Pain is playing yoyo in my body as we speak

C’era una volta… “Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. No, c’era una volta… “Un principe!” diranno i miei piccoli lettori. Uffa, no, allora, c’era una volta un gruppo belga. “Un gruppo belga?” diranno i miei piccoli lettori. Sì, un gruppo belga, cari scassacazzo di piccoli lettori, e adesso statevene zitti che mi avete rotto i coglioni. Quel gruppo belga di Anversa si chiamava dEUS, e nel giro di pochi anni aveva confezionato 3 dischi e mezzo assumendo un posticino importante nell’ambito dell’alternative rock europeo.

Gli album erano:

– “Worst case scenario” [1994]: un esordio impeccabile, estroso nel suo miscuglio di stili che confluiscono in pezzi interessantissimi. Le canzoni che più mi piacciono? Suds & soda, Right as rain, Mute, Hotellounge (Be the death of me).

– “My sister is my clock” [1995]: un Ep di mezz’ora composto da una traccia unica. Nient’altro da dire qui.

– “In a bar, under the sea” [1996]: un disco ancora più eclettico dell’esordio, ma a mio avviso più dispersivo e meno di impatto. Non è un disco che amo molto, nonostante Little arithmetics e Serpentine (ora i puristi dei dEUS mi staranno odiando a morte).

– “The ideal crash” [1999]: un disco da ascoltare più volte per entrare nell’atmosfera, sicuramente meno estremo come puzzle, e quindi forse il più compatto. Pezzi come Sister dew, Instant street, la stessa The ideal crash e Put the freaks up front (una delle mie canzoni deusiane preferite) mi lasciano senza fiato.

Ora, dopo mille voci, grandi aspettative e anni di attesa i dEUS ritornano. Fedeli a “I’m the same by name” (frase di Right as rain), della vecchia formazione è rimasto solo Tom Barman, cantante, chitarrista e principale compositore. Ora un nuovo disco dal titolo “Pocket revolution” e una tournè che toccherà anche l’Italia in novembre. Se i miei piccoli lettori vogliono vedere i dEUS dal vivo, adesso sono accontentati.

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