Perché sono qui dove sono?

Più ci penso e più mi convinco che i Massimo Volume siano stati un gruppo insostituibile, non solo nel panorama italiano, ma ancora di più nella mia vita (e se li ho conosciuti devo solamente ringraziare Massimo, e scusate il simpatico caso di quasi-omonimia). Spesso le loro frasi mi girano in testa e non posso farci niente. L’ho fatto fin dall’inizio e ho continuato a farlo (nel titolo, in questo caso). Le immagini evocate le ho davanti agli occhi. Immagine perfetta, sensazione perfetta. Non faccio apposta, succede e basta. L’altro giorno ho passato il pomeriggio al primo piano della biblioteca, leggevo con sommo gusto “La famiglia Winshaw” di Jonathan Coe. Per tutto il tempo una cavalletta, introdottasi chissà dove e chissà quando, tentava di uscire dalla porta, ma ad ogni salto sbatteva contro il vetro. Una, due, cento volte. Leo, è questo che siamo? Leo, è questo che siamo? Volevo aprire la porta per farla uscire, ma era bloccata e collegata al sistema d’allarme e nessuna finestra non sigillata in giro.

Ma non voglio divagare. Troppo tardi, l’ho già fatto.

Di “Stanze” ho già parlato qua, ora continuo la storia come promesso. Nel 1995 esce “Lungo i bordi”, bello e implacabile. Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata. Anche io quando ascolto Il primo dio, Inverno ’85, Pizza express, e tutti gli altri pezzi di magistrale fattura. Spinsi i gettoni nel distributore automatico, i barattoli calarono con un rumore sordo. Nel 1997 esce “Da qui”, un disco da togliere il fiato. Meno urlato, meno tirato, ma più intenso, più tagliente e ancora più cinematografico, se possibile. Mimì racconta, e si viene catapultati in un altro mondo, il suo mondo, fatto di cartoline e fotogrammi. Dov’è il quartiere delle puttane? Chiesi. Un disco da avere, da sentire, da far girare mentre si guida di notte, da soli, senza una meta. La notte è l’habitat naturale del gruppo, non c’è alcun dubbio. Niente cibo alla luce del sole. Difficile scegliere le canzoni migliori, mi butto (per motivi personali) su Atto definitivo, La città morta, Qualcosa sulla vita e la conclusiva Stagioni. Nel 1999 esce “Club privé”, ma non ritrovo il gruppo che avevo lasciato due anni prima. Mimì non racconta quasi più, si rivolge invece a qualcuno e abbozza un cantato stentato, le immagini sfuggono. Poi le cose presero un’altra piega. Esatto, infatti nel gennaio 2002 il componenti del gruppo decidono che è ora di smettere, si recano nello studio del notaio Molinari e sciolgono la fondazione Massimo Volume snc. Vittoria scrive così (tra mille altre cose) sull’home page del sito del gruppo (anch’esso non esiste più): “la passione finisce, il comune intento di arrivare ad una meta pure. Magari gli intenti si diversificano, non sono più comuni, i gusti cambiano”.

Fine di un sogno. Egle per un certo periodo collabora con gli Ulan Bator, Vittoria suona nei Franklin Delano, Mimì fonda gli El-Muniria e continua a scrivere, gli altri li ho persi. Avevamo una casa e un letto di fiori, una casa e un letto di fiori. Chiameremo nuovi numeri e avremo altri nomi, e altri modi per perderli di nuovo.

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