Cauterizzare le ferite.

Rivedere Paolo Benvegnù dal vivo. Al Magnolia. Sì, ancora il Maestro. E non si può non parlarne. Perché di artisti come lui qui non ce ne sono. Vorrebbe rinnegare le bocche e gli stomaci, ma quelle bocche e quegli stomaci sono il fulcro della sua arte. Viscerale, intenso, sanguigno. Come quelle numerosissime grida, tra un pezzo e l’altro, lontane dal microfono, urlate a chissà chi, chissà dove.

Paolo urla, Dio invece bestemmia e volte non si applica.

Lui e la sua fantastica band regalano momenti che sono gioia immensa, sono linee di protezione e coerenza ai deserti che cambiano, sono venti che cambiano quegli stessi deserti. E Paolo grida e Paolo brucia e Paolo che frantuma le distanze, che supera resistenze e Paolo che scava a mani nude nella terra e Paolo che mi rivela finalmente il sentimento delle cose.

E Paolo nei bis si trasforma e fa Simmetrie, e fa cabaret, e adesso facciamo l’unico pezzo in italiano, gli altri erano un po’ in finlandese un po’ in uruguaiano, e un due tre stella, e l’autoironia di siamo i fantastici 4 e io sono l’uomo che si allunga anche se a dire il vero saranno vent’anni che non si allunga niente qui, e la cravatta rossa, e io in realtà sono Omar Pedrini, e Troppo pocu intelijenji, e le telefonate del batterista e sì, Alberto Sordi e quelle cazzate lì, e Paolo che ride e Paolo che urla e Paolo che suona e Paolo che canta e Paolo che il fumo fa male ma anche il fuoco non scherza.

Paolo Benvegnù che fortunatamente mi suggestiona grazie ad una lunga notte (e sì, è stato più stupido il mattino).

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