiaria con un’infilata di canzoni rock’n’roll (pensate a un mix tra Jerry Lee Lewis + Mc5) potenti e trascinanti, il pubblico in completo delirio. Jim Jones ha una personalità talmente strabordante e carismatica che tutti i gruppi post punk inglesi dovrebbero fare la fila per baciargli gli anelli che porta alla mano (mi immagino già una fila kilometrica di suoi compaesani con la faccia triste che aspetta il proprio turno vestita con pessime mise anni 80). Look retrò e aria da gente vissuta, anzi marcia ma con misura. Idoli!