I will change direction and I will change my mind

Spesso è necessario cambiare punto di vista nell’ascoltare musica, l’ho fatto parecchie volte.
La prima: quando anni fa ho iniziato a suonare. In quel momento ho iniziato a vedere le canzoni in un modo diverso, ho iniziato a capire che forse tanti musicisti che ritenevo tecnicamente validi non lo erano poi molto. Ho imparato con stupore l’architettura dietro alle canzoni e compreso l’uso di molte soluzioni. Per alcuni mesi ho passato tutto il tempo dei concerti a cui andavo a fissare solamente il chitarrista di turno, le sue mani, le dita, la bellezza del gesto contrapposto al suono che si creava. Ho rubato idee, facendo tesoro di ciò che vedevo (e comprendevo). Ho imparato tanto, forse più che in alcuni corsi che ho frequentato. Ciononostante rimango una pippa come chitarrista ma non è rilevante adesso.
E non vi dico quando ho iniziato a giocare con effetti e distorsioni. Anche in quel momento un velo si è abbassato.
Ho iniziato poi a recensire. Un’altra svolta dovuta alla necessità di esprimere in parole quello che sentivo. Mica così facile, eh. E ai concerti accumulavo matasse di frasi, concetti, discorsi che cercavo di sbrogliare giunto a casa. Un po’ come i grovigli di riff che contemporaneamente volevo sentirmi fare, tentando di creare una connessione tra dita e cervello.
Ed ecco un altro punto di svolta: da un anno e mezzo sto seguendo un corso di tecnico del suono. E affiorano particolari a cui non avevo mai fatto caso o dato troppa importanza. E mi stupisco sempre più dell’immane lavoro che ci vuole per dar vita ad un disco fatto e finito. Dopo aver litigato con la creazione del suono ora comprendo la difficoltà di plasmarlo. Come nella bottega di un artigiano prendo confidenza con gli utensili. Scopro mondi nuovi. Ascolto i suoni di batteria, mai li ho sentiti così nitidi e carichi di significato.
Capisco ancora di più l’importanza che ha un tizio seduto dietro al mixer e il suo lavoro nell’esaltare dovutamente quello che già c’è, senza affossare, minimizzare, snaturare il pezzo che i musicisti suonano.
Mi piace pensare che in questi anni si siano affinate, un po’ con l’esperienza, un po’ con tutte queste cose, le capacità di capire quello che sto ascoltando. Non è cosa da poco. Riconoscere i particolari di un lavoro, annuire davanti alla fatica necessaria per raggiungere un certo risultato, esaltarsi dalla semplicità incredibile di alcune soluzioni efficacissime. E sempre di più mi rendo conto che da nessuna parte viene insegnata un’educazione all’ascolto, cosa che sarebbe davvero necessaria. Avrei sicuramente accelerato questo percorso che sto facendo per uscire dalla platoniana caverna.
Ma si sa, la musica è una perdita di tempo.
Ma basta chiacchiere, mettiamo su un altro disco, ben suonato, ben registrato, ben prodotto e ascoltiamocelo con gioia seduto sul divano.

Conigli e cavalli

Non siamo nemmeno a marzo ed ecco un serio candidato al premio Bianconiglio 2012: “Turns the light out” (2007, Matador) è un gran bel disco della band americana The Ponys.
I ragazzi di Chicago saccheggiano 50 anni di storia del rock (soprattutto i sessanta e i novanta) ma riescono a tirare fuori dodici pezzi brillanti e freschi, impresa davvero ardua di questi tempi. Dimostrano di saper scrivere canzoni e di riuscire ad interpretarle come si deve senza cadere nella grande trappola della nostalgia.

Mp3: The Ponys – Double vision

Between the youth

Continuiamo a parlare dei dischi in uscita: questa volta si tratta di Lee Ranaldo e del suo nuovo disco intitolato “Between the times and the tides”. La prima traccia che la Matador mette a disposizione da scaricare gratuitamente si intitola Off the wall ed è spiazzante: se vi aspettavate qualcosa di sperimentale (come era logico) sarete delusi, la canzone è melodica e piacevolissima.
Il video è qui.
Il disco invece uscirà il 30 marzo (lo voglio!) e ad esso oltre alle celebri camicie a quadretti di Ranaldo partecipano tanti musicisti noti tra cui gli amici Nels Cline, Steve Shelley, Jim O’Rourke e Nels Cline.

Mp3: Lee Ranaldo – Off the wall

Children of the unicorn

E dopo il disco di Mark Lanegan ecco un altro gustosissimo streaming: l’ultimo disco dei Motorpsycho intitolato “The death defying unicorn”, composto in collaborazione con  jazz Ståle Storløkken e registrato con l’ausilio di una sezione d’archi (un ottetto d’archi, si dirà così?). Non sbagliavano quando la chiamavano un’opera rock, anzi Snah qualche mese fa la definì: “the first kitsch-free rock-opera since Tommy”.
Cliccate qui e date un ascolto (anche se in questo caso più dell’altro c’è bisogno di sentirlo ad una qualità più elevata).
Da una parte pretenziosissimo, dall’altra motorpsychedelico fino al midollo.

Oramai non è più sfortuna

È uscito “Ormai”, nuovo e secondo disco “italiano” dei Fine Before You Came e anche questa volta potete scaricarlo gratuitamente sul loro sito (Bravi!). Qui invece trovate gli altri.
Ebbene l’ho sentito e posso dire che mi piace molto di più del precedente “Sfortuna” (2009) che all’epoca avevo trovato noioso e piuttosto sopravvalutato a fronte del clamore che aveva suscitato (clamore dovuto più alla svolta sulla lingua utilizzata per i testi che per altro). Il nuovo lavoro mi sembra più a fuoco e l’ascolto è più “leggero” di fronte al pantano sonoro in cui era difficile muoversi qualche anno fa.
C’è una cosa che però continuo a pensare: la voce e il cantato sono un punto importante della band ma ammettiamolo, Jacopo sa cantare solo in un modo, il suo limite è quello. Ciò lo rende facilmente riconoscibile ma se le prime volte che ho ascoltato i FBYC anni fa era entusiasmante, alla lunga le soluzioni risultano troppo limitate (e sono finite tutte due dischi fa). O prossimamente tira fuori un colpo di genio, un cambio di direzione, una supercazzola come fosse antani, qualsiasi cosa altrimenti le cose non miglioreranno ed è francamente un peccato.

Mp3: FBYC – La domenica c’è il mercato

Posso avere il mio deserto?

Le Desert Sessions mi hanno sempre affascinato tantissimo come idea. Se non sapete di cosa sto parlando qui c’è un breve riassunto di questo progetto folle e divertente. E psichedelico. E drogato.
Poi ovviamente anche la location ha contribuito notevolmente al fascino: Rancho De La Luna, Joshua Tree, sul limitare del deserto (cioè qui). Un posto perfetto (qui qualche foto).
Fino a poco tempo fa possedevo solo l’ultimo volume pubblicato, invece adesso sono un fiero possessore anche degli altri (grazie grazie!) e ve ne parlerò in breve (così, tanto per bullarmene senza motivo) ma senza riportare i kilometrici titoli di ogni volume (sorry):
Volume I/II (1998 – Man’s Ruin): registrato in 3 giorni da Josh Homme con la sua band dell’epoca (The Acquitted Felons) sotto l’effetto di funghi allucinogeni, si tratta del volume più psichedelico, dilatato e largamente strumentale. È anche l’unico volume che non contiene canzoni che sono poi finite sui dischi dei Qotsa.
Tabellino: 10 tracce – Quasi 40 minuti.
Pezzo preferito: Cake (Who shit on the?).
Volume III/IV (1998 – Man’s Ruin): completamente diverso dal precedente, questo volume ha canzoni fatte e finite. Il livello resta altissimo, grazie anche ai numerosi partecipanti (19 se ho contato bene) nonostante sia quella con minore durata.
Tabellino: 10 tracce – Circa 34 minuti.
Pezzo preferito: Nova.
Volume V/VI (1999 – Man’s Ruin): per ora il volume che mi piace meno, quello più cazzone (ah, le marcette di Josh Homme).
Tabellino: 11 tracce – Quasi 40 minuti.
Pezzo preferito: A#I.
Volume VII/VIII (2001 – Man’s Ruin): questo invece è il volume che ai primi ascolti risulta più sottotono, in realtà esce abbastanza bene alla distanza.
Tabellino: 13 tracce – Quasi 40 minuti.
Pezzo preferito: Nenada.
Volume IX/X (2003 – Ipecac/Rekord Rekord): per ora purtroppo è l’ultimo volume, quello con anche Pj Harvey in mezzo ai rudi uomini del deserto (ma lei rimane la più tosta di tutti). Ed è anche il primo che ho avuto, comprato anni fa al momento della sua uscita.
Tabellino: 14 tracce – Circa 44 minuti.
Pezzo preferito: a pari merito Dead in love e Powdered wig machine.

Vegetali dop

Ne è passato di tempo dall’ultima volta che ho visto i Vegetable G dal vivo: erano ancora in 3 e non era nemmeno uscito “Calvino”, il loro secondo disco del 2009.
Adesso sono in 4 e hanno deciso di scrivere pezzi in italiano che si trovano sui loro due ultimi lavori entrambi del 2011: l’ep “La filastrocca dei nove pianeti” e il disco “L’almanacco terrestre”. Lo scopro durante il loro concerto di venerdì in un Tambourine purtroppo semivuoto (e fiaccato dai due gruppi spalla). I Vegetali però offrono un bello spettacolo pop suonando molto bene e catturando completamente la mia attenzione nonostante non conoscessi nemmeno mezza delle canzoni fatte (tutte in italiano).

Il mistero delle specifiche scomparse

Comprereste mai un’automobile a scatola chiusa, senza sapere che motore ha, la cilindrata, gli optional, gli interni? No eh! A quanto pare quelli della Bose invece sì.
Ok, ora vi spiego meglio.
A dicembre ho girato alcuni negozi/centri commerciali perché dovevo comprarmi degli auricolari. Sapevo già marca e modello quindi andavo sul sicuro. In uno di questi negozi (una catena abbastanza nota) ad un certo punto vedo esposti anche una scatola di auricolari della Bose, prezzo 99 euro. Nessun’altra indicazione sulla confezione che è quasi totalmente anonima. Impossibile capire le caratteristiche del prodotto, nemmeno quelle basilari (colore, forma, tipo di auricolare, non ci sono aperture ne la classica finestrella con la plastichina trasparente).
E niente, ho lasciato perdere (ovviamente) e ho comprato ciò che dovevo, vale a dire un paio tra i migliori auricolari in commercio: prezzo: 22,50 euro (ma si trovano anche a meno), confezione figa con anche portacuffie con cerniera, microfono e controllo del volume sul cavo e soprattutto:
- Risposta in frequenza: 17Hz – 23kHz
- Sensibilità: 126 dB SPL/V
Le cuffie mantengono quello che promettono e hanno una “pacca” incredibile (e non mi pento di consigliarle in giro visto che si tratta di un prodotto dell’Akg, mica pizza e fichi).
Per curiosità vado a vedere sul sito della Bose le caratteristiche tecniche delle cuffie misteriose e… non ci sono (o sono nascoste talmente bene da risultare introvabili)! Nemmeno sul manuale in pdf! I signori Bose scrivono solamente di vaghe “prestazioni audio realistiche”. Come dire che compro una BMW e la casa automobilistica mi dice che “le ruote girano”. Yeeeeah, figata!
E occhio alle illuminanti faq: “Le cuffie sono comode?”.
Per fare un confronto, ecco come si fa una pagina seria.
E ancora adesso non so la diversità tra i due articoli né posso fare un raffronto ma ci metto la mano sul fuoco che la differenza abqualcosa di prezzo non è per nulla giustificata a livello qualitativo.

Venti!

Ho finalmente visto “Pearl Jam Twenty” di Cameron Crowe e mi è piaciuto molto anche perché rappresenta benissimo quello che sono stati e hanno rappresentato i Pearl Jam in tutti questi anni, sia come band che come persone. Un documentario godibilissimo.
Scene migliori:
- Il racconto (e le immagini) della mania di Vedder di arrampicarsi sui tralicci durante i concerti, sempre più in alto, sempre più pericolosamente.
- Stone Gossard che scende in cantina e trova un Grammy dimenticato.

This station is now operational

E niente, si riuniscono gli At The Drive-In. Non so se esserne strafelice oppure temere per il peggio. Nel frattempo da ieri (giorno della notizia) una frenesia senza fine si è impossessata di me.
Ma non è finita, miei cari: oggi arriva la notizia che si sono riuniti anche i Refused.
Mammamia.
Di questo passo dopodomani risorge John Lennon.

Go go go again!

Ecco altri nomi interessanti scoperti su Gogoyoko:
* Ikea Satan – “White cat blues” (2011): solamente tre pezzi per questo trio di Reykjavik. Se vi piace però questo Ep sappiate che è scaricabile gratuitamente dal loro sito.
* Sóley – “We sink” (2011): seconda uscita solista (fa parte anche dei Seabear) per questa cantante in bilico tra canzoni alla Emiliana Torrini e composizioni degne del gruppo madre. Alcune tracce molto buone, altre meno, direi il meno interessante tra i 3 lavori proposti oggi ma rimane un ascolto piacevole.
* The Violet May – “TV Ep” (2011): chiudiamo con un gruppo inglese (Sheffield, per l’esattezza) e con il loro nuovo ep che mi è davvero piaciuto un bel po’.

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