Tryin’ a new favourite game

Da qualche tempo mi sono reso conto di una cosa: un tempo avevo un comportamento più ossessivo nei riguardi dei concerti (ma non solo). Voglio dire che se andavo ad un concerto mi sentivo quasi obbligato a sapere tutti i testi, a riconoscere le canzoni, ad essere minimamente preparato insomma. Un concerto subordinato ad una preparazione sui libri di testo. Volevo dire sui dischi.

Da un po’ invece ho scopero il piacere di andare a sentirmi un concerto avendo anche solo la pallida idea del gruppo che mi troverò davanti. Mi piace farmi sorprendere. Mi piace avere una sensazione forte al momento e magari comprare il disco dopo. Un atteggiamento più rilassato che mi diverte e appaga molto di più.

L’ho fatto anche ieri. Al Magnolia ecco l’unica data italiana degli A Camp. Prima di loro Kristofer Åström, piacevole folk singer anche lui svedese. Poi sul palco il side project di Nina Persson, che tutti voi ricorderete come fascinosa cantante dei Cardigans. Accompagnata da valenti ragazzotti tutt’altro che alle prime armi (e guarda caso il bassista -ex Shudder To Think- è anche il marito della diva della serata), fanno un gran concerto, affiatati, pescando (presumibilmente vista la mia impreparazione) pezzi dai loro due dischi (il primo ricordiamolo, in collaborazione con Mark Linkous aka Sparklehorse). Belle canzoni, un atteggiamento spettacolare e divertente sul palco, lei spiritosa, carina, ironica con capacità vocali che mi hanno sorpreso (girava voce che la sua voce solitamente duri due/tre pezzi al massimo, ma non è stato così stavolta). Senza dimenticare la disponibilità nel dar retta con infinita pazienza a fan e curiosi al banchetto, dopo il live.

Insomma, il modello nordico vince ancora.

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